Ho conosciuto Mario Rigoni Stern grazie allo spettacolo teatrale di Marco Paolini del 2007, Il sergente nella neve, tratto dall’omonimo racconto dell’autore. Conosciuto è una parola che quindi va messa nel giusto contesto. Putroppo non ho potuto mai stringere la mano di Mario Rigoni Stern: avrei tanto voluto scambiare due parole con lui. Il suo Sergente ha plasmato la mia visione e la mia comprensione della ritirata italiana dalla Russia nell’inverno ‘42-‘43. Mi ha segnato come poche altre cose.

Eccomi quindi a spendere due parole, ma due di conto, sul suo libro e sul perché lo ritenga uno dei capolavori del genere, giudizio con quale magari non il 100% dei lettori concorda.

Ebbene, per leggere Il Sergente si deve essere disposti a chiedersi e interrogarsi sull’animo umano in condizioni estreme, quando di fronte c’è la vita, la morte, la possibilità di dare la morte per salvare la propria vita. Possono sembrate interrogativi semplici a cui dare la risposta, specialmente quando ce le si pone seduti al divano di casa, al caldo, con una tazza di te in mano magari. Assumono tuttavia i tratti di domande molto, molto complesse quando si vive un’esperienza che ci mette di fronte a queste scelte, tutti i giorni, senza quasi darci il tempo di pensare bene, spingendoci ad agire più d’istinto che col cuore o secondo dettami morali.

Questo è Il Sergente. Una continua sequela di domande, che nascono da un continuo e scioccante flusso di ricordi. Ricordi a tratti nitidi – la prima parte, quella del caposaldo sulle rive del Don è precisa, lineare, ricca di dettagli nitidi, di parole, di momenti scolpiti nella memoria – e a tratti confusi, ma non meno importanti. Rigoni ci fa capire di aver trascorso le settimane della ritirata quasi come in un sogno: il freddo e il gelo, le marce interminabili, le pulci, gli alpini e i soldati che si buttavano nella neve, alcuni impazziti, altri senza ulteriori forze di volontà; e poi il peso degli zaini, il corpo letteralmente consumato dallo sforzo, il terrore dell’avanguardia russa e dei mitragliamenti a bassa quota; e questo lungo, interminabile fiume nero di gente, stagliato contro il bianco della neve, fin dove occhio poteva arrivare: un intero popolo di sbandanti, nella bufera dell’inverno russo. E sullo sfondo stellato di fronte agli alpini in marcia, i loro luoghi cari, l’Italia lontanissima che li aveva spediti la e che ora loro cercavano di raggiungere a tutti i costi. Sergentmagiù, ghe rivarem a baita? chiedeva Giuanin di continuo. Quando finirà tutto questo? si chiedevano gli alpini. Torneremo mai a casa? Torneremo mai a godere dei nostri cari, nei nostri paesini di montagna? E’ la speranza di ognuno di quelle povere anime avvolte nella neve e nel gelo. Un uomo può confondere le giornate quando privato del sonno, del cibo, della speranza. Eppure deve anche avere il coraggio di andare avanti, fisicamente, mentalmente: per tornare a baita. La seconda parte del libro, La Sacca è a tutti gli effetti un incubo: diversi dettagli, ma confusi, non più chiari, nitidi, ordinati, consequenziali come la parte precedente. E’ un pò come se Rigoni volesse trasmettere nel miglior modo possibile, a parole, quello stesso senso di abbandono e di fine imminente che stava vivendo assieme a tutti gli altri sbandati come lui, in quelle lunghe notti e quelle interminabili marce. Pensieri, parole, immagini, violenza, tutto mischiato, a volte non strettamente correlato ma legato dalla narrazione della sua mente, della sua memoria, del momento in cui viveva quel preciso istante. E’ straziante perché è forse la più fedele delle esperienze letterarie che noi fortunati possiamo mai desiderare, quanto di più vicino a quel disastro umano possiamo mai sperare di vivere. Ripeto, è come quegli incubi in cui si lega la memoria con il non reale, quei sogni in cui la nostra mente associa fatti e ricordi reali con la fantasia del sogno stesso, dove i personaggi entrano ed escono dal nulla e nel nulla, dove ci sentiamo smarriti, terrorizzati, incapaci di capire bene dove siamo, cosa dovremmo fare, come uscirne. L’incubo degli alpini e di Rigoni però non aveva risveglio: era li, era continuo, potevi toccarlo. E non ti avrebbe abbandonato più per tutto il resto della tua vita.

Starei qui ore a decantare la bellezza mista a terrore che Il Sergente mi trasmette, e scriverei fiumi sulle straordinarie circostanze di cui Rigoni fu protagonista, come l’incontro con i tre soldati russi nell’isba, un momento di umanità improvvisa, talmente estranea al massacro a cui aveva assistito nella steppa che resta da chiedersi se davvero l’uomo sia ciò che si vedeva fuori dalla finestra, o quello che Rigoni per quei pochi minuti ha potuto osservare tra le mura di quell’abitazione.

Vorrei tanto che certe opere siano lette, discusse, diffuse non solo nei circoli letterari. Il Sergente è un tesoro inestimabile e credo andrebbe letto, discusso, diffuso, tra i ragazzi, tra i bambini, perché non parliamo di un semplice libro, ma di un’esperienza che può cambiare la gente, può cambiare le prospettive, può insegnare più di quanto non insegni la semplice lezione di Storia.

Quando mi resi conto che Rigoni morì nel 2008 mi commossi e non poco. Avrei voluto stringergli la mano, guardarlo negli occhi e ringraziarlo per tutto. Che tesoro inestimabile che è stato.