Gli anni ’90 sono diventati ciò che gli anni ’60 e ’70 erano diventati negli anni ’90: hanno assunto lo status di epoca, riconoscibilissima per abitudini, prodotti, canzoni, programmi televisivi, personaggi. Anche gli spot pubblicitari di allora fanno scattare la molla nostalgica e ci riportano indietro di 25-30 anni. Come sempre succede però, si parte da questo sentimento per arrivare a lamentarsi del presente, glorificando al tempo stesso il passato. Il passato finisce per assumere valore leggendario, mentre presente e futuro vengono declassati a periodo di sofferenza, noia, eccessiva sofisticazione, perdita di valori e chissà cos’altro.

Voglio tornare negli anni 90 e Ma che ne sanno i 2000 sono solo due esempi di prodotti che mettono in contrapposizione il presente e quegli anni. In uno dei due casi qui sotto si può anche pensare che gli autori stiano suggerendo che chi sia nato nel 2000 non abbia avuto l’occasione per vivere un vero e proprio paradiso in terra. Il punto è che questo non è assolutamente vero.

Negli anni ’90 la tv trasmetteva cartoni animati al pomeriggio dopo aver enunciato la lista delle vittime della Mafia, o dopo aver discusso in dibattiti polemici delle ultime novità di Tangentopoli, mentre la Lega Nord premeva per la Secessione e Berlusconi cercava di far sopravvivere il suo primo governo; la mucca pazza terrorizzava i consumatori, la Sony lanciava la sua PlayStation e il cinema lanciava i suoi primi film con massiccio uso di CGI; scoppiava il caso Di Bella, la guerra in Jugoslavia faceva carrettate di morti, il mattatoio in Ruanda passava inosservato, c’era paura per l’AIDS e i nostri genitori pregavano di mantenere il loro lavoro per darci da mangiare. A dirla tutta, vedo poche differenze rispetto ad oggi. Era un mondo più sicuro di quello in cui viviamo oggi? Direi di no. Noi, i trentenni di oggi, abbiamo preso il posto dei nostri genitori, trentenni o poco più all’epoca. Ai nostri occhi da bambini era tutto nuovo e favoloso. Volevamo la Gigg Nikko, sognavamo di collezionare tutti i pupazzi delle merendine Mister Day, mentre i nostri genitori erano preoccupati per noi e per il nostro futuro. Agli occhi dei nostri genitori all’epoca il futuro era incerto, il presente insoddisfacente e il passato, il loro passato, ancora una volta radioso.

Insomma, gli anni ’90 sono the new anni ’70. Questo ciclo di glorificazione è toccato a tutti i decenni dagli anni ’50 ad oggi e io per primo mi sono sorbito – proprio durante gli anni ’90 – i sospiri e le parole nostalgiche di mia madre in merito agli anni ’60 e ’70. All’epoca, ovviamente, gli anni ’90 erano tempi bui e incerti, mentre il passato invece era radioso, dominato da valori semplici e da una spontaneità che il presente non poteva proporre né emulare.

Erano altri tempi.

Sia chiaro, questa espressione è sacrosanta, perché la nostra società e tutto quanto connesso ad essa cambia nel tempo. Per cui si, i tempi cambiano. Tuttavia, si pone talmente tanta enfasi su questo aspetto che a volte trovo addirittura fastidioso il modo in cui si continui a non vivere il presente, celebrando solo ed esclusivamente il passato.

E, ancora, anche io spesso cado in questa trappola e commetto lo stesso errore di tante persone: la mia infanzia è costellata da tanti bei ricordi, ma questo è vero per chiunque abbia vissuto la sua infanzia in un paese occidentale, dal termine del secondo conflitto mondiale ad oggi. Non c’è niente di speciale negli anni ’90 che li distingua da ciò che provano coloro che erano bambini negli anni ’80, ’70 e via dicendo.

Più che nostalgia del particolare decennio, quindi, soffriamo la nostalgia della nostra infanzia, e non per particolari aspetti della nostra società, quanto per il senso di protezione e per l’effettiva spensieratezza che caratterizza quegli anni. Non per niente buona parte delle persone che “piangono” al pensiero degli anni ’90 (o ’80, o ’70) sono oggi trentenni, o persone che si avvicinano o che hanno da poco superato quell’età.

Ho appena detto che questa nostalgia non ha niente a che vedere con la società in se per se, ma questo non è proprio del tutto vero. Una volta terminati gli studi, ci ritroviamo lanciati fuori dal guscio familiare in un mondo che è, si, diverso da quello nel quale siamo cresciuti. Ma lo stesso lo possono dire coloro che negli anni ’90, dopo gli anni universitari magari, si trovavano a dover decidere cosa fare della loro vita.

L’errore sta nell’essere attaccati a quello che siamo stati, perdendo di vista ciò che potremmo essere oggi o quello che vorremmo essere. L’ho già detto, secondo il mio parere si vive troppo con lo sguardo rivolto al passato. Se fosse per noi, sarebbe sempre il 1995. Invece, il trascorrere del tempo dovrebbe spingerci a migliorare quello che abbiamo vissuto da bambini, per i nostri stessi figli e per lasciare questo mondo un domani un posto migliore. Dovremmo staccarci da ciò che siamo stati ed abbracciare quello che siamo. La nostalgia è un sentimento sincero e onesto, ma non giustifica la denigrazione del presente, a cui assisto puntualmente ogni volta che viene pubblicata una nuova immagine o un nuovo video dell’epoca.

Sarebbe bello raccogliere il coraggio distogliere lo sguardo sognante dal passato per guardare in avanti con gli stessi occhi sognanti e con la stessa voglia di vivere la nostra vita al meglio delle nostre capacità.

 

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