Pochi giorni fa, su Facebook, sono stato letteralmente risucchiato in un confronto a due su un tema molto “caldo” che sta facendo parlare di se in modo continuo e che anche i più distratti cittadini del mondo hanno oramai avuto modo di conoscere: quello sul riscaldamento globale.

Come c’era da aspettarsi, a riconferma che le parole di Umberto Eco sono di estrema attualità, dopo tre o quattro giorni di post lunghi come il Nilo, i miei sforzi per indirizzare la discussione su un piano consono, vale a dire quello scientifico (quale sennò?), si sono rivelati del tutto inutili e lo scambio di “opinioni” si è concluso con un lamentevole “sigh, sigh, con te non si può discutere, la prossima volta mi guardo bene dal commentare quello che posti, sigh, sigh“.

Ebbene, il punto focale dello scontro era il negazionismo ossessivo della realtà del cambiamento climatico. So bene che il mondo, ahinoi, è pieno di gente che rifiuta di accettare la realtà dei fatti, distorcendo le informazioni a seconda del come e del cosa fa comodo. E questo triste aspetto della natura umana è emerso con una certa forza anche durante questo amabile scambio di opinioni: mi informo sull’argomento, dopotutto ho letto un libro di x e ho ascoltato due dichiarazioni di y. E tanto basta per avere la certezza di essere nel giusto. C’è poco da fare, purtroppo, quando di mezzo c’è un mix letale di arroganza e ignoranza.

Tra le tante perle di arroghignoranza, comunque, la cosa che maggiormente mi ha scioccato è stata l’insistenza ostinata, in mancanza di qualsiasi prova anche lontanamente accettabile, dell’esistenza di pubblicazioni scientifiche che dimostrino che non vi è alcun impatto dell’attività antropica sul clima terrestre. Sembra che ci sia, da qualche parte, una comunità scientifica di serie B, che lavora febbrilmente per dimostrare la mancanza di legami tra i due aspetti, ma che viene snobbata continuamente per dar fiato solo ad una determinata campana. Non ne sapevamo, però, praticamente niente.

In realtà io, che non mi ritengo più intelligente né più ignorante della media delle persone, ad un certo punto del “dibattito” il dubbio me lo sono fatto venire per davvero e ho deciso di fare qualche ricerca online per sedare le mie improvvise preoccupazioni. La controparte invece ha preferito, a dispetto della sua dichiarata curiosità sull’argomento, attenersi alle sue molteplici (un libro, di un fisico, tra l’altro, neanche di un climatologo) fonti di informazione per ribadire che no, non sono riuscito a fargli cambiare idea. Che poi, chi ha mai detto che volevo fargli cambiare idea?

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Lo chiamano “principio maggioritario” nella Scienza, ma in realtà è semplicemente il peso dell’evidenza scientifica. Non delle persone.

Nonostante le ricerche mi abbiano portato a confermare quello che avevo sempre constatato, vale a dire che non si trova una pubblicazione, una!, che dimostri l’assenza di qualunque impatto umano sul clima, ecco che oggi, con mio grende orrore, ho scovato una perla che cambierà per sempre il mio modo di vedere il dibattito sull’argomento: l’evidenza riportata da ben 58 articoli scientifici, pubblicati nel 2017 (e non siamo neanche a metà anno!), che dimostrano che il riscaldamento climatico è un mito e niente di più. Vuoi vedere che dopotutto avevo torto?

James Delingpole, in un articolo pubblicato su Breitbart, ha riportato una lunga serie di dati prelevati da 58 pubblicazioni scientifiche che confermano, indipendentemente e rigorosamente che il cambiamento climatico non è causato da attività umana. I ragazzi di Climate Feedback hanno deciso quindi di contattare tutti e 58 gli autori delle pubblicazioni tirate in ballo da Delingpole per un parere riguardo al suo articolo su Breitbard. Alla domanda “Concordi con l’articolo su Breitbard che il tuo studio scientifico fornisce evidenza contro l’impatto umano nel fenomeno del riscaldamento globale?” ad oggi 28 di loro hanno risposto… no. Quindi, non avevo torto, dopotutto. Trovare una fonte autorevole che si esprima sul cambiamento climatico mettendo sul banco delle evidenze scientifiche qualcosa di valore che sposti l’attenzione dai gas serra ad altro è un’impresa, a quanto pare, impossibile.

I commenti all’articolo di Delingpole sono tutti riportati su Climate Feedback. Qui cito solo qualcuno di questi commenti:

dopo avere indicato correttamente di quanto il pianeta si sta riscaldando, l’articolo banalizza lo stesso aumento di temperatura, fornendo un corso base di errori logici [Peter Neff, University of Rochester]

 l’articolo riporta un numero di grafici scelti ad hoc che sono irrilevanti per la questione dell’impatto umano sul clima durante l’ultimo secolo. L’articolo attribuisce conclusioni a scienziati che non le hanno mai riportate. [Patrick Brown, Carnegie Institution for Science]

questo articolo è un esempio di “straw man argument” (argomento fantoccio). Delingpole afferma di aver provato l’inconsistenza della teoria del riscaldamento globale indotto dall’uomo, ma non entra nel merito di come il cambiamento climatico effettivamente funziona. [Dan Jones, British Antartic Survey]

Nell’articolo ci sono due errori fondamentali che invalidano le conclusioni. I primi due grafici illustrano un errore di natura temporale. […] I grafici illustrano le temperature dell’emisfero nord con fluttuazioni nell’ordine di 1°C. Al di la di quanto siano accurati questi dati, il cambiamento in questione è avvenuto su un arco di tempo molto più lungo rispetto all’aumento di 1°C che abbiamo osservato nell’ultimo secolo. […] L’altro errore fondamentale è un errore di scala, ma questa volta spaziale, non temporale. Questo errore è ben illustrato nel quarto grafico, che riporta i dati delle temperature in Francia. Ora, la Francia rappresenta lo 0,1% della superficie globale, e questo implica che grandi fluttuazioni sono comuni, ma non hanno importanza a livello globale. […] Infine, il terzo grafico, che combina queste due tipologie di errore: la scala temporale è troppo dilatata e quella spaziale è troppo piccola. [Shaun Lovejoy, McGill University]

In aggiunta a questi commenti, ve ne sono altri da ricercatori e professori che lavorano sul campo e che aggiungono altri, sconcertanti elementi di inaffidabilità dell’articolo di Breitbard. Vi sono, infine, i commenti dei diretti interessati, vale a dire gli autori degli articoli che Delingpole ha usato come fonte bibliografica per il suo pezzo…

[…]il mio articolo non ha niente a che fare con il riscaldamento globale o con l’attività antropica. Infatti, il mio focus era su periodi storici precedenti la Rivoluzione Industriale. [Tyler Jones, University of Colorado]

[…]questo articolo ha distorto i miei risultati e in nessun modo supporta la mia opinione sul cambiamento climatico. Sono molto infastidita da queste persone che hanno usato il mio articolo in un modo che getta discredito sugli effetti antropici sul clima. [Belinda Dechnik, The University of Sidney]

L’articolo altera maliziosamente le figure della mia pubblicazione” [Nathan Steiger, Columbia University]

I dati sono stati usati fuori dal loro contesto” [Yair Rosenthal, Rutgers University]

“[…]E’ triste il fatto che il blogger non abbia capito il senso della mia pubblicazione” [Normunds Stivrins, University of Helsinki]

“[…]L’articolo di Breitbard è fuorviante e inaccurato, a diversi livelli” [Bradley Markle, University of Washington]

“[…]Vorrei che l’autore rimuovesse il mio nome dall’articolo in quanto non riflette le conclusioni del mio studio” [Ernesto Tejedor Vargas, University of Zaragoza]

La lista è un tantino lunga e per ovvi motivi ho riportato solo le frasi di maggior importanza di alcuni degli (abbastanza) irritati studiosi.

Ebbene, c’è chi riporta che, di fatti, non esista un vero dibattito sul cambiamento climatico. Tutti quanti concordano sul fatto che il clima è cambiato e che sta cambiando oltre ogni ragionevole dubbio. L’impatto delle emissioni di gas serra, oltre che essere chiaro, è anche logico. E in aggiunta a questo, non è assolutamente un argomento da prendere alla leggera, cosa che mi pare facciano un pò tutti quelli che non è mai stato dimostrato.

Chi continua a dire che non stiamo vivendo un periodo di transito rapido verso un nuovo equilibrio e che non dobbiamo lasciarci alle spalle le opportunità di crescita economica che si prospettano oggi in nome di un fenomeno che non è stato ancora provato scientificamente, non ha la più pallida idea di cosa sta dicendo. In più, rientra in quel gruppo di persone che io personalmente identifico come pericolose per il futuro dell’umanità. Affermare che il cambiamento climatico è un complotto cinese o che è la scusa con la quale una buona fetta della comunità scientifica chiede soldi per sopravvivere, vive con gli occhi chiusi e con le orecchie tappate. In alcuni casi, a occhi chiusi ed orecchie tappate, queste persone pretendono di aver parola e i poter dire la loro anche ai massimi livelli: essi scrivono che in fondo la Vita si è sempre adattata ai cambiamenti e che si adatterà anche a questo, ignorando (volontariamente?) il fatto che nel corso di 4 miliardi e più di evoluzione l’estinzione è stata una costante e che oggi non è solo in ballo l’estinzione delle altre specie viventi, ma anche, di fatti, la vita dei nostri nipoti e pronipoti. Così, a cuor leggero, costoro si sbilanciano addirittura nel dire che, in fondo, quel che sarà sarà (e un bel chissene frega, q.b.). Per qualcuno, addirittura, se il cambiamento climatico c’è ed è reale, spetterà a Dio prendersene cura. Insomma, non stiamo più sfiorando il ridicolo. Lo stiamo centrando in pieno, come dico sempre.

Noto una grande insofferenza verso l’ignoto e l’incomprensibile e vedo la gente accorrere a colmare questo grande vuoto. Vedo masse di persone che googlano per avere risposte brevi e concise, per poi sui social lanciare improbabili sfide di conoscenza, in un gioco a chi è più bravo con le parole. Vedo una grande ignoranza e una grandissima confusione, ma vedo anche un altrettanto grande rifiuto verso lo studio, quello vero, fatto di dedizione, impegno e tanto lavoro. Ci dichiariamo curiosi, ma non lo siamo: ci bastano poche pagine per laurearci nella prossima disciplina. Siamo dei geni, dopotutto. E così, alla domanda hai mai letto una pubblicazione scientifica? ti viene risposto prima che no, non do i miei soldi a riviste mangia soldi e poi che mi è capitato di leggere alcuni articoli per lavoro e che mi sono informato tramite materiale a disposizione di tutti, sui cataloghi di Amazon, IBS ecc…, come se bastasse dedicare qualche pomeriggio nella lettura di uno o due libri per avere chiaro il livello di complessità di certi aspetti della ricerca scientifica e dei problemi e delle sfide che si profilano all’orizzonte.

E’ questa l’alba del mediocre. O, forse, lo è stata quando internet ha assunto l’importanza che ha oggi.

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