Sin da bambino sognavo il momento in cui la NASA avrebbe annunciato la scoperta di un pianeta capace di ospitare la vita: da questa ispirazione nacque quello che, secondo le mie intenzioni di 14enne, doveva infine diventare un romanzo vero e proprio, ambientato su Proxima Centaurii (uno dei pianeti, era uguale per me all’epoca).

Ieri sera non sarà stata annunciata la notizia della scoperta della vita su un pianeta intorno a Proxima Centaurii, ma è stata annunciata la scoperta di ben 7 pianeti rocciosi dei quali 3 nella cosiddetta “Goldilock zone”, nello stesso sistema planetario.

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Credit: NASA/JPL-Caltech

Parliamo del sistema TRAPPIST-1, un sistema solare a circa 40 anni luce da noi, con una stella rossa relativamente “fredda”, di piccole dimensioni. I 7 pianeti, denominati già impropriamente “7 sorelle della Terra” dai quotidiani italiani, oltre ad essere rocciosi, come la Terra, hanno dimensioni molto similari al nostro pianeta. Al di la di questo non ci sono al momento altri indizi o dati che rinforzino la dicitura “sorella” o “gemello” della Terra.

La diretta della NASA è stata per me emozionante come pochi altri eventi di questo tipo. A colpire non è tanto il tipo di scoperta in sé, visto che conosciamo migliaia di pianeti extrasolari, oramai, quanto la portata numerica della stessa. Parliamo di ben 3 pianeti nella fascia abitabile, quindi tre potenziali candidati per la presenza di acqua liquida e, quindi, tre potenziali candidati alla presenza di vita. Tutto nello stesso sistema e tutto ad una distanza astronomicamente risibile. Non sarà certo Proxima Centaurii, ma comunque 39 anni luce di distanza rappresentano il nulla in termini cosmici: basti pensare che la nostra galassia si estende per 100mila anni luce. E’ come essere al capolinea di una strada lunga 100 km con un autogrill a 40 metri dalla nostra posizione: magari il termine della strada non riusciamo a vederlo ma l’autogrill è li davanti ai nostri occhi.

Questo porta con se un’altra implicazione straordinaria che è sulla bocca di tutti da almeno una decina di anni ma della quale la gente comune non parla mai: il fatto che il numero di pianeti potenzialmente abitabili li fuori potrebbe essere molto, molto grande, anche limitando il nostro ragionamento alla sola Via Lattea. Se infatti consideriamo solo le 3 nuove aggiunte da Trappist-1, escludendo gli altri 4 pianeti di quel sistema per il momento, e alla Terra aggiungiamo l’unico pianeta del sistema di Proxima Centaurii nella fascia abitabile, vale a dire Proxima Centaurii, abbiamo 5 pianeti nella fascia abitabile in un raggio di 20 anni luce circa. Sono numeri che, rapportati alle dimensioni della nostra galassia, fanno girare la testa. Letteralmente ci sarebbero decine di migliaia di mondi abitabili solo nella nostra galassia. E forse anche molti di più.

Dispiace quindi notare commenti ironici sul valore della scoperta: molti hanno commentato che, non potendo arrivare su Trappist-1, la scoperta è una delle tante che ci sono state nel corso degli ultimi 15 anni: una curiosità e niente più. No, non è così. Stiamo progredendo nella comprensione dell’universo, avvicinandoci un passo alla volta alla risposta alla fatidica domanda siamo soli nell’universo?.

Curiosamente ho dovuto rispondere ad un commento in cui una ragazza esprimeva la sua paura per le potenziali conseguenze di scoperte di questo tipo: è timore di più di qualcuno che se riuscissimo a contattare o entrare in contatto diretto con civiltà aliene, queste potrebbero decidere di distruggerci. L’astronomo Hawking si è più volte espresso in merito all’eventualità e ai rischi di una guerra interplanetaria, ma siamo decisamente nel reame della fantascienza. La paura espressa dalla ragazza si basa principalmente sulla convinzione che la vita extraterrestre necessariamente sia intelligente. In questo caso sarebbe bello e molto interessante, ma la vita extraterrestre sarà in gran parte vita semplice, in misura minore complessa (ovvero, di organizzazione analoga alla cellula eucariotica) e in misura ancora minore intelligente. Questo perché l’evoluzione non è un processo di graduale aumento della complessità dei viventi, quanto principalmente un processo di adattamento: non ha direzioni prestabilite, è contingente. Dimentichiamo, o forse molti di noi non lo sanno, che per miliardi di anni il nostro pianeta è stato il pianeta dei batteri. Effettivamente lo è ancora. Ma dal punto di vista evolutivo per miliardi di anni non ci sono stati balzi in avanti verso forme di vita complesse, per via dell’impossibilità dei batteri di differenziare tessuti, organi e quindi organismi pluricellulari. Solo con la comparsa della cellula eucariotica la vita ha iniziato la sua fioritura morfologica e fisiologica. La cellula eucariotica, a sua volta, è frutto di una normale attività di routine andata male che si è trasformata in un esperimento andato bene. Forse uno dei tanti esperimenti falliti nella storia della Vita su questo pianeta. Gli scienziati lo chiamano merger (fusione) e lo considerano molto, molto raro. Se non ci fosse stato il merger di un α-proteobatterio con un archeobatterio noi non saremmo qua e la Terra sarebbe dominata dai batteri, come già lo era 3.5 miliardi di anni fa. Questo è quello che ci aspettiamo di osservare nel cosmo, col procedere dell’esplorazione: tantissimi pianeti, pochi dei quali rocciosi, dei quali pochi abitabili, tra i quali pochi con la vita, dei quali pochi con vita complessa, dei quali pochissimi con vita intelligente. Ho reso l’idea? Il dato che ci manca e che serve per avere un’idea piuttosto chiara di quale sia la possibilità di trovare vita extraterrestre è il numero esatto dei pianeti nella fascia abitabile. I discorsi sulla vita intelligente, per ora, devono restare nel campo delle ipotesi più pure. Per quanto ne sappiamo, noi stessi siamo la prima forma di vita con un certo grado di intelligenza di questo pianeta: ci siamo arrivati per via di una serie di contingenze favorevoli, con la bellezza di 5 estinzioni di massa che hanno plasmato il pianeta e la biosfera in modi che neanche riusciamo a concepire con la mente. Se il corso degli eventi fosse stato alterato, la selezione naturale avrebbe operato su materiale diverso e in circostanze diverse: ergo, non saremo mai apparsi; e forse le specie intelligenti sarebbero state altre o, in alternativa, nessuna.

Nel 2018 verrà lanciato e diventerà operativo il James Webb telescope della Nasa, che dovrebbe mandare a nanna il vecchio Hubble. Il James Webb dovrebbe permettere di studiare a fondo la composizione atmosferica dei pianeti del sistema Trappist-1 irrobustendo la nostra conoscenza della sua geologia: c’è ossigeno, metano, anidride carbonica?  C’è vapor acqueo? Se si, in che quantità? L’attesa quindi si sposta al 2018 e al 2019 quando i primi dati saranno resi disponibili.

Sarà il pezzo del puzzle finale, quello che ci permetterà di capire se c’è vita o no su Trappist-1? Temo di no. Altre domande richiedono risposte al fine di dare certezze. Lo studio della nascita della vita sul nostro pianeta è oro colato per gli astrobiologi. Se c’è una cosa che abbiamo imparato studiando il passato della Terra è che la Vita è emersa in virtù del dinamismo geologico di questo pianeta, che ha fornito energia agli elementi chimici necessari per generare un sistema in versione inorganico-arcaica di quello che troviamo oggi in tutte le cellule dei viventi. In altre parole, se su Trappist-1 c’è acqua, serve il disequilibrio termodinamico per far si che il pianeta produca sistemi interessanti.

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“Lost City”. Fonte: http://www.searchet.blogspot.it

 

Di fantasia non ce ne manca. In bocca al lupo alla ricerca.

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