Da quando è stata istituita ufficialmente, nel tardo 2005, la Giornata della Memoria ha assunto lo status di giornata di riflessione sulla barbarie umana. Ho approfittato qualche volta a parlarne, intervenendo su questo blog con piccoli spunti e qualche fatto storico, ma probabilmente tediando il lettore che casualmente si trovava a leggere quelle righe. L’obiettivo del sottoscritto era richiamare alla mente il macabro, perché forse solo di fronte al macabro e alla scioccante realtà dello stesso la gente può concentrarsi per poco e pensare che determinate cose sono successe per davvero. Non so, sinceramente, se quel mio tentativo ebbe successo, ma ipotizzo non lo abbia avuto.

Al di là del successo o meno del mio “esperimento”, però, ho notato in questi anni un crescente sentimento di distacco dalla realtà da parte di tutti coloro i quali condannano gli stermini ma non ne parlano mai. Per intenderci, tutti i politically correct che “questo non si fa”, ma che poi se la cosa avvenisse sotto i loro occhi girerebbero la testa dall’altra parte. Perché si, questo tipo di persona esiste e temo che sia un tipo in costante aumento nella nostra società. La rete pullula di superficialità e questa a sua volta alimenta quell’atteggiamento di cui sopra: sono cose orrende, non ne voglio parlare. Ecco, è questo che mi fa paura, quasi terrore: il fatto che se ne parli perché si deve, e non perché se ne sente la necessità.

Lo sterminio, sia esso di ebrei, di armeni, di tutsi o di qualsiasi altra etnia è sempre possibile: è una tenebrosa e costante minaccia all’orizzonte dell’umanità. Noi delle ultime generazioni dovremmo ritenerci fortunati a non averlo subito sulla nostra pelle e per questo dovremmo stare in guardia e formare le prossime generazioni, ma vedo davvero poco di tutto questo. Piuttosto, col passare degli anni, l’interesse per l’argomento è andato sempre più calando. Si innalzano muri ai confini tra i paesi, ci si distanzia gli uni dagli altri, il noi è contrapposto al voi, si parla di “invasione”, ci si lamenta dei tempi del Duce (mai vissuti, poi) e tutti concordano. Tocca leggere coi propri occhi e sentire con le proprie orecchie che Hitler, in fondo, non aveva tutti i torti. E mi cadono le braccia. Aprire le porte alla violenza, sbattendole in faccia al buon senso, equivale a catapultarsi indietro nel tempo e a provocare, ancora una volta, una rottura di civiltà. E’ questo ciò che vogliamo? Ma soprattutto, ci rendiamo conto di ciò che potremmo scatenare?

Forse non sappiamo cosa vogliamo realmente e/o non ci rendiamo conto di cosa potremmo scatenare. Il mondo che i nostri nonni hanno creato per noi ci ha privato della capacità di stabilire ciò che è moralmente accettabile e ciò che non lo è mai. Gli strumenti che abbiamo a disposizione ci conferiscono un senso di potenza che si basa sulla conoscenza. Nessuno però si pone dubbi sulla qualità della conoscenza che questi strumenti forniscono. E’ davvero conoscenza, quindi è davvero potere? O si tratta di ignoranza? Purtroppo in molti resterebbero delusi dalla paurosa pochezza dei meme che girano in rete: vi riversano importanza, autorevolezza, sostanza; li usano come fonte primaria per imbastire discorsi populisti, xenofobi, superficiali, vuoti. Urlano per farsi sentire, arringano gli ascoltatori con slogan, frasi fatte, distorsioni. Si irrigidiscono di fronte all’opinione diversa, reagiscono con veemenza a qualsiasi tentativo di dimostrare il contrario della tesi da loro sostenuta. Generalmente mal sopportano il dibattito. Secondo queste persone, serve una soluzione netta, che ci distacchi dal passato per risolvere il presente e garantire il futuro. Il “noi” viene prima del “loro”, l’isolazionismo viene riproposto in salse solo apparentemente diverse. Solo così, pensano queste persone, si può risolvere l’angoscia del presente per garantirci il futuro.

I parallelismi tra la società di oggi e quella dei primi del ‘900 europeo sono talmente evidenti che anche volendo girare lo sguardo da altre parti, si incorrerebbe comunque in segnali inequivocabili: è la quasi totalità della società a risentire degli effetti di questa orrenda deriva. Il solo pensiero è terrificante e l’apatia della società, se possibile, è ancora più spaventosa.

Le democrazie e il liberalismo internazionale sono di nuovo sotto assedio, un assedio latente ed inconcludente fino a qualche decennio fa ma oggi tornato di moda e supportato in massa. Il sogno dell’Europa unita, nato dagli orrori della guerra e dello sterminio, sta lentamente svanendo sotto i colpi del populismo dei singoli paesi dell’Unione. Vi è una generale regressione verso il nazionalismo. E, di conseguenza, una crescente importanza del fattore “culo” che potrebbe decidere il destino di una persona in funzione della sua nazionalità.

Non impariamo mai.

Oggi più che mai, la Giornata della Memoria andrebbe vissuta non con lo sguardo rivolto al passato, ma al presente e ciò che ci circonda. Il rischio di camminare come sonnambuli verso una nuova tragedia è tutt’altro che basso.

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