E’ capitato innumerevoli volte, oramai. Non mi meraviglio più della cosa, è una regola per me. Guardando alcuni film finisco inevitabilmente con l’interessarmi a determinati argomenti: Jurassic Park mi portò più che mai ad interessarmi alla paleontologia (a cui ero già interessato), Operazione Valchiria mi portò ad approfondire la storia del Nazismo, Il Signore degli Anelli mi aprì le porte del mondo degli scritti di Tolkien, La Grande Scommessa mi ha recentemente “introdotto” al mondo della finanza e di qui al libro di Lewis (che sto leggendo con calma), e via dicendo.

Vi è un altro esempio, recentissimo, che ha reintrodotto nei miei interessi qualcosa che ne era parte quando ero decisamente più giovane: l’Antico Egitto. La cività egizia affascina più o meno tutti e penso sia normale: viene presentata sempre come avvolta da un’aura di mistero e le testimonianze che ci sono giunte vanno dal maestoso (piramidi?), all’enigmatico (geroglifici?), al solenne (le tombe dei faraoni, l’iconica maschera di Tutankhamon), fino al macabro (ammettiamolo, il rito della mummificazione e il culto ei morti hanno del macabro). Insomma, tanti elementi messi assieme non possono non catturare la fantasia di un bambino di 8 anni che studia Storia a scuola. E io ne fui catturato alla grande. Quanto di quello che imparai a scuola sia valido non lo so dire. Oggi ne sappiamo sicuramente di più e chissà quante teorie in voga negli anni ’80 sono state smentite da scoperte recenti.

Il film che ha riacceso la miccia, così per dire, è l’improbabile X-Men Apocalypse, visto in primavera al cinema. Cinque minuti scarsi di computer grafics e qualche geroglifico senza significato mi hanno fatto tornare alla mente le scene di un altro film che mi impressionò nel 1999 e che rientra tutt’oggi tra i miei guilty pleasure: The Mummy di S. Sommers.

L’accuratezza storica di questo film è 20 volte più scarsa dell’accuratezza scientifica di Jurassic Park (per citarne solo uno), ma l’obiettivo era quello di realizzare un film d’avventura a tinte horror e mi sta bene tutt’oggi. Nel 1999 però, anche volendo, non avevo fondi per acquistare libri sull’argomento. Quindi, dopo X-Men, mi sono deciso poi a cercare un titolo soddisfacente per imparare qualcosa di più delle solite due-tre cose che si sanno sull’Antico Egitto.

Ed è stato così che mi sono imbattuto in Joann Fletcher e nel suo libro “The Story of Egypt” (2015). Libro che, stando alle recensioni dei lettori su Amazon, è, nella peggiore delle ipotesi, boring, noioso. Se questo è il peggior commento possibile su questo libro, sono sicuro mi soddisferà alla grande. Joanne Fletcher è un’egittologa nonché Honorary Visiting Professor alla University of York. Da come descrive la sua infatuazione per l’Egitto nell’introduzione del suo libro deduco che la sua opera sia frutto non tanto di interesse e passione, quanto di amore per il campo. Questo è fondamentale. Vero, nella quasi totalità dei casi l’autore esprime amore per il campo di studi e per gli argomenti trattati, ma in questo caso specifico ho avuto la conferma delle parole della Fletcher da lei stessa, dall’entusiasmo che palesemente emerge nel suo documentario Immortal Egypt.

Al di la dei miei programmi di inizio anno inerenti la storia del Terzo Reich, penso quindi di rimandare la lettura del secondo e terzo volume dell’opera di Richard J. Evans al prossimo anno. Poco male. In fin dei conti, guardando alla cronologia dei libri letti ad oggi dal gennaio  2016, posso dire di essere molto vicino alle previsioni iniziali, ossia quella di dedicare questo anno principalmente alla Storia.

Con qualche piccola deviazione, direi di esserci ampiamente riuscito.

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