Nel tempo libero amo guardare nuovi film, soprattutto quando si tratta di storie realmente accadute o biopic. C’è sempre qualcosa da imparare da una storia “sincera” come può esserlo un biopic fedele.

La moda del biopic sta lentamente prendendo piede ad Hollywood negli ultimi anni e sempre un maggior numero di registi si dedica a raccontare la storia di questo o quel personaggio famoso. L’altra sera è toccato a Steve Jobs.

Già soggetto di un altro film biografico, “Jobs”, diretto da Joshua Stern nel 2013, Steve Jobs è un personaggio peculiare per una marea di ragioni. E’ stato ricco, famoso e controverso abbastanza: chiunque abbia letto di lui non può essersi fatto un’idea totalmente positiva. Jobs è stato un personaggio molto complesso e realizzarne un film pienamente soddisfacente sarebbe a mio parere molto difficile, se non del tutto impossibile.

La versione di maggior credito (almeno, a sentir le voci di corridoio) della vita di Jobs è stata portata sul grande schermo dal regista Danny Boyle. “Steve Jobs” è un lavoro, a mio modesto parere, soddisfacente. Magari povero in dinamiche, ma ricco, ricchissimo in informazioni.

 

Inevitabile il confronto con il suo predecessore, il già nominato “Jobs”di Stern. Ciò che di “Steve Jobs” non mi è piaciuto è una ragione puramente estetica. Pur amando Fassbender, infatti, non ci trovo somiglianza col vero Steve Jobs, mentre ritengo sia stata più giustificata la scelta di Ashton Kutcher in “Jobs”. Il bello è che i punti a favore di “Jobs” finiscano qui. Non sto a comparare le capacità dei due attori protagonisti (sarebbe come sparare sulla Croce Rossa), ma il confronto tra le due sceneggiature è d’obbligo.

La scelta di Stern fu quella di raccontare una vera storia, con l’obiettivo di narrare l’ascesa, la caduta e la resurrezione di Jobs, ma il risultato è stato non del tutto soddisfacente. Per scelte ed esigenze registiche, alcuni momenti sono stati modificati rispetto ai reali avvenimenti, mentre su tanti altri dettagli si è glissato, conseguenza del voler condensare in due ore scarse di film almeno 20 anni di storia in cui è praticamente successo di tutto. Al contrario di Stern, Boyle aveva a disposizione un copione voluminoso (tipo 170 pagine) scritto da Aaron Sorkin, qualcosa che ricorda più l’opera teatrale che il tradizionale cinema. Il risultato quindi è stato un film dalle due facce: lento, perché non accade praticamente nulla, veloce, perché ripieno di dialoghi, riferimenti, nomi, eventi, flashback e qualche sorpresa.

Entrambi i film, quindi, si allontanano dalla realtà, seppur in modi differenti. Nel secondo caso, infatti, Sorkin usa la struttura della sua sceneggiatura per far emergere i personaggi usando parole ed espressioni, più che azioni ed eventi. Solitamente non prediligo scelte di questo tipo, ma vista la complessità del personaggio in questione, ritengo che “Steve Jobs” sia il film meglio riuscito dei due.

Ho all’attivo forse 8-9 letture della biografia di Walter Isaacson (che consiglio a tutti), e posso dire di conoscerla bene. Per il sottoscritto quindi, eventi, riferimenti al passato e nomi sono tutt’altro che sconosciuti. Per chi invece è a secco, il film può risultare indigeribile, incasinato e inguardabile. Questo è l’unico difetto che io ho trovato nella pellicola di Boyle, al di la di una regia un tantino anonima (anche questa, forzata dalla sceneggiatura).

Ovviamente, un film non basta per capire appieno la figura di Jobs. Tanti, molti elementi mancano da entrambi i tentativi. Trovo quindi un po’ esagerati i commenti di totale discredito per il film di Stern. In fondo parliamo di due modi diversi di raccontare la stessa storia, seppur con efficacia diversa. La sceneggiatura di Sorkin è molto più personale: Jobs giganteggia molto di più che in “Jobs”. Vi sono i suoi rapporti personali con Chrisanne, sua figlia Lisa, con il suo amico di sempre Woz, con Andy Hertzfeld e con Sculley. L’intreccio ha ben poco di artificioso, la materia prima (Walter Isaacson) è di qualità, pertanto possiamo glissare sulla credibilità degli eventi, ma possiamo mettere la mano sul fuoco sul resto: parole, reazioni, scambi e battute hanno la massima plausibilità possibile. Se l’obiettivo di Sorkin era quello di mostrare Jobs alle prese con la sua vita e con le persone che erano parte della sua vita, ebbene, tanto di cappello: il quadro che emerge dalle mie letture si avvicina molto a quello che il suo film ha dipinto.

Consigliato!

 

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