Se vi capita di chiudere gli occhi, qualche volta, provate ad immaginare, con un po’ di fantasia, come potesse apparire agli occhi di un eventuale ‘alieno visitatore’ il nostro pianeta, tipo 540 milioni di anni fa. Questa, in sostanza, era l’idea fissa che avevo quando ero piccolo e provavo ad immaginare il mondo ai tempi del Mesozoico.

Lo so, pretendo un salto dell’immaginazione che va ben al di la delle nostre capacità. Ho introdotto l”alieno visitatore’ apposta, poi. Perché? Cruccio mio: primo, ritengo altamente probabile la vita su altri pianeti e, secondo, perché nessuno può viaggiare indietro nel tempo, per ragioni prettamente fisiche: il tempo scorre in una sola direzione (sigh), noi abbiamo una massa e non siamo dei tachioni (anche se questa storia dei tachioni che viaggiano indietro nel tempo è solo un’ipotesi). Quindi diventa più facile immaginare che in un pianeta lontano lontano una civiltà si sia evoluta a sufficienza da essere capace di viaggi interstellari già 540 milioni di anni fa. Ok, anche questo è uno scenario altamente improbabile, ma per contro il viaggio nel tempo è (purtroppo) impossibile.

Quindi, chiudiamo gli occhi e immaginiamo di essere un alieno che scende sul nostro pianeta mezzo miliardo di anni fa. Prima di tutto, i continenti: orribilmente ammucchiati in una enorme massa di terra color ruggine, principalmente ammucchiata al Polo Sud. In più, qualche continente-isola qua e la sparsi nell’emisfero settentrionale e basta. Una grossissima parte dello stesso emisfero Nord è totalmente coperta d’acqua. Mentre il pianeta ruota sotto i nostri piedi non possiamo non notare quanto il blu domini vastissime aree. Stiamo osservando i ‘resti’ di quello che una volta era un supercontinente chiamato ‘Rodinia’, uno dei diversi supercontinenti che si alternarono nel corso della lunghissima storia del nostro pianeta. Pangea è ancora 200 milioni di anni nel futuro. I dinosauri, quindi, sono tutt’altro che prossimi, in termini evolutivi.

Eppure, nonostante i continenti brulli e desolati, la vita prospera. Nei mari. Ci tuffiamo quindi in questa immensa distesa blu per dare un’occhiata e…

Senza titolo

credits: John Sibbick/Natural History Museum

Non vediamo niente di anche lontanamente familiare. Oddio, forse qualche concetto anatomico ci sussurra qualcosa, ma siamo davanti ad uno spettacolo alieno, inaspettato.

Quello che mi fa venire i brividi ogni volta che guardo immagini come questa bellissima rappresentazione di Sibbick è la consapevolezza di quanto ci siamo persi di una storia che non può essere descritta a parole. Chiaramente la realtà supera la fantasia. La ‘bestiola’ al centro dell’immagine, appartenente al genere Anomalocaris, è un predatore. L’interrogativo che ha animato per molto il dibattito scientifico in tema predazione è quando comparvero i primi predatori? La predazione tra animali è stata infatti ‘inventata’, non è ‘nata’ con la vita. O meglio, la predazione è stata ‘adottata’, visto che si tratta di una strategia per la sopravvivenza.

Ebbene, lo scenario che viene accettato di buon grado da una larga fetta dei ricercatori oggi è quello di un improvviso aumento dell’ossigeno nelle acque. L’ossigeno, secondo questa ricostruzione, fu il ‘combustibile’ che portò alla famosa ‘esplosione cambriana’, quel periodo della storia della Vita che vide, tra le altre, l’improvvisa comparsa di numerosissime specie animali dotate di parti dure, come l’esoscheletro. Insomma, sembra che i cianobatteri, moltiplicandosi all’improvviso come matti, iniettarono tanto di quell’ossigeno negli oceani da cambiare il mondo, per sempre. Fino a quel momento, infatti, i mari erano macroscopicamente desolati. L’assenza di ossigeno, condizione chiamata anossia, permetteva reazioni metaboliche che liberavano piccole quantità di energia e questo limite biochimico poneva un ‘tetto’ molto basso all’evoluzione di organismi complessi e allo sviluppo di lunghe catene alimentari. In presenza di ossigeno, però, subentra la respirazione. Con la respirazione le reti trofiche diventarono improvvisamente iper…trofiche, per modo di dire: gli animali, respirando ciò di cui si nutrivano, ottenevano una grande quantità di energia e questo porta la catena alimentare ad ‘allungarsi’ molto di più rispetto al passato. Fu un calcio alla selezione naturale che portò, in brevissimo tempo, ad un’esplosione di soluzioni anatomiche, una vera e propria corsa agli armamenti primordiale tra le antiche creature di quei mari.

Tuttavia, questo scenario, che non sembra fare una grinza, è stato sottoposto a severe critiche negli ultimissimi anni, mentre la domanda passava dal quando comparvero al perché comparvero i predatori? Effettivamente, condizioni di anossia non sono poi particolarmente difficili da trovare nei mari di oggi, sia tra le acque dolci che nei mari. Si sa da decenni che in condizioni così estreme esistono comunque ecosistemi, anche se molto semplici: con lo 0,5% di ossigeno esistono animali che si nutrono di microorganismi. Fino al 3% di ossigeno le reti trofiche restano molto, molto semplici, ma tra il 3% e il 10% la musica cambia, e di parecchio: la complessità aumenta in modo significativo e compare la predazione tra animali perché questa strategia paga.

La storia delle ‘iniezioni’ di ossigeno nell’atmosfera del nostro pianeta è piena di risultati contrastanti. Molti studiosi hanno trovato, dall’analisi delle rocce, che una grossa iniezione di ossigeno avvenne nelle acque poco prima del Cambriano, mentre altri indicano tutto l’opposto. Ci sono poi quelli che ipotizzano questi eventi come rapidi e temporanei picchi negli accumuli di ossigeno che in seguito si stabilizzavano su livelli più bassi, ma con un trend di progressivo aumento nel tempo e addirittura quelli che affermano in tutta tranquillità che l’ossigeno potrebbe essere stato molto meno importante di quanto pensiamo oggi, visto che la comparsa di organismi primitivi come le spugne avvenne milioni di anni dopo che la concentrazione di ossigeno nei mari raggiunse il limite minimo necessario per questi organismi.

Insomma, mai una certezza. Maledetti studiosi.

Gli interrogativi sono tanti, ancora, ma il bello di queste discipline scientifiche è anche il loro stesso limite. Nell’ossessionata ricerca delle nostre origini inevitabilmente ci poniamo domande che ci indirizzano verso ulteriori domande. Già oggi siamo costretti a correre ai ripari, cercando flebili indizi nella chimica delle rocce tramite tecniche al limite della fantascienza: arriverà il momento in cui dovremo ammettere che neanche la geochimica può darci informazioni in più sul passato della Terra. A quel punto ci sarà davvero impossibile completare il quadro e dovremo rinunciare a completare il puzzle, per sempre.

Ma prima che quel giorno arrivi, credo, c’è ancora tanto da scoprire e tanto da imparare.

 

 

 

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