Tra le tantissime fantasie che avevo da piccolo – fare l’archeologo, fare il paleontologo, studiare le stelle, fare il biologo, studiare medicina… – c’è stata anche, per un cortissimo periodo di tempo che non riesco ad allocare con precisione, l’idea di diventare maestro. Penso la cosa sia da far risalire a quando andavo alle scuole elementari, probabilmente verso gli ultimi anni.

Fare il maestro o il professore in una scuola, trasmettere le mie conoscenze a giovani alunni… per me era una cosa bella, oltre che nobile, ma soprattutto era una cosa che mi avrebbe permesso di guardare negli occhi dei giovani che sedevano dove tanti anni prima sedevo io. Ero curioso di vedere come si viveva dall’altro lato della cattedra, insomma.

Questo momentaneo desiderio è evaporato a velocità cosmica, sovrastato dal ben più massiccio amore per le creature preistoriche. Tuttavia, ironia della sorte, la mia collaborazione con l’università quest’anno mi ha visto per davvero dall’altra parte della cattedra, anche se in veste di ‘esercitatore’ e non di professore. In realtà, si è trattato di vere e proprie lezioni frontali. In inglese. L’esperienza non è stata delle migliori, perché sono stato costretto a parlare per ore di argomenti che conosco solo superficialmente. Ho dovuto ingegnarmi non poco nel preparare le lezioni, per fare in modo di evitare che sorgessero domande scomode alle quali la mia carente preparazione non riuscisse a dare una risposta. Sforzo inutile: nessuna domanda particolare è mai emersa nel corso delle mie 4 lezioni. Gli studenti, come vegetali, erano troppo stanchi o troppo poco interessati per porre delle domande.

Mi sono ritrovato, quindi, a ripensare a quando ero bambino e per un brevissimo periodo avevo pensato a quanto potesse essere bello fare il maestro. Bello però sarà quando si ha la possibilità di parlare di argomenti che piacciono, quando si tratta della tua passione, del tuo campo. Nel mio caso non è andata così, purtroppo. Ho affrontato la cosa con noia e poca voglia. Il perché di questo mio atteggiamento è materia troppo lunga da discutere qui, coinvolge numerosi aspetti, ma il sunto è questo: molta noia e poca voglia.

Ripensando però al ruolo degli insegnanti, mi sento di dire ‘fortuna che non insegno in una scuola’. Al di la della deriva dei giovani di oggi, che vedo molto più ribelli, indisciplinati e disinteressati rispetto a quanto eravamo noi nati negli anni ’80, è proprio il sistema scolastico italiano a non dare una bella immagine di se, tra precari che lavorano gratis, scuole che cadono a pezzi e tutela degli stessi insegnati sempre più debole e malaticcia. L’ultima news che mi è capitato di leggere la riporta Orizzonte Scuola. Si tratta di un abuso di mezzi di correzione o disciplina come riporta una sentenza della Corte di Cassazione del dicembre 2015, che ha comportato la condanna di una docente.

Sono contesti a dir poco scioccanti. Il corpo insegnante rappresenta lo strumento tramite il quale formiamo le prossime generazioni. E’ una figura delicatissima che merita rispetto. Se manca la tutela della figura professionale, manca automaticamente la tutela del ruolo istituzionale quindi il contesto scolastico perde di significato. Per quale motivo mandiamo i nostri figli a scuola se non per imparare?

La sentenza (cito), dice chiaramente che la minaccia di bocciatura reiterata rientra tra uno qualsiasi di quei comportamenti che

umilii, svaluti, denigri o violenti psicologicamente un alunno causandogli pericoli per la salute, atteso che, in ambito scolastico, il potere educativo o disciplinare deve sempre essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante del minore, senza superare i limiti previsti dall’ordinamento o consistere in trattamenti afflittivi dell’altrui personalità.

La docente è stata condannata al pagamento di mille euro. E questa è la beffa minore. Forse sarò banale, ma il danno più grosso non sono i mille euro, quanto il danno all’autorità di una figura chiave nel contesto scolastico. Forse questo la Corte di Cassazione pare proprio non averlo considerato.

Ne ho sentiti diversi di eventi di questo tipo. Insegnanti che trovano impossibile esercitare perché la classe non lo permette, studenti che minacciano i professori, comportamenti non consoni e via dicendo. Sono situazioni inaccettabili che non lasciano scampo al professore/maestro.

Il problema ovviamente, è molto più complesso di quanto non lasci intendere io e ne sono consapevole. Tuttavia, condannare un professore per la reiterata minaccia di bocciatura è un atto ingiusto, nonché dannoso per la scuola. Quello che sfugge ai genitori di questi ragazzi è che la scuola è il posto in cui i ragazzi gettano le basi per il loro futuro: va affrontata con impegno e serietà, sopratutto se non si intende proseguire con gli studi universitari. Ne ho visti di ragazzi che vanno a scuola senza però essere alunni/studenti, come se ci fosse quacosa di meglio da fare alla loro età. Senza tirarla per le lunghe, a molti riesce impossibile appassionarsi agli studi. Io, all’epoca, ci riuscii. Quando compresi le multiple possibilità che mi si aprivano davanti, accoglievo ogni giorno di scuola con curiosità ed entusiasmo. Era tutto nuovo, tutto interessante, tutto figo! Avevo rispetto per le insegnanti non perché me lo imponesse la buona educazione, ma perché riconoscevo la loro importanza. Oggi purtroppo non è così. La scuola è quel percorso che non da niente. E’ inutile, una rottura. Tanto vale non andarci.

Questo alla fine porta ad avere delle classi nelle quali su 20 ragazzi 1-2 sono veramente interessati ad imparare, mentre al resto interessa poco. Come se in futuro saremo sempre protetti dai genitori, sempre spensierati, sempre col culo parato. L’istruzione non conta più per nessuno.

Mi dispiace per tutti i professori e i maestri che hanno scelto l’insegnamento come lavoro della loro vita: scommetto che molti di loro non riescono a dare il massimo e questo è un peccato, uno spreco di risorse e di potenzialità. Il tessuto scolastico si degrada di decade in decade, attaccato da tutti i lati, senza accenni di cambiamento.

Qualcosa deve cambiare, prima che sia troppo tardi.

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