E’ impossibile non notare il comune sentimento di nostalgia che emerge quando si parla del passato. Tutti noi viviamo almeno una volta nella nostra vita la sensazione che il presente (e il futuro) è (sarà) meno memorabile di ciò che è stato, come se in qualche modo fossimo caduti in una condizione deprecabile di miseria e fame. Diamo tanta importanza ai nostri ricordi senza impegnarci a vivere appieno il presente, il quale diventerà passato nel giro di poche ore (in realtà, di pochi istanti).

In qualche modo guardarsi indietro sembra essere l’unico modo che una persona ha per sentirsi felice, ma allo stesso tempo rende ‘amaro’ il presente e preoccupante il futuro. E gli esempi si sprecano. Molti si lamentano addirittura di un passato che non hanno mai vissuto, come la gente che dice che ai tempi del Fascismo si viveva meglio. La cosa è a tratti inquietante, perché sembrano gli effetti di una società decadente che ha smesso di scommettere sul futuro vivendo il presente. Di conseguenza sembra di assistere ad una sorta di devoluzione generale, in cui invece di andare avanti imparando dagli errori del passato, ci si illude che il passato sia l’obiettivo da raggiungere, perché rappresenta per molti aspetti il benessere che non viviamo più. Quindi come può la gente immaginare un futuro radiante se il presente è peggiore del passato e il futuro, automaticamente, sarà peggiore dell’attuale presente? Questo crea, inevitabilmente, una spirale di pessimismo crescente che è irrazionale, che non ha assolutamente fondamento, che è fondata sul nulla.

Ripeto, anche io spesse volte sono caduto in questo tranello. Ah, quei tempi in cui…  ci porta alla conclusione che la nostra infanzia, ad esempio, fosse priva di qualsiasi tipo di preoccupazione o di problema, che fosse un periodo d’oro della nostra vita e che il futuro non sia altro che degrado progressivo. Posso concordare magari con gli aspetti oggettivi, quali l’economia, la politica, la salute o altro, ma anche in quei casi si deve mettere tutto nella giusta cornice e i margini di discussione sono ampi.

Il problema non è tanto confrontare il passato e il presente: inevitabilmente saranno diversi, altrimenti la vita sarebbe piatta e priva di stimoli. Il problema è rendere il presente, quanto meno, migliore del passato. La battaglia, se così la vogliamo chiamare, è qui ed ora, nel presente. In fondo, fisicamente parlando, siamo intrappolati nel presente: non abbiamo accesso al passato e non abbiamo accesso al futuro. A differenza delle dimensioni spaziali che conosciamo e nelle quali possiamo muoverci con tranquillità a nostro piacimento, la dimensione Tempo per noi non è accessibile se non dal presente. E’ quindi superfluo pensare a quello che è stato, se alla fine possiamo vivere solo quello che è: porta via energie, non restituisce nulla di utile, anzi, peggiora il nostro stato d’animo per via della nostra assidua convinzione che il passato sia migliore del presente.

Bisogna pianificare, ma non tanto il futuro quanto il presente. L’obiettivo dev’essere vivere la nostra vita al meglio delle nostre possibilità, renderla valida e degna di essere vissuta nel presente. Alla fine, siamo noi a plasmare gran parte di ciò che caratterizza la nostra vita. Il passato è andato e da li possiamo solo trarre insegnamenti e ricordi per migliorare il presente.

Rimpiangere il passato è inutile, rimpiangere un passato che non si è mai vissuto è da stupidi. Vorrei tanto che la gente si fermasse a pensare un po’ ogni tanto, invece di creare trend. Come diceva un personaggio di Crichtoniana invenzione, nella società dell’informazione pensavamo di abolire la carta stampata ma in realtà abbiamo abolito il pensiero.

E’ dannatamente e tristemente vero.

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