Se c’è qualcosa che cerco sempre in un film, è il coinvolgimento emotivo. Un film deve saper scatenare emozioni per essere un gran film, altrimenti è un semplice film di intrattenimento.

Magari sbaglio, ma Fury è ben più che un semplice film di intrattenimento. Al momento, per me, è il miglior film del 2015.

Fare un film sulla Seconda Guerra Mondiale e/o sul nazismo potrà anche essere semplice, essendo catastrofe di portata inimmaginabile, quindi di sua natura un soggetto che stimola pietà, orrore e paura, ma al giorno d’oggi non può permettersi di essere banale. Un esempio di film che mi sembra banale, pur avendo del potenziale? Good, di Vicente Amorim. Good ha un potenziale enorme, un soggetto bellissimo e un messaggio importante: perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione (E. Burke). Eppure, partendo da queste ottime premesse, il film fallisce miseramente nell’immedesimare lo spettatore nel clima dell’epoca e quindi, di conseguenza, non riesce ad essere memorabile nei momenti in cui avrebbe dovuto esserlo. Good gode di un cast di tutto rispetto (tra i noti ai più Viggo Mortensen, Jason Isaacs, Mark Strong), ma questo non basta a salvarlo. Good, quindi, resta un esperimento fallito. Non è la mancanza di azione a renderlo noioso, quanto la mancanza di mordente. Non ci sono scene o momenti validi. Il film semplicemente si trascina, passivamente, fino alla fine. Parliamo di un film che avrebbe potuto mostrare molto di più, ma che non osa. Di conseguenza resta anonimo. Un esempio diametralmente opposto? Lettere da Iwo Jima, di Clint Eastwood, ad oggi uno dei pochissimi film che mi abbia fatto piangere (con lacrime vere). Lettere da Iwo Jima sarà anche il fratello minore e non previsto di Flags of Our Fathers, ma resta un capolavoro del genere che da, più dello stesso Flags of Our Fathers, un volto più accurato della guerra tra giapponesi e americani.

Ecco, Fury si colloca nel solco di Lettere da Iwo Jima. Dalla sua non ha grandissimi attori. Brad Pitt (per quanto preferibile a tanti altri famosi attori hollywoodiani, non mi ha mai fatto impazzire), Shia LaBeouf, Logan Lerman, Michael Peña e John Bernthal non sono la crème de la crème. Magari saranno anche nomi grossi, ma nei loro film spesso si prestano ad interpretazioni di livelli certo non eccellenti. Con qualche rara eccezione. Bene, in questo film il regista Ayer è riuscito a farmi piacere anche LaBeouf. E ce ne vuole. Quello che voglio dire è che da un attore si può spremere il meglio solo se lo si fa lavorare in ruoli credibili e che ben gli calzano. Per questo in molti blockbuster moderni capita di vedere grandi nomi sacrificati in ruoli incomprensibili, con risultati discutibili. Fury, sempre secondo me, ha azzeccato il casting, e questo è già un ottimo punto di partenza.

La regia di Ayer non si spinge mai all’eccesso e di questo bisogna dargliene atto. Non ci sono mai inquadrature con migliaia di soggetti, centinaia di macchine e l’epicità che solo le grandi dimensioni sanno trasmettere. No. Al contrario, ci si sofferma su commando di poche decine di uomini, ingaggiati in combattimenti estremamente crudeli. L’orrore in Fury sta nei corpi mutilati al limite dello splatter. Ed è su questo che gioca maggiormente il regista, esprimendo un concetto sicuramente non nuovo, quello della tragicità della guerra. Aspetta di vedere cosa può fare un uomo ad un altro uomo sono le parole che rivolge uno dei protagonisti al nuovo arrivato Norman (Logan Lerman). Ed è così, perché per tutta la guerra vediamo uccidere per piacere, per divertimento, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Di fronte a tutte quelle morti il soldato non batte ciglio, chiuso in un guscio di impenetrabile indifferenza all’orrore che lo circonda. Ayer però sa che per costruire un personaggio credibile bisogna creare dei contrasti lampanti, delle contraddizioni: ecco quindi Wardaddy (Brad Pitt) piangere di nascosto per la perdita di uno dei suoi uomini poco dopo aver detto a Norman di non affezionarsi a nessuno, oppure l’odioso Grady (John Bernthal) chiedere umilmente scusa a Norman per il comportamento al limite del grottesco di poche ore prima e infine Boyd ‘Bibbia’ Swan continuare in un patetico atteggiamento di religioso rispetto per tutto ciò che lo circonda ma non per il nemico. Non si stenta a credere che circostanze del genere siano la regola in tutti gli eserciti, ma nonostante ciò, gli uomini di Ayer conquistano lo spettatore. Conquistano perché sotto sotto sono meno mostruosi di quanto vogliano apparire. Sono giunto a questa conclusione a metà film, quando viene fuori la storia dello sbarco in Normandia e delle giornate passate a sparare ai cavalli morenti, in un clima di tensione altissima che (forse) il regista tira un tantino per le lunghe, rendendola insopportabile. I momenti forti sono quelli in cui i personaggi di Fury si trovano a dover scegliere da che parte stare, quale lato di se mostrare, e sono paradossalmente i momenti più forti di tutto il film.

L’odio viscerale è un altro tratto marcatamente presente in tutto il film, e una delle sue principali caratteristiche. In ogni occasione è palese l’odio verso il nemico prima e durante lo scontro e la serenità delle esecuzioni dei prigionieri a battaglia vinta, quasi fosse un gioco per scaricare lo stress e concludere la giornata. Uno è portato a pensare che l’odio sia rivolto verso le sole SS, ma sembra che fosse piuttosto amplificato fino a comprendere l’intera popolazione tedesca. Ho iniziato questa guerra uccidendo tedeschi in Africa… ora uccido tedeschi in Germania è una frase che mi lascia pensare parecchio, ad esempio, quando a dirla è un personaggio che passa la totalità del film a uccidere fottutissimi battaglioni SS per poi, in un’altra occasione, ordinare la fucilazione di un SS responsabile delle impiccagioni dei bambini e, in un’altra occasione ancora, urlare che bisogna sparare a chiunque si muova, sia esso un bambino o un adulto. Questa mancanza di pietà per un nemico catturato e inerme assume dimensioni estreme portando a vedere i tedeschi come veri e propri insetti, da schiacciare senza pietà.

Ed è proprio alla fine che Ayer mi ha meravigliato di più. Venendo infatti alla pietà ha confezionato la scena forse più prevedibile di tutte, ma, viste le premesse, meno sensata di tutte, ossia l’atto di pietà che non ti aspetti dalla persona che non ti aspetti. Siamo tutti uomini – questo immagino sia il messaggio – e in guerra non c’è la parte cattiva contrapposta alla parte buona. La guerra rende l’uomo bestia in entrambi gli schieramenti. Fury è principalmente questo. E per una volta abbiamo degli americani immorali che si rendono responsabili di azioni immorali. Forse è proprio per questo che Fury non ha ricevuto nessuna nomination agli Oscar.

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