Bene, dopo averne parlato tanto male senza neanche averlo visto, qualche sera fa mi sono fatto coraggio e, annoiato all’eccesso, ho visto per la prima (e forse anche ultima) volta Jurassic World, questo acclamato capolavoro dell’anno 2015 di cui nessuno proprio vuole parlare in modo franco e sincero, tranne rari, rarissimi esempi.

Si, senza neanche averlo visto, avevo già messo l’etichetta a questo film e non che ci volesse molto. Le fughe di notizie prima della release non potevano mettermi addosso la voglia, l’ossessionata fame di visione che invece sembrava essersi impossessata dei fan della saga. Per evitare incomprensioni, lo ripeto per la cinquantesima volta, io sono un fan di Jurassic Park e lo accetto con tutti i pro e i contro come film di intrattenimento. Quando voglio parlare di dinosauri, però, mi rivolgo ad altre fonti.

Quindi, armato con la più potente noia possibile, qualche sera fa ho guardato questo film da 1 miliardo e 600 milioni di dollari di incasso. E non ho molto da dire, purtroppo. Solite scelte da blockbuster banale, niente di nuovo, punti meh, plot twist che fanno storcere il naso, personaggi dallo spessore della carta velina (roba che Nedry nel primo era un capolavoro di personaggio). Ah, e ottime musiche, ma questo è un capitolo a parte.

Per quello che vale, d’ora in poi rivelerò forse qualche particolare del film, per cui se non lo avete ancora visto… fermatevi qua. Almeno, se avete intenzione di guardarlo.

Insomma, il Jurassic World è un parco di successo che… vede la propria fine per colpa del protagonista stesso del film. Si, avete letto bene. Il film mostra in maniera chiara e tonda sulle spalle di quale personaggio grava la fine catastrofica 2.0 di Isla Nublar. Il personaggio è Owen, interpretato da Pratt. Owen, oltre a rappresentare l’uomo duro, instancabile ma sensibile e rispettoso della Natura è anche la principale calamità del parco, visto che la fuga dell’Indominus rex è sostanzialmente colpa sua. In un passaggio un po’ confuso del film infatti, questa nuova attrazione animale, letale come la peste medievale, inscena la sua scomparsa dal paddock dove era rinchiusa. I sistemi di rilevamento del calore animale, parte delle complessissime misure di sicurezza del parco 2.0, non riescono a trovare la traccia termica di questo coso e mandano nel panico i protagonisti, ossia Owen e la donna che gestisce il parco, Claire. Un minimo di sale in zucca avrebbe magari permesso allo sceneggiatore di rendere la scena meno stupida di quanto non sia già, ma purtroppo non è andata così. E bene, allora visto che l’animale non è nel recinto e che ci sono segni di unghiate sulle mura di contenimento, meglio chiamare la sala controllo per localizzare l’animale! Ecco, io non voglio essere cattivo, ma non bisogna nascondersi dietro un dito: la chiamata poteva essere fatta anche li sul posto, invece di scappare subito verso la sala controllo. Ovviamente questa mossa un po’ così, non-necessaria, è l’evento scatenante il tutto, immagino: senza Claire, Owen e il grassoccio addetto alla sicurezza (che ha sotto controllo visivo tutto il paddock, tra l’altro) avrebbero avuto mano libera per fare la più grossa cavolata di tutto il film, ossia entrare nel recinto. Senza una conferma della fuga dell’animale. Così. Voi sareste entrati nel recinto senza la conferma al 100% che la bestia più pericolosa che abbia mai calcato l’argilla di Isla Nublar fosse effettivamente fuori dal recinto? Ecco, io no. Manco morto. Manco pittato. Ma manco pagato. Owen, però, lo fa. E fa scappare l’animale. Siamo quasi ai livelli della Lois Lane di Snyder che fa le fotografie a strumenti alieni minacciosi in una astronave aliena sconosciuta in un posto sconosciuto:

Lois

…e dell’imbecille che gioca con l’alieno di forma equivoca in Prometheus:

prometheus

Il resto del film è un de-javù di quello che si è visto negli altri film, pompato ancora di più. Invece di 20 persone ce ne sono 20mila, invece di qualche animale ce n’è qualche centinaio, invece di avere degli animali capaci di accoppiarsi nonostante siano tutti di un solo sesso, ne abbiamo uno che è capace di mimetizzarsi, comunicare con gli altri, uccidere sauropodi ad una velocità stratosferica (tanto che i poveri animali muoiono tutti in 10 metri quadri) e che è immune alla qualsiasi arma da fuoco. Gli avranno messo dentro i geni di qualche X-Men.

Lo so benissimo, non si può giudicare un film dai soli plot holes. Anche Jurassic Park ne ha di plot holes, ma quello era un altro pianeta. Quel film è talmente bello che i plot holes te li mangi a colazione e neanche ci pensi su. In questo Jurassic World invece, non si capisce bene dove si voglia andare a parare.

Nel film poi aleggia una critica un po’ rivolta al mondo intero e mi chiedo a cosa sia servita, visto che non da spessore al film ed è fuori luogo. Si insiste con la storia che la gente di oggi non conosce il limite, vuole sempre di più, che si stanca presto di ciò che ha e vuole l’articolo nuovo. E’ proprio da qui che nasce l’idea di creare quello che a tutti gli effetti, è un Kaiju alla Pacific Rim (dimensioni a parte), l’Indominus rex. Poi abbiamo il tecnico della sala controllo che è un fan del vecchio parco, tanto da indossarne una maglietta, e che continua a decantare le lodi di quel parco, la naturalezza di quei dinosauri e il contrasto con questo nuovo parco. E’ la rappresentazione del fan deluso, che non fa altro che lamentarsi del Jurassic World. Alle sue lamentele però non ho visto nessuna risposta da parte del parco, che è una versione ultramoderna e funzionante delle idee di Hammond, niente di più.

Poi c’è l’unico personaggio di legame col primo film, il genetista Wu. In questo film Wu si distanzia del tutto dal personaggio originale scritto da Crichton, prendendo la strada opposta: è lui il padre della nuova creatura, è lui che ne detiene i segreti, è suo il piano di fuga finale. Una scheggia impazzita che sarà il filo conduttore dei prossimi capitoli, ma che il regista usa per mettere una pezza a questo colabrodo di film. Ad un certo punto Wu afferma che il concetto di mostro è relativo, continuando a dire che, per un uccellino un gatto è un mostro e conquistando a mani basse e contemporaneamente sia il primo premio per la stronzata più grossa del 2015, sia il primo premio per la parata di culo più clamorosa dell’anno. Questo film ha l’arroganza e la faccia tosta di giustificare l’ingiustificabile, ossia il passaggio da un franchise che provava a mostrare animali veri a franchise che mette in mostra ibridi mostruosi. Di questo ho già parlato in passato, quindi non mi dilungo. Vale la pena di ricordare però che tantissime persone hanno mangiato la foglia sorridendo come ebeti, senza sapere che in futuro saranno obbligati a mangiarne tante, tante altre. E da tecnologo alimentare al posto loro io mi preoccuperei dei coliformi fecali.

Jurassic World è anonimo, piatto, banale e a tratti forzato. E’ nella media dei blockbuster scarsi, non spicca in nessun momento: non c’è tensione, non ci sono guizzi. I momenti cruciali sono gestiti alla solita maniera, coi soliti cliché tipo il telefono che non ha campo quando serve, la situazione familiare difficile, la donna che da acidona iniziale diventa una futura perfetta mamma, l’eroe con la coscienza sempre pulita e dalle mille risorse che fa innamorare la donna, il cattivo di turno che muore perché deve morire per forza e tanta carne al fuoco. Qualche anno fa avrei giudicato questo film diversamente magari, ma oggi sono stufo di questo cinema dilettantesco che non sa più stupire. Si, sono stufo, ma io non voglio più denti, non voglio più azione, più carne al fuoco. Io vorrei più storia, più personaggi, signor Trevorrow. Cose che in maniera evidente il suo Jurassic World non ha.

Insomma, non do un voto perché sarei scontato, ma se questo è il maledetto capolavoro che qualcuno millanta, allora per il cinema è veramente crisi…

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