Per interrompere la lunga serie di letture di saggi scientifici che ho intrapreso da un pò di tempo, qualche settimana fa ha deciso di leggere un romanzo, qualcosa che mi catturasse per davvero. Scelta piuttosto difficile quando non si ha un titolo interessante per la testa. Nei miei giri in libreria infatti ho visto un mucchio di libri ma nessuno mi ha catturato, nessuno ha fatto scattare quella molla del tipo ‘uhm, interessante’.

Poi ho scoperto questo film:

Marte rappresenta qualcosa di speciale. Sin da quando gli furono fantasiosamente appioppate storie di civiltà tecnologicaente avanzate ma in decadenza (il tutto dovuto ad un errore di traduzione di un termine da una lingua all’altra, pensa te), Marte ha assunto un fascino unico. Al momento attuale rappresenta il prossimo confine obiettivo per una spedizione umana dopo la Luna.

Marte è un pianeta arrugginito. Molto probabilmente l’acqua che fluiva sulla sua superficie un tempo, poco dopo la formazione del pianeta evaporò come risultato dell’azione dei violenti raggi ultravioletti del sole. Sotto i raggi UV, l’acqua viene scissa in idrogeno ed ossigeno, ma essendo la rottura del legame omolitica il risultato è la produzione di radicali. Il radicale idrossido, in modo particolare, è, chimicamente parlando, una bestia mostruosa capace di ridurre in brandelli qualsiasi molecola organica. E, mentre l’idrogeno molecolare volava via verso lo spazio, troppo leggero per essere trattenuto dalla flebile gravità marziana, l’ossigeno reagiva con le rocce, legandosi ai metalli in esse contenuti. Ed ecco a voi un pianeta che nel giro di poco tempo (geologicamente parlando: non si hanno tuttavia delle stime attendibili sulla quantità di acqua che una volta copriva la superficie del pianeta rosso, che io sappia) ha perso tutta la sua acqua di superficie e che ha consumato tutto l’ossigeno che possedeva legandolo nella chimica delle rocce. Marte non ha inventato il trucco della fotosintesi, come è successo sulla Terra. O meglio, allo stato attuale delle conoscenze Marte non ha mai inventato il trucco della fotosintesi. Aspettiamo fiduciosi nuovi sviluppi in merito, ovviamente. Tuttavia, secondo questo quadro, viste le condizioni del pianeta rosso, servirebbe qualche processo di terraformazione efficace per renderlo abitabile. Sicuramente qualche cervellone ha lavorato oppure è ancora al lavoro su qualcosa del genere, possiamo esserne certi. Uno penserà ‘…vediamo di risolvere i problemi a casa nostra prima di spendere risorse in inutili progetti di questo tipo!’ e avrà ragione per il 20% (ad esser buoni). La realtà però è che l’esplorazione spaziale è spinta dalla voglia di avere risposte su chi siamo e quale è il nostro posto nel cosmo. Parte della risposta potrebbe essere davvero nascosta in giro per l’universo.

Tornando a noi, il film di Scott mi ha fatto drizzare le antenne e, dopo una rapida ricerca, ho scoperto che la storia è tratta da un libro di discreto (forse più che discreto) successo di critica, ‘The Martian‘, scritto da un certo Andy Weir. Per la prima volta ho trovato conveniente l’acquisto del libro in italiano: la Newton Compton infatti ha realizzato una edizione tascabile di tutto rispetto per meno di 5 euro. Valeva la pena acquistarlo e non ci ho pensato due volte a tirar fuori la banconota da 5 euro.

E’ stata una bella e gradevole lettura.

Come dicevo in altre sedi qualche giorno fa, a differenza di Weir non sono un appassionato di tecnologia, pertanto mi è difficile capire quali sono i punti in cui l’autore sconfina nella fantascienza e quali quelli in cui resta saldamente ancorato alla realtà. Il racconto è ricchissimo di dettagli che faranno la felicità degli appassionati del genere, particolari che sono di importanza capitale per poter seguire la storia e i diversi colpi di scena che si susseguono. Il protagonista, che monopolizza quasi interamente la prima parte del libro, da prova di essere intelligente quanto basta: nessuna cosa impossibile, nessun salto di fantasia, tutto resta nel regno della plausibilità ‘abbondante’. Buona parte delle sue azioni sono giustificate dalla sua formazione professionale. Su Marte è la chimica a salvarti la vita. La chimica e quel pò di fisica elementare, giusto nei particolari. Ho adorato il modo in cui Weir lascia parlare il suo personaggio come se fosse un maledetto nerd. Il limite dell’uomo sta nel fatto che è alla mercé dell’ambiente nel quale si trova a dover lottare per sopravvivere e in questo non poteva mancare un pizzico di fortuna. La fortuna rende il protagonista umano e il racconto molto più realistico. In fondo non ci si poteva aspettare che l’unico uomo su Marte riuscisse senza problemi a salvare la pellaccia. Curioso è l’alternarsi di momenti di felicità e soddisfazione a momenti di quasi depressione per la piega degli eventi. Questo aspetto, criticato dai più, è del tutto plausibile: la solitudine, l’ostilità dell’ambiente e il sottile filo che intercorre tra la sopravvivenza e la morte spinge l’uomo ad aggrapparsi a qualsiasi nuovo cambiamento positivo con entusiasmo e a reagire a qualsiasi cambiamento negativo con estremo pessimismo. Non stiamo parlando di un trucco di Weir per rendere la lettura meno monotona (non lo è affatto), ma alla semplice reazione del corpo umano ad una situazione eccezionale. Io ho trovato questi particolari estremamente interessanti. E’ evidente che l’autore non vuole concentrare tutta la storia sulla celebrità marziana. Il tema del libro è il profondo attaccamento di un essere umano verso un altro essere umano, la forza che ci spinge al sacrificio pur di salvare altre persone. Il panorama quindi si allarga, la questione diventa di dominio pubblico: su Marte c’è un sopravvissuto. Ed ecco che entrano in gioco i sentimenti morali, le ragioni economiche, i limiti tecnologici, il rischio. Certo, è moralmente inaccettabile lasciare un essere umano a morire su un pianeta ostile, ma è economicamente sensato?

Il racconto di Weir è un gioiellino, è un moderno Robinson Crusoe scritto con arguzia e ricchezza di particolari. E’ un racconto plausibile che affonda saldamente le sue radici nella scienza elementare, senza troppe pretese. Come sempre quando si adatta un libro per il cinema, l’equivalente cinematografico potrà aspirare a riassumere in 2 ore una vicenda inedita in cui l’ingegno umano prova a prevalere sulla natura delle cose. Ridley Scott è da tempo in fase calante, i suoi film, seppur presentati divinamente, non sono paragonabili ai suoi vecchi capolavori della fantascienza.

L’augurio è che riesca a impacchettare un film diverso dal solito.

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