Chi mi conosce sa che una buona parte delle mie letture è indirizzata al sanguinoso periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ho letto diversi libri firmati da Joachim Fest, sui quali spicca il capolavoro biografico su Hitler, ad esempio. Ma non solo. Ho letto anche la biografia su Mussolini (firmata da Bosworth), e il tomo di Cartier sulla Seconda Guerra Mondiale. A queste letture ovviamente vanno affiancate anche quelle di Annah Arendt ‘La Banalità del Male’ e di tutti gli altri saggi (impossibile ricordarli tutti) che conservo gelosamente come tesori di valore inestimabile.

Una volta, in treno di ritorno da Roma, un ragazzo di colore entrò nella cabina dove ero alle prese con la lettura della biografia su Mussolini. Notando la mia lettura, mi chiese tranquillamente perché stessi leggendo quel libro. ‘Curiosità’, risposi. Ma curiosità per l’ideologia o curiosità, diciamo, storica? chiese. ‘Per curiosità storica’, risposi. Era la verità dopotutto. Però non compresi perché quella domanda. Non era certo una novità, anche altra gente assume atteggiamenti similari in situazioni analoghe, ma la ragione mi è ignota.

E’ come se certe letture fossero tabù. Questa cosa non è giusta. Immaginatevi cosa scatenerebbe la lettura del ‘Mein Kampf’ in pubblico. Per anni ho cercato un modo per recuperare una copia di questo libro. Ci fossi riuscito, chissà cosa mi sarei sentito dire. Al contrario, non ci sono (ancora) riuscito, anche se so dove comprarla, in caso. Il fatto è che non mi serve, non più. Le mie recenti letture mi hanno soddisfatto a sufficienza. Quel viscido rigurgito di idee della mente di un abietto e fallito caporale austriaco non mi serve per ricostruire ciò che accadde e perché. Resta però un fatto che anche la biografia firmata da Fest sia stato costretto a leggerla in privato, al riparo da occhi indiscreti. E stiamo parlando di un saggio storico dall’immenso valore culturale, non di un libro di propaganda.

Comunque sia, l’ultimo pezzo delle mie letture sull’argomento Olocausto è il romanzo ‘La Lista di Schindler’ di Thomas Keneally, dal quale è stato tratto l’omonimo film di Spielberg. Ad ogni pausa dalla lettura mi trovavo in uno stato di tristezza e smarrimento, risultato di un mix di emozioni estreme: orrore, incredulità, senso di colpa (stranamente, come se fossi uno dei carnefici) e un enorme senso di pietà per tutti gli innocenti ridotti prima ad ombre di se stessi e poi ad un mucchio di cenere. Oramai dovrei averci fatto il callo a letture di questo tipo, ma proprio non c’è verso: per la mia mente sono letture che lasciano un segno oserei dire indelebile. Mentre scrivo ho ancora in testa le immagini evocate dalle descrizioni della liquidazione del ghetto di Cracovia, le esecuzioni sommarie di Goth a Plaszow, le violenze sulle donne del campo, le pile di cadaveri incendiate e l’aria malsana di Auschwitz. Forse dovrei evitare di leggere dell’olocausto: ho appurato già tempo fa di non essere capace di sopportare certe ‘visioni’. Durante la prima lettura di ‘La banalità del male’ capitò un paio di volte di spalancare gli occhi di fronte a determinati pezzi del testo. Incredulo tornavo indietro di un paragrafo, rileggendolo per intero. Quando mi accorgevo di aver letto giusto, un senso di nausea mi obbligava a chiudere il libro e a pensare ad altro. Non ci sono parole per esprimere certi atti. Quello che più nitidamente emerge dal libro di Keneally, comunque, non è il sistematico sterminio di una popolazione (quello me lo aspettavo) quanto la corruzione di un sistema che ho sempre pensato immune a questo tipo di sotterfugio. L’opera di Schindler non sarebbe stata possibile se il sistema fosse stato incorruttibile. Forse sbaglio, ma un parallelo è involontariamente emerso, nella mia mente, durante questi giorni di lettura: da una parte i soldati della Wehrmarcht, talmente legati al loro giuramento da non essere capaci, se non a prezzo di enormi sacrifici interni, di pianificare in modo professionale e impeccabile un attentato alla vita di Hitler (e il numero di casi è molto lungo), dall’altra le SS, corpo d’elite, che, invece, erano corruttibili fino allo schifo. Capisco, lo stermino per loro era prima di tutto e soprattutto una questione economica. Solo non mi aspettavo un livello di corruzione talmente esteso, forte, radicato. Ulteriori ricerche in merito sono obbligatorie, ovviamente. E’ un aspetto curioso che non ricordo di aver mai incontrato nelle mie precedenti letture.

Ovviamente consiglio la lettura di questo libro a tutti quanti, ragazzini compresi. La vita di Schindler in quegli anni è un esempio da seguire moralmente. Questo tedesco dei sudeti, arrivato in Polonia con poca roba, voleva fare una montagna di soldi. Ce la fece, per una serie di circostanze favorevoli. Ma poi si accorse che il sistema stesso, opera e principale fattore del suo arricchirsi, era autore di crimini che mai prima d’allora erano stati mai portati avanti con così accanita regolarità, precisione estensione. Come sempre in questi casi, mi chiedo come mi sarei comportato? Il coraggio di Oskar, sostenuto certo da amicizie e legami personali, andrebbe esaltato, raccontato e onorato da sera alla mattina. Ripeto, anche ai ragazzini.

Avevo 9-10 anni quando a scuola la maestra proiettò ‘Schindler’s List’. Fu un’esperienza a dir poco drammatica, qualcosa che andava ben oltre le immagini in bianco e nero del sussidiario, a scuola. Fissai nella mente immagini fortissime, come la liquidazione definitiva del ghetto di Cracovia, un momento sbalorditivo per violenza nel film, i forni crematori di Auschwitz  e il finale, durante il quale davvero lo spettatore (il bambino, nel mio caso), comprende la portata della catastrofe: non uno ma decine di campi sparsi in tutta l’Europa Centrale, non 1100 ma milioni di civili sterminati per colpe presunte, un sistema industriale basato sull’odio e volto all’uccisione di innocenti di qualsiasi età e provenienza. Solo di fronte a questa schiacciante verità capii cosa fu l’olocausto e quanto valore abbia la vita e quanto valore abbia il sacrificio per la salvezza delle vite altrui. Dalle pagine del libro di Keneally questa conclusione emerge, di pagina in pagina, instancabilmente, man mano che ci si avvicina all’epilogo, man mano che la lista nasce ed assume quel ruolo di salvagente oltre il quale c’è il baratro senza fine. Decine di storie strazianti, decine di personaggi coinvolti in un intreccio tragico dal quale la tenue luce della speranza a volte sembra totalmente fuori portata. Un libro che merita letture e riletture. Indimenticabile.

Vorrei che tutti quanti quelli che oggi negano l’olocausto, tutti quelli convinti che questa barbarie indefinibile non sia che il frutto della propaganda dei vincitori sappia la verità, che la accetti e che impari da essa.

Ma per questo, c’è bisogno che la gente esca dall’ignoranza. Utopia.

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