Ebbene, ho aspettato molto prima di decidermi a scrivere cosa penso del terzo ed ultimo film della trilogia ‘The Hobbit‘, portata, come sapete, sul grande schermo dal regista neozelandese Peter Jackson, già regista della trilogia ‘The Lord of the Rings‘. I giudizi letti in rete riflettono bene il clima generale che si ‘respora’ tra fan e cinefili: l’incertezza. E’ difficile, per moltissime persone, esprimere un giudizio riassumibile in una singola parola, del tipo ‘bello’ o ‘brutto’. Neanche io riesco ancora ben a capire quanto mi sia piaciuto e quanto non mi sia piaciuto il film.

Andai al cinema 2 settimane fa dicendomi che più in basso del secondo film non si poteva andare. Quelli che per me sono i difetti introdotti con ‘The Desolation of Smaug‘ li ho già citati in post precedenti e non mi ripeterò qui: conscio del fatto che il cerchio narrativo con questo ‘The Battle of the Five Armies‘ si sarebbe concluso, mi sono semplicemente lasciato andare di fronte all’immancabile proseguio della love story impossibile, per dire. E, devo ammetterlo, all’uscita dalla sala ero felice: il film era meno peggio di quanto mi aspettassi!

Ovviamente so che non è questo il modo per giudicare un film. Partire con le aspettative basse è già, di per se, una sconfitta. Lo stesso vale per quell’abominio che sembra essere Jurassic World.

Il titolo del film non lascia dubbi in merito: questo è un film in cui la battaglia fa da padrona, occupando un buon 50% se non 60% dell’intero minutaggio. Come il secondo capitolo, anche questo parte in discesa e prosegue, sempre più frenetico, man mano che ci avviciniamo alla conclusione. Un buon blockbuster, ma con un difetto lampante che anche un ignorante come me ha notato in sala: il film soffre di tanti, troppi tagli che rendono molte parti della pellicola discontinue. La cosa diventa insopportabile quando poi ci si rende conto che il finale vero del film è stato del tutto tagliato! Dopo aver introdotto personaggi su personaggi, Jackson si è perso tra gag banali e scene che potevano tranquillamente finire nelle extended, tralasciando, ancora una volta, le cose fondamentali.

Non apprezzo l’idea di presentare in sala un film monco, solo perché tra 5 mesi rilasciamo la versione estesa. Ed è inutile girarci intorno: le versioni cinematografiche di ‘The Lord of the Rings‘ si reggono in piedi senza problemi, mentre per ‘The Hobbit‘, il secondo ed il terzo film hanno bisogno delle versioni estese per guadagnare punti. E’ nel diritto dello spettatore assistere all’opera compiuta e con questo non voglio dire che al cinema avrebbero dovuto presentare la Extended Edition: semplicemente avrei voluto assistere alla miglior versione possibile del film e quella vista in sala, purtroppo, non lo è.

Quindi, love story e tagli criminali a parte, questo capitolo finale intrattiene, sicuramente, ma non ha quell’impatto degli ultimi 10 minuti di ‘The Return of the King‘. Il problema è che si è puntato su personaggi che non hanno saputo coinvolgere lo spettatore come invece hanno saputo fare Gandalf, Frodo, Sam e gli altri Hobbit nella trilogia precedente. In questo film, infatti, è lampante la mancanza di bellezza intrinseca (non saprei come chiamarla altrimenti) nella love story tra l’elfa e il nano. I momenti clou, pur tragici, non trascinano o trascinano poco, perché in fondo, non ci siamo appassionati sul serio.

Alla luce di questi aspetti, direi che questa trilogia ha mancato il segno. Certo è difficile ripetersi, però non mi aspettavo un risultato così magro.

La cosa migliore del film è l’interpretazione di Armitage, che dipinge un Thorin fantastico. Ho rimpianto il Thorin dipinto nella mia mente (un vero signore dei nani, non un Aragorn in miniatura) nei primi due film, ma in questo film devo ammettere che Armitage è stato molto bravo. La prima metà del film è stata grandiosa. Ottimo ancora una volta Freeman come Bilbo, anche se il suo ruolo, così centrale nel primo film, è andato via via scemando negli altri due capitoli, man mano che la prospettiva di Jackson si spostava dallo Hobbit agli ‘affari di Erebor’. In merito alla centralità di Bilbo, il primo film è quello più fedele al libro di Tolkien e questo lo rende, per me, il migliore della trilogia. Col secondo, infatti, vengono introdotti personaggi importanti e la cosa mi faceva sperare in un terzo film di ‘ampio respiro’, ma purtroppo ‘The Battle of the Five Armies‘ delude sotto questo profilo. Il film è un blockbuster, oserei dire, quasi anonimo. A 2 settimane dalla visione, l’unica cosa che ricordo distintamente è l’attacco del drago Smaug alla città di Laketown. Il resto è un insieme di frame senza particolarità memorabili. Il personaggio che più prometteva nel secondo film, Bard, ha qui un ruolo importante, ma gli vengono segate le gambe alla fine. Per quanto confermi gli accenni visti nel secondo film, quelli del protettore della gente comune, troppo spazio di questo personaggio viene dedicato alla battaglia di Dale. Per carità, il libro non dice assolutamente niente di più, ma allora perché introdurre in questo modo un personaggio a cui poi non viene dedicato un finale degno? Forse c’è stato più lavoro, per quanto inventato, su Tauriel e Thranduil. La versione cinematografica poi rende giustizia (sono ironico ovviamente) al re degli Elfi introducendo un capitolo importante della sua vita senza neanche concluderlo. La storia delle bianche gemme citate davanti a Thorin nel secondo film, resta in questo film irrisolta. Stesso discorso anche per Dain Ironfoot, uno dei personaggi che aspettavo maggiormente. Dain è stato ridotto a qualche battuta infantile e qualche scena di battaglia, ma questo non rende merito al grande personaggio che avrebbe dovuto essere: neanche a dirlo, Dain scompare improvvisamente dal film, senza che nessuno si preoccupi di lui e dei suoi 500 (o più) nani. Ma il buco nell’acqua più grande è la storia di Tauriel e Kili. Gli sono stato sempre avverso ma mi aspettavo qualcosa in più, anche qualcosa di esagerato, ma niente… l’unica conseguenza rilevante, che discosta tantissimo il film dagli scritti di Tolkien è il destino di Legolas, spinto verso una Cerca che nessuno si sarebbe aspettato e che ho trovato forzata, fuoriluogo e superflua. Insomma, l’ennesima strizzatina d’occhio ai fan della trilogia precedente. Non mi ha infastidito, ma l’ho trovata stucchevole. Su questa breve citazione c’è chi ci ha ricamato sopra un pippone allucinante per giustificare la scelta del regista, ma a quanto ho capito non ci sono voci ufficiali in merito, quindi resta un trip, niente di più.

Ma la battaglia? Niente di nuovo, a parte gli stupefacenti effetti CG. Certo, qualcosina l’avrei evitata, tipo i troll in piena luce del sole (???), l’introduzione di una Morgul-like Gundaband (mi sarei aspettato qualcosa di diverso invece della solita archittettura gondoriana, con muri altissimi, spigoli, quadrature perfette e via dicendo), la geografia della Terra di Mezzo ancora una volta stuprata per assecondare la storia (ma stuprata nel vero senso della parola) e Beorn e le Aquile tagliate totalmente dal montaggio finale se non per una scena di 5 secondi (arrotondati per eccesso). Le interviste a regista e sceneggiatori hanno rivelato che una grossa porzione della battaglia è stata riservata per la Extended Edition che vedremo il prossimo anno. Staremo a vedere se ci saranno migliorie degne di nota… Vi è poi un’ultima cosa che al cinema mi ha fatto sbuffare sonoramente. Ad un certo punto nel film vengono mostrate delle creature mai viste prima nel bestiario della Terra di Mezzo. Gandalf afferma siano were-worms. Vi sono diverse creature, qua e la citate negli scritti di Tolkien, sulle quali origini aleggia un mistero ahimé irrisolvibile. Il caso più celebre riguarda Tom Bombadil, ma non è il solo. Vi siete mai chiesti cosa sia veramente l’Osservatore che sta ‘di guardia’ al cancello Occidentale di Moria? Neanche Gandalf sa cosa fosse. E cosa dire delle creture che lo Stregone intravede nelle viscere del Mondo, dopo essere precipitato giù dal ponte di Khazad-dum col Balrog?

Far, far below the deepest delvings of the Dwarves, the world is gnawed by nameless things.

[The Two Towers, III, 5 The White Rider]

Nameless things, cose senza nome. Da nessuna parte Tolkien specifica infatti cosa siano. Lascia a noi immaginare quali creature vivessero sotto i monti di Moria. E’ a queste creature senza nome che io ho pensato subito guardando il film. La cosa non mi piacque, ma dopo qualche giorno, leggendo i commenti su Facebook, ecco comparire la soluzione all’enigma: in ‘The Hobbit‘, Bilbo cita questi were-worms. Non ho mai letto ‘The Hobbit’ in lingua originale, per cui mi sono detto vuoi vedere che Jackson stavolta l’ha fatta giusta? Alla prima occasione, quindi, ho preso in mano la mia edizione italiana del racconto e ho visto che in realtà were-worms poteva non indicare il tipo di creatura che Jackson ha dipinto nel film:

Ditemi cosa volete che faccia, e io farò del mio meglio, anche se dovessi andare a piedi da qui al più Lontano Oriente e combattere i selvaggi Draghi Mannari nell’Ultimo Deserto.
[Lo Hobbit, 1, Una Festa Inattesa]

Draghi Mannari mi è sembrata una libera interpretazione, come ce ne sono tante, dell’edizione italiana. Per cui mi sono affidato alla Encyclopedia of Arda, e alla voce were-worms ho letto

Creatures of an unknown kind, possibly mythical and presumably related to dragons, that were said to dwell in the Last Desert.

Tolkien only ever mentions were-worms once so we know almost nothing about them. We cannot even be certain that they actually existed – the Hobbits had a rich folklore peopled with fantastic beings, and were-worms quite possibly fall into that category.

If they did exist, the name ‘were-worm’ suggests a shapeshifting creature like a werewolf – a being that could take the form of either a Man or of a Dragon. Any discussion of the form or habits of the were-worms, though, must remain in the realms of speculation.

Insomma, Gandalf cita una parola che compare nel libro ma che poteva tranquillamente non esistere nella Terra di Mezzo. Un’aggiunta che secondo alcuni da senso alle dinamiche della battaglia, ma che per altri richiede un qualcosa in più. Neanche a dirlo, anche questi were-worms scompaiono come se non fossero mai stati visti da nessuno.

In sostanza, quindi, il film è pieno di difetti. Ok, chiudiamo gli occhi su quelli più minuti, sulle sbavature, ma la mancanza di un giusto finale, dopo tutta la storia tessuta in 3 film è sconcertante. I tagli sono stati troppi e sono stati scelti male, dando più spazio alle macchiette (non ho parlato di Alfrid, ci sarebbe da scrivere un libro) che ai personaggi principali e alle loro storie. Si è scommesso sulla spettacolarità di una battaglia che ai giorni nostri rientra nell’ordinario (il senso di impressionante gigantezza lo abbiamo già vissuto con la trilogia precedente), ci si è persi tra troppi comprimari e si è perso quasi del tutto Bilbo, così centrale nel primo, così trascurato in questo ultimo film. Direte che sono scelte registiche. Io dico che sono scelte che non mi sono piaciute.

In generale, questa trilogia mi è sembrata una grossa occasione sprecata. Il legame con la trilogia precedente, tanto ricercato, si limita al solo elemento del libro (l’Anello), in più alla cacciata di Sauron a Dol Guldur (piccola parentesi: mi ha deluso la scena) e una citazione tanto forzata quanto inutile. Tolkien nel libro presenta una catena storica perfetta, che parte da quell’incontro tra Gandalf e Thorin a Brea e prosegue fino alla distruzione dell’Unico Anello e alla partenza di Frodo. I tre film di Jackson hanno messo tanta carne al fuoco promettendo un viaggio memorabile, ma hanno perso la scommessa iniziale.

Purtroppo non sono soddisfatto.

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