Al contrario di quanto ho affermato in passato, ho deciso di dare un’altra opportunità all’università italiana.
Sembrerò scemo, lo so, dopo aver criticato in tutti i modi possibili ed immaginabili il sistema universitario. Però c’è da considerare una serie di circostanze che mi porta, mio malgrado, a dover dare all’università una nuova opportunità per dimostrare quanto vale.
Se verrò selezionato dalla Commissione Dottorati, inizierò, per l’appunto, il Dottorato di Ricerca. In enologia. Scriverò anche io PhD, come fanno tutti. Perché oramai il dottorato lo fanno tutti. Anche quelli che non mettono l’accento al posto giusto e non conoscono l’esistenza dell’acca.
E pensare che il mio sogno era sempre stato quello di diventare paleontologo.

Dare una terza chance all’università italiana, dopo quella della laurea triennale e di quella magistrale, è l’unica strada che al momento mi si apre davanti. Detto in poche parole, o questo o niente. Grazie, Italia, per tutte le chance che offri a noi giovani.

Rispetto a chi il dottorato vorrebbe farlo con tutto il cuore ma non ne ha la possibilità, forse posso dirmi addirittura fortunato. Per me è una promessa di guai e di problemi, ma, ripeto, attualmente devo guardare il bicchiere mezzo pieno perché è l’unico modo per non morire di fame e perdere qualsiasi opportunità lavorativa (se mai ce ne sarà una, voglio dire).
L’argomento del progetto per ora lo tengo nascosto: è qualcosa di interessante, ma nei miei progetti futuri non c’è mai stato quello di occuparmi di vino. L’ho scelto come argomento della tesi per la laurea magistrale solamente perché gli altri argomenti non erano così interessanti, ecco. Evidentemente chi sostiene la mia candidatura per questo dottorato pensa che io l’abbia fatto perché sono innamorato dell’enologia. Niente di più sbagliato, ovviamente: fosse stato vero avrei studiato enologia, non scienze e tecnologie alimentari. Io sono interessato allo studio molecolare delle componenti alimentari, di qualsiasi matrice. Mi interessa l’inconcepibilmente piccolo. Ma avrò comunque modo di trattare questo inconcepibilmente piccolo, ed è da li che programmo di ottenere risultati interessanti.

Ah, c’è lo scoglio più grande da affrontare in tutto ciò, vale a dire la personalizzazione del progetto. E’ una storia lunga, ma brevemente…so come si lavora qui in università e non c’è niente di più vomitevole, ve lo assicuro: metodiche vecchie, strumenti mal funzionanti, superficialità, bias a go-go (di tutti i tipi, in tutte le salse) e quell’irrefrenabile arroganza del cosiddetto cultore della materia che proprio non sopporto. Io sarò un dottorando di tutt’altro tipo: piani sperimentali chiari sin da subito, metodo scientifico applicato alla lettera (si, perché qui sembra che se ne facciano tutti una ragione e facciano un po’ quel cavolo che li pare) e pubblicazioni (tante, spero) solo quando i risultati lo permettono. Niente pubblicazioni su carta igienica. Niente giri di parole. Niente tempo perso a convincere le riviste di accettare un lavoro scadente. Si pubblica solo quando la qualità dei risultati lo merita. Altrimenti nada.
La domanda è: riuscirò davvero ad imporre queste condizioni? Da quello che ho visto intorno a me in questi mesi la risposta, purtroppo, è negativa: mancano gli strumenti, manca la competenza di chi mi sta intorno, mancano le basi per fare Ricerca. Io però non voglio perdere tempo, voglio rendermi utile, voglio dare il mio apporto alla conoscenza scientifica come qualsiasi dottorando dovrebbe fare. Non aspiro a premi e stro*zate del genere, ma stare parcheggiato qui in università, di fronte ad una scrivania, è stato il tema centrale della mia vita lavorativa fino ad ora. Ne ho le scatole piene. La ricerca si fa sul campo, non davanti ad un computer.

Sarò l’incubo del mio tutor.
E non mi importa niente.

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