All’uscita dalla sala, dopo lo spettacolo in prima serata di X-Men: Days of Future Past non ho potuto evitare di pensare al modo intelligente e spietato col quale Bryan Singer, il regista di questo film e dei primi due film sugli X-Men, ha spazzato via tutto l’ingarbugliato e compromesso universo costruito (o distrutto, punti di vista) dai precedenti film della Fox.

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Alla luce dell’operazione più riuscita in questo campo, ossia l’universo Avengers realizzato dalla Marvel, è ovvio che la Fox, forse, ha capito quale strada intraprendere questa volta, per sfruttare al meglio il franchise e creare qualcosa di veramente fruttuoso. Dopo The Last Stand, infatti, l’eccitazione generale intorno a Wolverine e compagni era sensibilmente calata; dopo X-Men Origins: Wolverine la perplessità era salita ancora di più e io credevo sinceramente che altri film significativi sui mutanti fossero oramai poco probabili. E invece, quello che non ti aspetti accade e accade quando meno te lo aspetti. X-Men: First Class infatti, è un piccolo gioiellino, è una ventata d’aria nuova. Proprio quello che ci voleva, insomma, per riavviare il franchise e puntarlo in una certa direzione.

Prima di guardare Days of Future Past, all’attivo avevo X-Men Origins: Wolverine e First Class. Il primo non mi era del tutto dispiaciuto, ma non mi aveva neanche esaltato. Lo avevo dimenticato in fretta, insomma. Con diffidenza ho visto poi First Class, attirato più dai commenti positivi di chi lo aveva visto al cinema. E li è cambiato tutto. Il regista, Vaughn, aveva messo su un film diverso e molto, molto migliore di quello di Hood. Presto detto: il soggetto di First Class era di Singer. Conoscevo Singer per Superman Returns e per Operation Valkyrie, due film che mi sono parecchio piaciuti (il secondo soprattutto). Sapevo fosse la mente dietro il tanto decantato X2 – X-Men United e non mi meravigliava che il suo ritorno nell’universo X-Men portasse così tanta buona roba. Per cui, dopo First Class, ero curioso di vedere come avrebbero proseguito, sperando in un film firmato dallo stesso Singer. E questo ho avuto: Days of Future Past è un gioiellino come First Class, solo con un tocco più personale, un ottimo intreccio e una soluzione a tutti i mali accumulati da The Last Stand ad oggi.

Quali sono i mali di questo universo? Uno su tutti, le tanto famose incongruenze temporali (e non solo). Mi ci perderei ad elencarle. Come dicevo all’inizio, quando non hai un progetto sul lungo, come quello della Marvel, è difficile mantenere la coerenza. Il franchise di X-Men ha visto in regia di comando la bellezza di 4 registi per 7 film, come Harry Potter (al di la del fatto che in quel caso i film erano 8… ma di fatto erano 7). Ora, in questi film non si raggiunge il piattume di Yates per fortuna, per quanto X-Men Origins: Wolverine lasci molto a desiderare. Solo un universo coerente ti permette di avere quell’organico insieme di elementi per protrarre un franchise a lungo. La Marvel per gli Avengers ha intenzione di arrivare alla fase 3, che avrà inizio il prossimo anno. Facendo un paio di conti, si è rivelata un’idea più che azzeccata. Il boost verso questi film pare si autoalimenti. Quando fai come la Fox, invece, suicidandoti per il terzo film, rovini tutto il lavoro, l’ottimo lavoro, svolto fino a quel momento. La storia è lunga, ma le vicende che sono dietro l’abbandono di Singer al progetto di X-Men: The Last Stand sottolineano come la Fox, in quel caso, abbia peccato di arroganza e di fretta. E il risultato si è visto: il terzo film della serie sembra diretto da un inetto e scritto da un mongoloide. La resa visiva stessa ne ha risentito parecchio. Dopo il bel X-Men United il terzo film è un pugno nello stomaco. E’ da qui che iniziano le incongruenze. E lo stridìo prosegue con la storia pregressa di Wolverine, dove molti elementi vengono buttati li senza pianificare un universo: personaggi inseriti senza tener conto di quanto potessero essere sfruttati in futuro, personaggi inseriti in un contesto diverso dai fumetti ma – soprattutto – da quel contesto introdotto nei primi due film (penso a Victor Creed/Sabretooth). Nonostante questo, un flebile tentativo di allacciare X-Men Origins: Wolverine ai primi due film c’è stato, grazie a Dio. Purtroppo la continuity non funziona per ‘media’, ma per ‘valore assoluto’: se sbagli un passo, la mandi subito a farsi benedire. Eppure, nel 2009, le intenzioni della Marvel erano ben chiare, dopo Iron Man e The Incredible Hulk.  Non capisco perché non intraprendere una strada di quel tipo. Il passo successivo, il mio tanto amato First Class, peggiora ancora di più la situazione sotto questo punto di vista: personaggi visti nel precedente Wolverine vengono introdotti in un contesto storico precedente ma con un’età sballata (penso a Emma Frost), Cerebro viene costruito chiaramente da Hank McCoy/Bestia, mentre in X-Men viene affermato dallo stesso Xavier che Cerebro era stato costruito da Erik Lensherr/Magneto e lui; ancora, Xavier in questo film capisce che il casco di cui si impadronisce Magneto lo scherma dai poteri di un telepate, mentre in X-Men è chiaramente all’oscuro del modo grazie al quale Magneto riesce a proteggere la sua mente. Infine, l’incidente che obbligherà Xavier sulla sedia a rotelle viene mostrato in questo film, mentre in X-Men Origins: Wolverine durante la scena finale si vede Xavier camminare con le sue gambe (lo stesso dicasi per la scena iniziale di The Last Stand, la quale è anche in contraddizione con i due precedenti film). Potrei continuare…

Per poter andare avanti, in un modo o nell’altro, qualcosa doveva essere cambiato. Il passato di questi X-Men è torbido, tanto torbido. Days of Future Past, pur introducendo qualche forzatura di suo, spazza via tutte le incongruenze, semplicemente cancellando le storie fin qui viste. E lo fa con un viaggio nel tempo molto più credibile di quello che si vede in Terminator. Finalmente un continuo temporale che risente in modo decente delle modifiche del passato. La scena mid-credit dell’ultima fatica della Fox, The Wolverine, mostra uno Xavier redivivo (dopo gli eventi di The Last Stand, cosa che ha del sorprendente!) e Magneto, tornato in possesso dei suoi straordinari poteri (anche qui, la chiusura di The Last Stand teneva aperta la porta, diciamo), che intercettano Logan chiedendogli aiuto: a quanto pare, gli umani hanno deciso di dichiarare guerra ai mutanti, alla fine. Il futuro di Days of Future Past è quindi apocalittico ed è frutto di una guerra senza quartiere prima tra i mutanti e la nuova arma degli uomini, poi tra i futuri progenitori dei mutanti e la nuova arma stessa. In altre parole, dopo aver eliminato meticolosamente i mutanti, questa nuova arma, le Sentinelle, inizia ad uccidere gli stessi uomini. Lo sterminio condotto su larga scala lascia intendere che l’umanità tutta è schiava di questi automi superintelligenti. L’unico modo di cambiare le cose per Xavier e gli altri è dunque tentare l’impossibile, ossia sopprimere il germe della guerra prima del nascere della guerra stessa. Tornare indietro nel tempo per gli X-Men è come tornare al punto di partenza per Singer. E’ un chiaro ‘levatevi di torno che metto tutto a posto‘. Singer lo fa forse in modo poco chirurgico – alla fine elimina anche gli eventi dei suoi due film – ma ne è valsa decisamente la pena. Days of Future Past è più incentrato sulla figura di Raven/Mystica, che sul contrasto Xavier/Magneto, contrasto che c’è e che, secondo me, gode del giusto spazio. E’ da Raven che dipende il futuro dell’umanità e dei mutanti, per cui è lei che si deve fermare. Le dinamiche di questa parte della storia – è il 1973 – sono inedite ma per certi versi sono in contrasto con quello che si è visto nei precedenti film. Wolverine, la cui coscienza è mandata indietro nel tempo nel suo stesso corpo, si trova negli US e non ha ancora subito gli esperimenti di Stryker, per cui non ha ancora l’adamantio. Volendo, si potrebbe collocare questa storia a metà tra First ClassX-Men Origins: Wolverine. Minando la storia di quello che è il capitolo cronologicamente precedente, Singer ha eliminato tutte le storie dei capitoli successivi. Solo First Class sfugge alla mattanza. Sarà stato un lavoro magari poco chirurgico, ma l’intento è chiaro: dopo aver gettato le basi nel passato, Singer le ha gettate nel futuro. E’ tra gli anni di First Class e quelli del nuovo futuro che vediamo al termine di Days of Future Past che le prossime produzioni si concentreranno. Quest’ultimo film, quindi, non può deludere. E’ un mix perfetto dei vecchi e dei nuovi personaggi, una sintesi unica con momenti indimenticabili, come l’incontro tra il giovane e l’anziano Xavier. E’ occasione per dimostrare ancora una volta il lato oscuro di Magneto, nonché il lato nobile di Xavier in un periodo della sua vita in cui era davvero molto, molto debole e indifeso. Il primo, straordinario atto, è ispirato da far venire i brividi e la fugace visione del futuro che Singer ci propone ha molto il gusto di un Terminator. La parte centrale forse offre una visione un po’ risicata degli anni ’70. Mi sarebbe piaciuto vedere di più. Singer non si risparmia nell’intrecciare gli eventi di questo universo con gli eventi storici reali – in questo caso con l’assassinio di JFK, senza però perdere di mira l’obiettivo, ossia le motivazioni che spingono i personaggi nel perseguimento dei loro obiettivi. Provo molta compassione nei confronti di Erik/Magneto, ad esempio e nella scena del suo scontro verbale con Xavier la prova di Fassbender è ai limiti del magnifico. Una scelta di casting più che azzeccata per questo personaggio! La parte finale del film è un vortice sempre più imponente di eventi, una corsa contro il tempo sempre più frenetica che mette sullo stesso piano i due mondi, il passato e il futuro. In conclusione, uno dei migliori cinefumetti che abbia mai visto. Grazie a Dio la campagna pubblicitaria è stata sufficientemente lusinghiera da convincermi ad andare al cinema: inizio a stancarmi di questi film sui super eroi.

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Sommando i tanti pro e i pochi contro (uno Stryker troppo giovane per l’epoca, un Trask nano e  totalmente diverso da quello che si vede di sfuggita in The Last Stand e qualcosina in più, come Logan negli US in un periodo di tempo in cui doveva essere in Vietnam o addirittura in Nigeria alle dipendenze di Stryker, come mostrato in X-Men Origins: Wolverine) di quest’operazione di repulisti condotta da Singer, possiamo dire che la saga degli X-Men è stata rimessa in carreggiata. Nessuno pretende il monopolio di Singer su questi film, per carità, però penso che il regista abbia dimostrato per la quarta volta che nessuno come lui sa dare la giusta anima a questo franchise. Ero assorbito dalle immagini, per cui non ho potuto prestare attenzione alle musiche. Ottman sembra aver ripreso la strada intrapresa in X-Men United, ma necessito di un ascolto separato per esprimere un giudizio migliore. CG ed effetti decisamente migliorati rispetto a First Class (l’unico difettuccio di quel film erano gli effetti non sempre impeccabili), il resto è perfezione pura. Per quanto mi riguarda è il miglior film della serie assieme ad X-Men United

Non ho parlato di un altro film non da scartare, The Wolverine che ho avuto l’occasione di guardare ieri, ma alla luce di questo Days of Future Past, The Wolverine è un semplice sequel di collegamento: un film godibilissimo, molte spanne superiore a X-Men Origins: Wolverine e realizzato molto, molto meglio. Divertente come la Fox abbia finanziato la produzione di un film i cui eventi sono da cancellare a neanche 12 mesi dalla release.

p.s.: per chi fosse interessato a questi film e non ne ha ancora visto uno ci sono due vie: si può scegliere di guardare la serie partendo dal primo film fino all’ultimo, oppure si può seguire la cronologia dell’universo X-Men, partendo da X-Men Origins: Wolverine, passare per X-Men: First Class, X-Men, X2 – X-Men United, X-Men: The Last Stand, The Wolverine e X-Men: Days of Future Past. Al di la di tutto quello che ho detto, si, ne vale la pena, anche se si tratta di un continuo facepalm con The Last Stand e X-Men Origins: Wolverine.

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