Me lo promettevo da anni. Anni. Sarei tornato in bici li dove tiravo fuori fossili o pseudofossili che siano dalla terra, sotto il sole cocente, anni fa, quando ero più speranzoso per il mio futuro e l’incognito che immaginavo davanti a me era pieno di fascino. Prendevo la bici, da solo o in compagnia, tiravo giu per quella discesa pericolosissima, beandomi del vento caldo e della velocità e arrivavo in quella che la mia mente fantasiosa immaginava fosse, un tempo, un fondale marino, basso e caldo, irradiato dal sole. ‘Milioni di anni fa’, pensavo, e tremavo al solo pensiero. Ciò che mi circondava era più vecchio di quanto la mia mente potesse immaginare e toccare con mano le cose che testimoniavano quel passato era per me la più grandiosa delle conquiste.

Ogni pomeriggio era un’emozione unica. E mentre scandagliavo il terreno, o gli orizzonti di una parete, la mia mente volava… sarei diventato un paleontologo, era quello il lavoro che faceva per me: scavare, scoprire, studiare, ricostruire, chiudere gli occhi e immaginare. Arriva un momento, nella vita di ognuno di noi, che uno si immagina qualsiasi cosa. Io sono stato professore, astronomo, archeologo, paleontologo, geologo, dj… sono stato quello che pensavo potesse rendermi felice, quello che pensavo potesse tirare fuori il meglio di me, ma lo sono stato per troppo poco. Avrei voluto tanto usare il mio cervello per dare un contributo importante al mondo scientifico perché avevo la passione morbosa e l’interesse. Sapevo di essere ostinato se qualcosa si dimostrava ostica. Pensavo che una volta iniziato, nessuno mi avrebbe fermato e chissà dove sarei andato a finire. Non per fama, ma per soddisfazione personale.

Però, di colpo, atterrai violentemente coi piedi a terra quando mi venne detto che i miei sogni non potevano essere realizzati, che avrei dovuto puntare su qualcosa per la quale valeva la pena investire tempo e soldi. E quindi eccomi qui, tecnologo alimentare alle prese con una professione che deve ancora diventare mia. Consiglierei a chiunque di inseguire la propria ‘vocazione’ se non altro per arrivare in cima, guardarsi alle spalle e dirsi ‘Ne è valsa comunque la pena’. Io, al contrario, dopo un anno, mi chiedo ancora se ne è valsa la pena, perché in un modo o nell’altro le mie fatiche non sono state ancora premiate, come invece mi era stato promesso all’inizio di quest’avventura.

Quindi, anche per soddisfazione personale, due settimane fa ho preso la mia bici approfittando del bel tempo, e sono tornato giù per quella discesa. Dio mio che discesa. In questi anni ho perso, oltre al fisico, anche il sangue freddo. Però non importa: quello che importa è che io sia tornato di nuovo la. Ci ho lasciato un pezzetto di cuore in quel posto, mi sento legato a quella collinetta. Di fatti era l’unica cosa che mi aiutava a tenere viva per davvero la mia passione, per quanto banale fosse la mia attività. Si scavava per il piacere di farlo, per tirare fuori ammassi di bivalvi e poi pulirli con pazienza a casa. Però per me era come una conquista. A 13 anni di distanza il posto è cambiato: c’è molta più erba ora, quelli che prima erano arbusti sono diventati alberi, i cespugli che una volta brillavano per la loro assenza ora dominano il paesaggio; l’erba è così alta che ti sconforta l’idea di camminarci sopra e tutto ha un aspetto un po’ trascurato. Paradossalmente 13 anni fa era tutto pulito, meglio tenuto. Colpa degli animali, che non possono più pascolare da quelle parti mi è stato detto. E quindi l’erba è cresciuta alta e rigogliosa in tutti questi anni e io non posso più avvicinarmi a meno di 30 metri dai luoghi dove ho scavato pomeriggio dopo pomeriggio, mese dopo mese, estate dopo estate. Nella calura del giorno poi ho notato una cosa: quelle che da lontano sembravano buche nella parete. Una qui, un’altra cinque metri dopo, poi altre due, vicine, poi altre. Ma tutte, più o meno alla stessa altezza. Da restare fulminati, ‘Vuoi vedere che quelle sono le tracce che lasciammo 13 anni fa?’ mi sono chiesto. Avrei voluto confermarlo, ma non ho trovato il coraggio di buttarmi in quella savana di erba, col rischio di venir morso da qualche serpente. Sono rimasto sulla strada fangosa, con lo sguardo fisso e tanti ricordi… Poi un cane ha iniziato ad abbaiare ed ho deciso di andar via. In tutto sarò rimasto meno di 10 minuti laggiù. Ho ripreso la strada, questa volta in salita. Dio mio che salita. Come dicevo, non ho più il fisico. Colpa anche del cambio della bici, rotto. Andai a piedi, faticando.

Però gli odori sono sempre quelli: l’aria primaverile non delude mai. Era l’aria che respiravo tanti anni fa, quando sapevo che prendendo la bici e scendendo per quella strada mi aspettava un pomeriggio fantastico, lontano da casa, lontano da tutto e da tutti.

Era anche il profumo della libertà. E il profumo dei sogni.

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