Leggendo gli studi che mi servono da background per la stesura della prossima pubblicazione scientifica, un lavoro che mi sta vedendo parecchio preso in questi ultimi giorni, oggi ho deciso di porre alla correlatrice della mia tesi di laurea magistrale la fatidica domanda che mi attanaglia i pensieri in questi giorni: perché non è possibile pensare di dare un contributo veramente importante al settore enologico con una ricerca nuova?

Mi spiego. Essendo molto difficile isolare in purezza le proteine del vino – questa matrice dalla complicatezza impensabile – perché non produrle in purezza? Il mio interlocutore a quel punto mi ha rivolto un’espressione stile wtf perché non capiva dove stessi andando a parare. Molto semplicemente, l’idea (sulla cui effettiva realizzazione non ho la benché minima idea) è quella di usare produttori naturali delle proteine di mio interesse. Ancora molto semplicemente, inserendo il gene (o i geni) per la produzione della proteina scelta all’interno di un microrganismo (E. coli?) renderei questo organismo transgenico capace di sintetizzare la proteina. E quindi di darmi ciò che non riesco ad isolare direttamente dal vino e dall’uva. A quel punto è solo una questione di purificare l’estratto. E il gioco è fatto. Solo arrivando a tale conclusione il mio interlocutore ha capito che la logica della mia idea non era poi tanto male. La sua risposta è stata ‘dovresti andare negli USA per una cosa del genere’. E a quel punto è venuto fuori un discorso che, mi dispiace dirlo, è deprimente. In poche parole, il dipartimento per il quale sto lavorando non avrebbe gli strumenti per condurre un’indagine scientifica in linea con quelle condotte in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Giappone o da altre parti. Ergo, tutti i fantastici dati messi a disposizione dai colleghi europei e d’oltre Oceano non potremmo mai confermarli, smentirli o arricchirli con indagini Made in Italy perché ci manca la strumentazione.

Badate, l’idea è tutto, ma l’idea spesso non basta. Me ne sto accorgendo in questi mesi di lavoro in università. Se volessi portare avanti una collaborazione interdipartimentale, andrei incontro a problemi di qualsiasi tipologia. Qualcosa mi dice che alla lunga risulterebbe anche difficile e quindi impossibile: perderei il mio tempo se un giorno decidessi di fare una cosa del genere.

Assurdo.

Uno ha un’idea – sulla quale, devo ammettere ci sarebbe da fare le dovute considerazioni – dalla quale può nascere una serie potenzialmente unica al mondo su studi che vanno dalla microbiologia alla chimica degli alimenti e la cosa non si può fare. Perché? Perché in Italia non si può. Devi espatriare per raggiungere certi obiettivi.

E se lo voglio fare in Italia? Se volessi che questo lavoro sia frutto di risorse interamente italiane?

Non si può. In Italia non si può. Puoi al massimo limitarti a raccogliere i dati per formulare delle ipotesi (il contrario di quanto dovrebbe accadere in realtà).

Meditiamo, gente.

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