Ad un anno di distanza dal primo capitolo della trilogia – An Unexpected Journey – Lo Hobbit torna nelle sale con The Desolation of Smaug. Ciò che segue è un giudizio veloce ed affrettato al quale, si spera, seguirà una disamina più approfondita del mio pensiero in merito al film.

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Chi si appresta a guardare questa seconda trilogia firmata Jackson fa bene a prende palla al balzo questo consiglio: dimenticate il libro. Totalmente. Per questo secondo film specialmente, se si vuole evitare di restare delusi. Si, perché la lettura che da Jackson della vicenda è la più personale mai apportata ad oggi dal regista della Trilogia dell’Anello. The Desolation of Smaug si separa come nessun film prima d’ora dal materiale di partenza. Preparatevi quindi a quello che a tutti gli effetti sembra essere il naturalissimo proseguimento dell’avventura del giovane Bilbo Baggins nelle Terre Selvagge, alla ricerca della Montagna Solitaria e di ciò che cela nelle sue viscere, il Tesoro e il Drago Smaug.

Il ritmo del film è forsennato, dall’inizio alla fine. A stento si respira in due sequenze intermedie. Il regista pare volersi scusare nei confronti degli spettatori per l’inizio al ralenty (che io comunque ho adorato) del film precedente. E’ solo un’impressione comunque, perché, come dicevo prima, riprendiamo le fila della storia proprio dove avevamo interrotto un anno fa: la fuga da Azog. A soffrirne un pò sono i personaggi, quelli più interessanti. Beorn, una delle grandi attese di questo film, avrà si e no 5 screentime (a dir tanto). Il regista ha già promesso più materiale in merito al mutaforma nelle imminenti Extended Edition, però ad essere sinceri, ritengo sarebbe stato meglio inserire più Beorn e limitarsi negli eccessi successivi. A soffrirne un pò, e questo vale un pò per tutto il film, è il montaggio e questo penso che risulterà palese a tutti. La narrazione prosegue, come dicevo, su binari abbastanza spediti. Sulla strada dei personaggi si alternano nuovi character tutti delineati in modo interessante, a partire da Thranduil e da Tauriel. Anche Legolas, figlio del re degli Elfi Silvani di Bosco Atro avrà la sua (nutrita) parte. A questo punto della storia il purista sarà già uscito dalla sala, mentre il lettore appassionato ma dal temperamento più paziente proverà a resistere sulla sedia. L’idea più malsana in assoluto, messa ahimé in atto in questo film, è qualcosa che è piaciuta forse a 2 persone su 100 e va ben oltre i canoni tolkeniani. Al sottoscritto la scelta di mostrare una piega di tale entità alla pellicola non è piaciuta affatto e credo che tra un qualche mese leggeremo che regista e sceneggiatori si scusano per l’errore (tanto oramai va di moda!). L’esplorazione di questa zona della Terra di Mezzo (mai esplorata nella Trilogia dell’Anello), comunque, dona nuovi paesaggi, molto suggestivi siano essi digitali o meno. Fantastica, ad esempio, Esgaroth (nel film Pontelagolungo), così come suggestiva è la stessa Desolazione di Smaug. Il punto più delicato di tutta la pellicola, dico delicato intendendo ‘originale’, era la parte ambientata ad Esgaroth. Jackson & company hanno però dimostrato di essere capaci di tirar fuori personaggi molto credibili (un Bard rivisitato e molto convincente quello di Evans) ambientanti in un contesto che racchiude bene il concetto di partenza, in questo caso una città piccola governata da un personaggio avido e mellifluo. Sorprendentemente Fry e il contorno funzionano bene e il quadro che ne deriva è molto convincente. Modifiche di sceneggiatura a parte, il viaggio prosegue quindi verso la tappa finale dove, con grande maestria Jackson ci pone davanti l’immenso Smaug. La creatura, immensa per davvero, ha la voce di Ward (in Italia) e le fattezze di Benedict Cumberbatch. Il giudizio per la versione italiana quindi corrisponde se non altro al giudizio su Ward. In attesa di visionare il film in lingua originale non posso dire di essere totalmente soddisfatto dalla prova del doppiatore (forse) più famoso dello stivale italico. E non perché Ward non ci metta del suo, ma perché non mi è mai sembrata la voce giusta da dare a Smaug. Gli assaggini avuti coi trailer internazionali, in lingua originale, poi, mi hanno illuso ancora maggiormente, in quanto la prestazione vocale di Cumberbatch sembra essere inarrivabile. Le aggiunte di Jackson fanno sentire la loro pesantezza proprio in questo segmento finale, quando l’azione satura definitivamente un film di una certa durata (2 ore e 40 minuti). Interessante l’idea di fare in modo che i protagonisti affrontino il Drago, mostrandoci nel contempo gli straordinari meccanismi sui quali si basava la ricchezza di Erebor, ma forse un pò esagerata in alcuni punti l’idea di spettacolarizzare il tutto. I risultati a tratti sono tutt’altro che spettacolari e si cade un pò in basso in termini di resa visiva.

Tutto sommato, il film mi è piaciuto. Potrei stare ore ed ore a lamentarmi dei difetti (perché ce ne sono una miriade) e, con un approccio decisamente più critico e più da nerd dei libri, delle scelte fatte in sede di sceneggiatura, ma rimando ad un post futuro. The Desolation of Smaug è consigliato a tutti coloro i quali amano ritmi frenetici, tanta CG e tanto divertimento. Per coloro che si avvicinano ora per la prima volta alla trilogia de Lo Hobbit (dubito ci sia qualcuno, ma non si sa mai!), il consiglio è di aspettarsi un tono totalmente diverso da quello della precedente trilogia, con una tendenza alla spettacolarizzazione a tratti davvero fastidiosa.

Ah, ripeto, dimenticatevi il libro. Altrimenti vi alzate dalla poltrona prima che il film finisca e, nonostante lo abbia definito pieno di difetti, The Desolation of Smaug è un film che merita di essere visto.

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