Approfittando del tempo libero che ho deciso di prendermi quest’oggi – allontano per un pò lo stress e le preoccupazioni che mi assillano – ho deciso di dire la mia su uno dei due film più attesi di questa primavera/estate 2013, ossia Into Darkness – Star Trek (l’altro è Iron Man 3).

Star Trek rientra in quel filone di opere che se sei nere/fan della serie tv e dei film di una volta bocci i film di J.J. Abrams nel 90% dei casi, mentre se ti approcci per la prima volta a quest’universo o sei un nerd di mente aperta guardi i film di J.J. e, cos’altro, ti ci diverti un mondo. Io rientro nella seconda categoria, per cui il mio giudizio è settato su questo piano.

Dopo uno scoppiettante (e, a mio parere perfetto) primo film di origini (ricordo si tratta di uno strano miscuglio di remake/prequel) in questo secondo capitolo regista e sceneggiatori hanno messo su una storia semplice e spettacolare, ingredienti oramai immancabili per i sequel firmati Hollywood. Prendi i personaggi del primo e, se ne sei capace, provi a dirci qualcosa in più. Se sei bravo potresti anche riuscire a gestire la rete di rapporti tra i vari protagonisti, facendola evolvere. Ecco, questo era l’obiettivo della produzione e questo ci troviamo a vedere.

Un anno dopo gli eventi che hanno sconvolto la timeline della serie classica, James Kirk  infrange la prima direttiva della Flotta Stellare e viene privato della sua nave, la USS Enterprise. Nel frattempo però, un terrorista misterioso attacca la Federazione dall’interno, scatenando il caos. James Kirk viene reintegrato al comando della sua nave con il compito di inseguire ed eliminare il responsabile degli attentati ma durante la sua missione speciale sarà costretto a compiere scelte che lo metteranno al corrente di piani segreti in un contesto molto più ampio e… pericoloso. Nel frattempo le scelte compiute segneranno il cammino attraverso un continuo susseguirsi di bivi: fare quello che è moralmente giusto o seguire le regole?

Il punto focale intorno al quale il film è stato costruito è quello della scelta e della moralità implicita nelle azioni dei personaggi. Il giovane Kirk agisce in modo immaturo, segue l’istinto e mette in pericolo la vita sua e delle persone che gli sono vicine ma pare non rendersene conto fin quando la figura paterna che gli rimane – l’Ammiraglio Christopher Pike – prima lo ammonisce e poi lo riprende sotto la sua ala protettiva. Anche se al rapporto tra i due viene dedicato ben poco spazio nel film, è  ovvio il legame di amicizia e rispetto. Sarà proprio questo legame a decretare la spinta vendicativa di Kirk durante tutto il film. Il posto di Pike viene quindi preso da Spock, in qualità di consigliere fidato e di mediatore. E’ Spock a placare le ire del capitano in questa fase delicatissima della storia. Lo stesso vulcaniano però in questo film si trova a dover fare i conti – ancora una volta – con la sua metà umana e con il sempre più difficilmente mascherabile impulso a lasciarsi andare alle emozioni. Dal canto suo Spock pone la sua vita nelle mani della sua dolce metà, Uhura, l’unica persona che soffre realmente e in modo vivido la freddezza del Comandante dell’Enterprise. Intorno a questo triangolo direi che si consuma la maggiorparte del potenziale introspettivo del film. Bones, dal canto suo, conserva il suo carisma, mentre risultano un pò troppo sacrificati sia Checov che Sulu. A completare il quadro l’immancabile Scotty, qui in una veste comica rivista e approfondita. Dal punto di vista della recitazione direi che siamo su buoni livelli, nessuno escluso. Miglioramento evidente per Chris Pine/J. Kirk rispetto al primo film e questo è un altro punto a favore di questo film.

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Del villain si era parlato tanto a lungo, vista l’intenzione della produzione di mantenere un certo mistero sulla sua identità. Manterrò nascosta la sua identità (anche se ormai il film lo avranno visto tutti). Ebbene, il villain – tale John Harrison – , interpretato da un eccellente Cumberbatch riesce nel tentativo di gelare il sangue nelle vene. La presenza scenica imponente, unitamente ad un’interpretazione splendida fanno di John Harrison un elemento dalla minaccia palpabile durante tutto il film. L’uso, a mio avviso intelligente, del personaggio emerge soprattutto nel momento cardine del film quando, dopo aver ammesso la sua vera identità, egli spiega le vere motivazioni che lo hanno indotto ad agire contro la Federazione. Di tutto il film, quei due minuti sono stati, secondo me, i più emozionanti. E’ stato in quel momento che il film mi ha convinto del tutto. Un metro di paragone? Ebbene, per quanto totalmente diverso, questo John Harrison non è affatto peggiore rispetto al Nero del primo film. Per quanto pedina di un gioco più grande, Harrison materializza tutto il suo potere e tutte le sue capacità in modo spietato e immediato, dimostrandosi di essere un elemento infido del quale non potersi fidare. Saranno le sue azioni a scatenare una serie di eventi dalle conseguenze disastrose – ancora una volta – e a gettare di nuovo Spock nel delirio emozioni/non emozioni.

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Insomma, Into Darkness è un film riuscito, dalla messa in scena imponente, con tanti richiami alla vecchia serie, con tanti riferimenti che dovrebbero far felici i fan di vecchia data. E’ spumeggiante, mai noioso, mai lento. Oserei dire mai scontato perché tale lo ritengo, ma so già che qualcuno urlerebbe allo scandalo (suvvia, basta evitare di spoilearsi la trama e il gioco è fatto…). Una nota di merito anche questa volta alle splendide composizioni di Giacchino, autore di un sapiente mix di temi vecchi e nuovi. Sotto un assaggio. L’edizione disco singolo della soundtrack manca di tantissimo materiale che è possibile ascoltare nel film, ergo pretendo il prima possibile una versione completa, come fu per il primo film…

Effetti speciali… speciali. Praticamente perfetti, ma questa è una storia già sentita e risentita. Quando si parla di ILM si parla di eccellenza, inutile temere…

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