In queste ultime settimane ho prestato attenzione a ciò che succede intorno a me, in questo paese che sembra voler imboccare strade pericolose e sempre più incerte. Con disgusto ho assistito al trionfo elettorale di un movimento che, per certi versi, inquieta più di qualche persona, mentre la Città della Scienza di Bagnoli viene data alle fiamme (con tanto di ‘ben fatto!’ esclamato dai giornalisti de Il Foglio – look here: http://www.ilfoglio.it/soloqui/17214#.UTigv9OHasA.facebook, a voi i giudizi). Insomma, non il clima in cui sentirsi sereni, questo è sicuro. Però ho avuto anche il tempo di leggere, per fortuna, di scrivere la tesi e di pensare a tante altre cose, ad esempio sul mio futuro, più incerto di quello di questa nazione.

Ciò che ha catturato la mia attenzione in modo maggiore, però, è stata la lettera scritta da uno studente italiano a Richard Dawkins, etologo, biologo evoluzionista e divulgatore scientifico. La lettera, pubblicata sul sito http://www.richarddawkins.net è solo una delle tante che vengono quotidianamente inviate da tutto il mondo. Per amore di democrazia la gestione del sito ha deciso di riportare tutte le tipologie di email, classificandole – almeno questo – in base al contenuto: Converts, Good, Bad, Ugly e la raccolta All. Tra le lettere Good, ieri sera ho letto quella di questo ragazzo italiano di cui è possibile sapere il solo nome, Paolo. Ebbene, se non nella sua totalità, mi sono specchiato nella sua esperienza in modo impressionante…

Il titolo non lascia spazio al dubbio: A child’s dream (qui la pagina). Spesso io mi trovo a pensare e a parlare del mio child dream. Paolo dice di aver seguito tutto il materiale audiovisivo reperibile in rete inerente al Professor Dawkins negli ultimi 3 anni circa, una circostanza che, al di la del lasso temporale, interessa anche me negli ultimi mesi. Ebbene, questo ragazzo descrive la sua infanzia come se fosse la mia: il suo rifiuto di andare a messa la domenica, i catechisti che prendevano le presenze a messa come se fosse la scuola dell’obbligo, le interpretazioni vaghe e fumose delle interpretazioni bibliche, nonché il suo amore per la natura, il primo incontro con L’Origine delle Specie di Darwin, l’amore per il Mesozoico e la voglia di diventare paleontologo. Poi all’improvviso, anche lui ha realizzato di essere stato, molto probabilmente, un ateo sin dall’inizio della sua vita! Come se fino a quel momento avesse seguito la massa senza però cascare nel tranello, ma soprattutto senza pensare a quello che stava facendo! I genitori che gli dicevano che il diavolo col forcone le anime condannate all’inferno (roba che io ricordo era più volte detta sia a scuola che a catechismo), nonché tutte le storie sull’inferno stesso, lo terrorizzavano, così come spaventavano me da piccolo. E, se è vero che al giorno d’oggi quella paura è scomparsa, è anche vero che in un angolo remoto della nostra mente qualcosa è rimasto. Paolo afferma che quello è il risultato dell’indottrinamento subito da bambino, che ha lasciato un residuo di terrore nella sua mente. Lo credo anche io. Ripeto, mi trovo in una situazione sostanzialmente identica. Il ragazzo, poi, introduce un altro aspetto che, lungi dall’essere sempre vero, è reale: la religione uccide la curiosità. Basta introdurre un Dio in qualsiasi cosa non ci sappiamo spiegare scientificamente ed ecco che all’attimo viene spento qualsiasi interesse verso la scoperta. Questo è vero soprattutto quando di parla di origine del mondo, della vita, dell’universo, quei momenti ancora tenebrosi, quei buchi di conoscenza, nei quali ci si sforza di infilare Dio a tutti i costi. Basta infilare Dio nella comparsa della vita sulla Terra ed il gioco è fatto: c’era Dio a creare la vita, punto. Con Darwin abbiamo imparato però che questa soluzione di comodo è sintomatica di un approccio totalmente errato. E’ fondamentalmente per questo che il Darwinismo è rifiutato in, purtroppo, tantissimi circoli: l’evoluzione non è una teoria, è un meccanismo, un fatto, sostenuto da tonnellate di prove scientifiche ma ha il difetto di levare il pavimento da sotto i piedi di quelli che si appoggiano nella credenza che l’esser cristiani oggi sia il vero biglietto per il paradiso di domani. Mi sento di dire che non ho mai creduto a questa favola con tutto me stesso: piuttosto mi sono sforzato di crederci, ma non ci sono mai riuscito.

Insomma, io e Paolo abbiamo una storia intera in comune, al di la delle piccole differenze che ci distinguono.

Mi sento meno solo da ieri.

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