Il 19 marzo 2001 era una data che io e miei amici più stretti attendevamo con trepidazione. Era la prima volta che contribuivo alla realizzazione del falò di San Giuseppe (tradizione del mio paese – anche se non esclusiva del mio paese) ed ero eccitatissimo. Quel 19 marzo 2001 era un lunedì.  Eravamo arrivati a quel lunedì dopo una settimana molto intensa: intensa per le emozioni, intensa per il lavoro svolto. Finalmente quel giorno tanto atteso era arrivato.

Domenica 11 marzo 2001 ci eravamo svegliati con una bruttissima sorpresa: tutto il legname raccolto per il falò  era stato bruciato la notte precedente da un gruppo di ragazzi, probabilmente ubriachi. Tutto il lavoro delle settimane precedenti era stato letteralmente bruciato. Mi ricordo perfettamente come mi sentivo abbattuto. Non avevo mai partecipato alla realizzazione di un falò da tradizione e non vedevo l’ora di metter fuoco a quell’enorme mucchio di legname. E poi, tutta la fatica fatta nei giorni precedenti. I miei amici, come me, erano col morale sottoterra. Non si poteva essere beffati dopo tanti preparativi…

Non ricordo bene cosa successe nelle ore successive a quel disastro. Ricordo che ad un certo punto venne fuori un buon uomo che lavorava nell’officina di fronte al prato dove avevamo progettato di realizzare il falò, che ci disse di avere un bel pò di legna di cui sbarazzarsi. Da li partì il tutto: recuperammo un altro palo, iniziammo di nuovo ad accumulare legname, di tutti i tipi. Era come se il vicinato si fosse impietosito, guardandoci faticare nei giorni precedenti, alzando di volta in volta il nostro falò. Fu una settimana i sudore e schegge di legno nelle mani. E mentre il diametro del mucchio aumentava il nostro morale saliva sempre di più.

Arrivò la sera del 19 marzo. Serata fredda, la ricordo piuttosto bene. Arrivammo sul posto con due taniche di benzina e mandammo il padre di uno di noi (Paolo forse) a prendere della pizza da asporto in modo da mangiarla tutti assieme. Arrivò finalmente il via libera: bagnammo la legna, incendiammo tutto. Il calore sprigionato superava la mia immaginazione: a 10 metri dal falò era insopportabile. Le fiamme si alzavano verso il cielo stellato e la gente si avvicinava per vedere da vicino quel gigante in fiamme. Abbracciai i miei amici, esclamando ‘Che bella esperienza!’. E lo credevo davvero. Un fotografo ci chiese di metterci in posa per alcuni scatti, scatti che non sono riuscito a recuperare. Chissà se ci riuscirò un giorno.

Quel 19 marzo fu la vigilia di una primavera non priva di altrettante emozioni. Sentivo lo spirito di gruppo che animava me e i miei amici, la complicità che ci spingeva in certe imprese, la felicità dello stare assieme.

La sorpresa finale arrivò quando tornai a casa, in macchina: mia mamma era davanti alla tv a registrare un film. ‘Armageddon’, un film che a detta di mia mamma era ‘più bello di Deep Impact’, più spettacolare e più ‘movimentato’. Non conoscevo all’epoca Armageddon, ma guardai il finale del film con interesse. Il giorno dopo inserii la videocassetta per guardare la prima metà del film. I primi 3 minuti di film stuzzicarono la mia fantasia e quel film entrò nella storia della mia infanzia.

Ci sono circostanze che creano legami forti con film, canzoni, personaggi, o semplicemente eventi. Sono legami che non possono non richiamare quei momenti precisi. Rivivi quelle fantastiche sensazioni e non ne sei mai stanco. Ecco, il 19 marzo per me fu una delle giornate più belle della mia vita.

Forse è per questo che continuo a pensare a quel giorno ogni anno che passa.

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