Sono qui che penso…

Civilized states had nonviolent ways of resolving disputes, but that depended on the willingness of everyone involved to back down. [Here] in the raw Third World, people hadn’t learned to back down, at least not until after a lot of blood flowed. Victory was for those willing to fight and die. Intellectuals could theorize until they sucked their thumbs right off their hands, but in the real world, power still flowed from the barrel of a gun. [M. Bowden]

Quella riportata nelle righe qui sopra è una delle tante verità del mondo in cui viviamo. E’ orrenda, ma è la verità. L’uomo è organizzato in società differenti – estremamente differenti – e la distribuzione errata della ricchezza globale, assieme a tantissime altre ragioni, distinguono paesi sviluppati, da paesi in via di sviluppo e sottosviluppati. Nei paesi più poveri del mondo si lotta per la sopravvivenza, tutti i santi giorni. Migliaia di persone muoiono quotidianamente per fame, malattie e guerra. In moltissimi casi la guerra è generata dalla fame, mentre in altri casi è vero il contrario. In tutti i casi si tratta di dispute tra due o più fazioni.

Bowden ci fa notare che una differenza sostanziale tra i paesi sviluppati e quelli non sviluppati sta proprio nel modo di concepire questo aspetto, l’incontro tra due fazioni.

Noi, dice Bowden, abbiamo modi pacifici di risolvere le dispute, basati su varie forme di dialogo. I paesi sottosviluppati, al contrario, vengono subito ‘alle mani’.  Va bene, riconosco che è riduttivo descrivere la questione con così poche parole, ma la realtà dei fatti è questa. Loro ci mettono molto meno di noi a giungere alle maniere forti. Perché noi invece la prendiamo per le lunghe?

Seduto davanti al pc, ripensando a quelle righe, faccio volare i miei pensieri al nostro passato, alle nostre guerre, alle nostre faide e mi accorgo di una cosa. L’Europa del ‘900, pur calata in un contesto diverso da quello dei paesi poveri di oggi, ha visto due sanguinose guerre mondiali che hanno mietuto più di 60 milioni di vittime. Ci siamo fatti sottomettere da sistemi dittatoriali, le abbiamo provate di tutti i colori, dalla monarchia alla repubblica e ora siamo ciò che siamo proprio grazie al nostro passato. Abbiamo maturato la nostra posizione sulla base delle nostre esperienze e dei nostri ‘travagli’, delle nostre sofferenze e delle nostre disgrazie.  Nessuno ci ha detto ‘ragazzi così non va’, oppure ‘ragazzi dovete adottare un sistema democratico’: abbiamo passato il peggio per capire gli errori ed evitare di rifarli. Siamo cresciuti imparando dal passato. Perché non dovremmo lasciare anche ai paesi poveri questa possibilità?

Lo so, è brutale, per alcuni sarà anche insensato, ma invadere un paese dittatoriale con la scusa di instillare la democrazia è un atto che viola la sovranità del popolo invaso, un atto di guerra vero e proprio. Non sarebbe meglio lasciare che le cicatrici di quel popolo lo risveglino dal torpore per proiettarlo verso un futuro diverso? Se c’è una cosa che ho imparato è che ci si deve scottare prima di imparare una lezione. Se un padre tiene forzatamente il proprio figlio all’interno di un cilindro di cristallo, inevitabilmente alla maggiore età il ragazzo sarà un povero imbecille che non sa cucinarsi un piatto di pasta. Se invece il ragazzo è libero di sperimentare e di fare le sue esperienze allora capirà da solo, sulla sua pelle, cosa è giusto per lui e cosa non lo è. Non si deve controllare, ma vigilare. E’ bene che il mondo sviluppato lasci che le questioni interne dei paesi poveri vengano risolte col tempo, vigilando sul processo, piuttosto che intervenendo attivamente, imponendo con la forza il risultato dell’evoluzione delle nostre società. Lo sviluppo deve procedere per gradi.

Questo discorso può apparire strano, ripeto. Può sembrare poco cristiano, ma sono tantissimi i casi in cui l’intervento dell’occidente ha portato solo morte e distruzione, invece che sollievo e prosperità.

In un modo o nell’altro, ogni popolo ha diritto ad imparare dai propri errori.

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