The-Hobbit-An-Unexpected-Journey

E’ difficile dire cosa aspettarsi da un film quando non si conosce il materiale di partenza e non si sa dove il regista vuole andare a parare. Questo è particolarmente vero nel caso del film ‘The Hobbit – An Unexpected Journey’, ultima fatica del regista neozelandese Peter Jackson e felice ritorno al cinema per tutti i fan della Terra di Mezzo. In questi giorni personalmente ho cercato di difendermi rovinandomi la visione usando tutti gli strumenti dello spoiler che la rete mette a disposizione, dagli spot televisivi ai trailer, passando dalle recensioni agli speciali rilasciati su forum e community come Facebook e Youtube. L’impressione che si capta è quella di un film riuscito a metà. Una fetta importante di recensori ritiene il film un fallimento e una ristrettissima fetta di gente lo ha etichettato come capolavoro.

Anche se è vero che la verità sta nel mezzo, in questo caso mi sento di simpatizzare più per coloro che lo chiamano capolavoro piuttosto che per quelli che lo bocciano senza pietà. Questo non vuol dire che consideri il film un capolavoro – tutt’altro – visti i limiti  e i problemucci che presenta, ma il mio giudizio è ben lontano da quello catastrofico di certi esponenti della critica cinematografica.

Il ritmo.  Non sono un cinefilo, mi annoiano le storie poco interessanti, ma con gli anni ho iniziato ad annoiarmi anche di fronte ai film superficiali e farciti di sequenze action da mal di testa, però se c’è una cosa che ho capito è che il ritmo di un film è fondamentale. The Hobbit – An Unexpected Journey soffre sicuramente una parte iniziale morbosamente lenta, in cui ci viene mostrato di tutto e di più, ci viene raccontato molto, ma che sostanzialmente non evolve. Insomma, il film che dovrebbe essere in discesa, per quasi un’ora resta fermo. Questo fa sbadigliare coloro ai quali il linguaggio cinematografico è di estrema importanza, ma per contro è la gioia dei fan. Il peso di 13 nuove figure da introdurre è sicuramente una buona giustificazione per allungare questa parte iniziale, ma a meno di non trasformare la prima ora di film in una mortalmente noiosa sequenza di presentazioni, il regista è stato costretto ad introdurre con particolarità solo alcune di loro, tralasciando il resto in un groviglio di cappucci e barbe sullo zerbino di Casa Baggins. L’arrivo in solitaria del leader della compagnia, Thorin Scudodiquercia segna l’inizio della riunione inaspettata, una lunga sequenza di notizie e voci durante i quali il povero padrone di casa si vede trascinato in un’impresa contro il suo stesso volere. Il rifiuto del lato Baggins ricalca quello del personaggio letterario, mentre sullo sfondo la cupa canzone dei Nani evoca immagini di mondi lontani e ignoti. Il tutto occupa una porzione di film importante: quasi un’ora. I più impazienti sbufferanno sicuramente. E’ con l’inizio del viaggio che le acque iniziano a smuoversi. Il regista non perde di vista l’obiettivo, caratterizzare il più possibile, e ci invita in un flashback estremamente spettacolare che i fan più accaniti non mancheranno di acclamare, e la figura del leader della spedizione si inspessisce: si confermano i tratti caratteristici del personaggio, che vanno ad arricchire il suo lignaggio nobile. Dopo una breve sosta al riparo delle mura della casa di Elrond, la compagnia riparte alla volta delle montagne e il film imbocca la lunga discesa che porterà al finale. I momenti di esagerazione pura si alternano a momenti alti in cui il regista dimostra di aver colto nel segno scegliendo Freeman nel ruolo di Bilbo Baggins: la mezz’ora passata con gli indovinelli tra Bilbo e Gollum, così come la fuga di Bilbo dalle montagne annovera tra i momenti più alti e profondi dell’intera pellicola. E’ ancora Freeman a tenere alto il livello della pellicola quando, poco dopo, ritrova i suoi amici dichiarando nel modo più sincero possibile che si, è un piccolo Hobbit, ma farà di tutto per aiutare i suoi compagni a riconquistare il loro antico Regno. Il finale del film, modificato rispetto alla storia originale ma fedele nel contenuto, dimostra quanto il piccolo Hobbit possa dimostrarsi utile a Thorin & co. quando in modo maldestro ma con la spinta del coraggio e del sacrificio più grande mette a rischio la sua vita per salvare quella del nobile nano. Un’amicizia e un profondo rispetto nasce quindi nei confronti del piccoletto, che ha tradito le aspettative di tutti presentandosi degno del massimo rispetto. Un cuore nobile, leale e sincero, proprio ciò che Thorin cercava. Il piccolo Bilbo è sulla strada per diventare un vero eroe.

L’impatto emotivo della prima parte della pellicola è di tipologia diversa rispetto a quello della seconda parte del film. Nella prima parte della pellicola ci viene mostrato un personaggio estremamente pigro, risultato della prevalenza del lato Baggins: è un Bilbo maldestro, ridicolo, spaesato di fronte a quello che sta accadendo, ma incapace di porre un freno come si deve alla situazione. Fondamentale per capire il suo comportamento è il cercare di dare una ragione al suo improvviso cambiamento. Il lato Tuc alla fine ha la meglio e lui si avventura, privo di timori, verso il mondo che così avaramente da piccolo desiderava conoscere. Secondo me, in molti possono ritrovarsi in questo aspetto e una volta capito cosa è successo al personaggio è facile capire tutto il resto. Il vasto mondo esterno è pieno di meraviglie e di orrore e il piccolo Hobbit le affronta con manifesta confusione. Man mano che il viaggio va avanti lo sconforto lo conquista e il disprezzo di Thorin aumenta, tanto da fargli desiderare di non essere mai partito. ‘Sono fuori posto’, ammette a Bofur ad un certo punto. Il destino però è più forte. Per usare le parole di Gandalf, Bilbo è destinato a trovare l’Anello e Frodo è destinato ad ereditarlo. Il fato non intercede più – come nel libro – mentre Bilbo è solo e abbandonato e per caso gli fa poggiare la mano al buio proprio sull’anello; il fato lo spinge nel suo periodo di massima debolezza verso il momento più importante della sua vita. Bilbo affronta Gollum e ne esce vittorioso; scopre un tesoro, ma lo tiene nascosto. Quello che può sembrare un atto involontario nasconde il perfido volere dell’oggetto più pericoloso della Terra di Mezzo per caso capitato nelle mani del piccolo Hobbit. Il grande merito della sequenza degli indovinelli e della fuga di Bilbo però, sta anche nel regista, capace di catturare quel magnifico e fondamentale istante in cui la pietà di Bilbo ha la meglio e lo Hobbit non uccide Gollum, nei cui occhi è dipinto tutto il dolore del mondo per la scomparsa del suo adorato tesoro. Un plauso alle interpretazioni di Martin Freeman e di Andy Serkis, davvero notevoli. Nell’ultima parte della pellicola infine, emerge finalmente quel cuore coraggioso, quel lato Tuc che durante il viaggio si era sopito a vantaggio della metà Baggins e Bilbo acquista finalmente il controllo di se stesso e stabilisce il ruolo che vuole ricoprire. Costi quel che costi, i nani lo hanno preso con loro e lui non deve tradire le aspettative. La natura del nuovo Bilbo emerge con la sua straordinaria bontà d’animo e dal suo spirito di sacrificio che ci portano ad esultare per lui, per il suo trovato posto nella compagnia, per il pentimento di Thorin. Lo Hobbit acquista agli occhi degli altri rispetto ed onore e noi spettatori non possiamo che applaudire.

Insomma, per quanto mi riguarda è difficile bocciare un film che propone il clima del libro abbellendolo in sostanza e donandogli quel tocco di drammaticità necessario ad elevare la storia originale – da favoletta per bambini ad epico racconto della riconquista della patria perduta. Il film va giudicato senza parallelismi con la precedente trilogia principalmente per una questione di presupposti storici. Il potere del male, tangibile ne La Compagnia dell’Anello, quivi non è ancora un peso sul mondo; seppur meno tranquille che in passato, le vie sono tranquille e le Terra di Mezzo vive in un periodo di apparente pace. Ne risulta luminosa, più allegra, ‘fronzuta’ per usare il termine che descrive Bosco Atro, più viva e meno minacciosa. La fotografia esalta questi aspetti aiutata da una sceneggiatura che indugia più volte sul tono gioco delle vicende dei protagonisti. Il risultato è un gran bel film che ha tutto il merito di riportare lo spettatore indietro in una Terra di Mezzo più gioiosa che mai, anche se coi giorni contati.

Piccola nota di demerito per la musica. La colonna sonora, scritta da Howard Shore ancora una volta, soffre di tagli inspiegabili alla luce del materiale che si trova nelle due edizioni su disco. Il materiale, di indubbia qualità, qui risulta utilizzato veramente poco e male. Ridondante, quasi, è il tema ‘Misty Mountains’, mentre altre composizioni risultano poco o per niente inserite. Peccato, perché parte del successo della trilogia era dovuto anche all’incredibile effetto delle musiche composte da Shore.

2012TheHobbit01PR200912

 

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