Una delle cose sorprendenti di questo paese è la prorità che gli italiani danno agli aspetti della loro vita. Al pari del Brasile e di altre nazioni come l’Argentina, l’Italia è un paese in cui il calcio è talmente popolare da rappresentare anche l’identità nazionale (altro che tricolore, Garibaldi, e via dicendo). Le nostre emittenti televisive dedicano intere trasmissioni a questo sport, sfruttando la sua popolarità e il fascino che ha sulla popolazione per racimolare ascolti. Il calcio in Italia è importante quasi quanto l’aria che respiriamo. C’è gente che legge solo di calcio, parla solo di calcio e ne capisce solo di calcio.

Ciò che però la gente non capisce, secondo il mio modestissimo parere, è che il calcio da sport è diventato altro. Cosa di preciso è diventato? Ah boh. Sicuramente non basta praticare a certi livelli un’attività sportiva per chiamarla sport. Lo sport nasce per educare il corpo, la mente e il carattere di una persona. Quello che guardiamo in tv ai giorni nostri non è sport, ma becero business. Intorno al calcio gira tutto il possibile e l’immaginabile, sullo sfondo del denario che a fiotti viene scambiato tra le società. In un periodo grigio come quello che stiamo vivendo, sapere che milioni e milioni vengono fatti girare nelle mani di così poche persone ti spinge a chiederti quando questa casta verrà abbattuta e quando verrà rispristinato il ruolo vero dello sport.

Parlo solo dell’Italia, ovviamente. In Europa l’andazzo è tendenzialmente questo, ma in Italia più che nella stragrande maggioranza dei paesi esteri, il calcio è diventato più importante della cultura. La gente preferisce guardare il calcio, praticarlo se possibile, piuttosto che fare (principalmente) cose utili.

Visto che in Italia il calcio conta tantissimo, abbiamo decine di giornali che parlano quasi esclusivamente di quello; le conferenze stampa del tale giocatore o del tale allenatore occupano spazio anche nelle prime pagine dei giornali di cronaca più importanti del paese. Un esempio di tale folgorante importanza è l’insieme delle reazioni per il recente addio di due giocatori ‘importanti’ nelle rispettive squadre: Ibrahimovic, dopo due anni di Milan viene ceduto al PSG, mentre Lucio dall’Inter passa alla Juventus. Entrambi vanno via trascinati dalle polemiche. Il primo, volendo restare a guadagnare i suoi bei milioni, ha chiesto alla dirigenza rossonera se per caso ha bisogno di soldi (mai pensare di ridursi l’ingaggio); il secondo, appena approdato a Torino nella squadra dei suoi (fino a qualche mese fa) acerrimi nemici, ha lanciato ipocrite frasi di amore eterno alla nuova maglia. Roba da pazzi. Una volta li si chiamava mercenari. Ma si sa, l’uso dei termini appropriati va oltre la coerenza. Gli juventini sono felici per l’acquisto, gli interisti etichettano Lucio come ‘traditore irriconoscente’; i milanisti si lamentano delle parole di Ibrahimovic e molti lo chiamano ‘zingaro’. Ai miei occhi era chiaro l’obiettivo di Ibrahimovic nel momento in cui lasciò la Juventus per unirsi all’Inter (qualcosa come 6 anni fa) e sapevo alla perfezione che i tanto osannati senatori del triplete interista provavano un attaccamento alla maglia nerazzurra inversamente proporzionale ai soldi che succhiavano via al patron Moratti. Mi dispiace, tifosi miei, ma questo è il calcio.

Non lamentatevi di Lucio, non insultate Ibrahimovic: sono il risultato della rovina del calcio, non la causa. Se volete le cause, piuttosto, cercatele altrove. Cercatele nella strumentalizzazione dello sport, cercatele in chi ha deciso di trasformare questo gioco (e altri, ovviamente) in business (e in lavoro), con tanto di stipendi e giocatori professionisti. Lucio e Ibrahimovic sono il risultato di quello schifo di sport falsato che è il calcio.

Insultare loro oggi non cambierà sicuramente le cose.

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