Chi mi conosce sa che amo la lettura: è una delle mie (poche) passioni. In altre occasioni, se la memoria non mi inganna, su questo stesso blog ho esternato a parole l’amore per la scrittura di fantasia, amore sbocciato all’improvviso con la lettura di Harry Potter e la Pietra Filosofale, primo libro della fortunata serie scritta da J. K. Rowling.

Cos’è che rende i libri di Harry Potter così wicked – magici? Beh, prima di tutto penso sia l’atmosfera che si respira, pagina dopo pagina. Parlo da persona che nella maggioranza dei casi ha sempre letto prima il libro e poi guardato la trasposizione cinematografica (il che mi rende molto critico verso i film che sono stati realizzati dalla Warner Bros): l’atmosfera dei libri è unica e i film la sfiorano solo in parte. La scrittura leggera ma al tempo stesso coinvolgente e intrigante mi ha rapito sin dalle prime pagine de La Pietra Filosofale. Per quanto sia un libro indirizzato chiaramente ad un pubblico giovane, io, a 15 anni ‘suonati’, me ne innamorai e decisi che volevo leggere anche i seguiti, soldi permettendo. Non riuscii a mettere le mani sul secondo capitolo, La Camera dei Segreti fin quando mia mamma non si decise a leggere La Pietra Filosofale: al termine della lettura mi disse che si trattava di uno dei libri più belli che avesse mai letto.

Durante l’estate del 2003, poi, lessi per la prima volta Il Prigioniero di Azkaban, libro fenomenale. L’intreccio del terzo libro tocca, secondo me, le vette della serie: mai prima o dopo Il Prigioniero di Azkaban la Rowling ha saputo mettere su carta una storia tanto sensazionale. Le rivelazioni di questo racconto sono fondamentali, ma sono soprattutto inaspettate e a lettura terminata ti viene l’improvvisa voglia di tornare a leggere tutto dall’inizio. Tanti sono i particolari che acquisiscono significato, tanti sono i puntini che possono essere collegati tra di loro. Ne emerge un quadro fantastico, l’apice della creatività della scrittrice.

Qualcuno obietterà che i libri successivi riportano ‘scoop’ e rivelazioni anche più ‘pesanti’ nell’economia della serie: concordo, alla luce del finale della serie. Però è innegabile che Il Prigioniero di Azkaban presenta un intreccio decisamente meglio congegnato rispetto ai capitoli successivi. La storia dei malandrini da sola vale i due libri precedenti: abbiamo finalmente notizie del padre di Harry, delle sue malefatte, come se all’epoca della storia fosse ancora vivo e girasse ancora per i cortili della scuola. Il gruppo di amici di cui si circonda all’epoca delle sue scorribande assume contorni fisici e reali, tangibili: Black, Lupin, Minus, tutti vivi, li vicino ad Harry; persone che hanno conosciuto James e che gli sono stati accanto, sempre. James, questo maldestro ragazzo, bullo a scuola e incredibilmente maturo e coraggioso successivamente finalmente esce dalla leggenda e fa parlare un pò di se tramite i suoi migliori amici. Ci troviamo di fronte ad un piccolo squarcio nel passato di questo personaggio – una Windows to the Past,come l’ha intitolata il maestro John Williams, autore della colonna sonora che fa da sfondo all’opera cinematografica – al suo carattere, oltre che al suo coraggio; alle sue qualità, alle sue abilità magiche. E’ la prova definitiva che James un tempo esisteva e che era un mago davvero dotato: escogitare un modo per fuggire dalla scuola di nascosto, mappare Hogwarts su una pergamena incantata realizzando uno strumento potentissimo, oltre che un’arma pericolosissima se messa nelle mani sbagliate, riuscire a diventare Animagus nonostante le difficoltà insite nel livello di magia richiesto e i rischi che la pratica comportava (al di la di quelli legali che, diciamocelo, erano il meno per lui e Black)… insomma, un genio del suo tempo. Certo, non un genio del calibro di Silente, ma un genio, a modo suo.

E che dire di Black? Il libro è intriso dal suo personaggio, dalla sua minaccia, per più di tre quarti della narrazione. Sirius Black, traditore dei genitori di Harry, del suo migliore amico James, autore di delitti innominabili, uccisore di un altro caro amico, Peter Minus e ‘espite’ da più di un decennio nella prigione orripilante di Azkaban fugge abilmente per mettersi alla caccia di Harry. L’ombra maligna di Black, il suo essere di fama un potente mago, il suo essere sfuggente, la sua capacità di colpire quando meno te lo aspetti nei posti più impensati fa crescere l’ansia nel lettore: riuscirà Harry a sopravvivere a questa caccia? Così facendo, il velo che copre i nostri occhi finisce per diventare lo stesso velo che copre gli occhi del Ministero della Magia e che continuerà a coprire gli occhi delle alte cariche del mondo magico per altri due anni. Black si decide a venir fuori per attuare il suo piano, ma viene catturato e rischia la pena di morte. E in quel momento, imprigionato ed interrogato, svela a Silente la verità, quella verità che nessuno gli ha mai voluto ascoltare. Black diventa un fuggitivo dalla legge, vola via con un ippogrifo e si nasconde la dove il Ministero della Magia inglese non può raggiungerlo. Un lieto fine la dove ci si aspettava uno scontro all’ultimo sangue per vendicare le morti di James e di Lily.

Coprotagonisti in questo libro, oltre agli inseparabili Ron ed Hermione, alla maligna banda di Malfoy e Hagrid, troviamo Remus Lupin, anch’egli vecchio amico di James Potter e professore di Difesa contro le Arti Oscure. La sua storia è intrecciata a quella dei malandrini in modo molto profondo; anche lui, al pari di tutti, pensa male di Black, fin quando una limpida intuizione gli permette di giungere alla verità da solo. Lupin è un personaggio malinconico, molto riflessivo, pacato: era il freno di Sirius e James ai tempi di Hogwarts, è un mago molto dotato ma vive in una condizione sociale pesante. In un mondo non disposto ad accettare i mezzosangue non c’è spazio neanche per i mannari e per i giganti. Questo disagio, pari a quello che un povero handicappato sopporta sulla sua pelle, è appesantito dal rifiuto della società, quindi dalla difficoltà di trovare un lavoro e sopravvivere. Non per niente la condizione di Remus è nota ad un ristrettissimo numero di persone, Silente in testa. Remus Lupin è il secondo esempio del lato intollerante della civiltà dei maghi propostaci dalla Rowling. Se da una parte maghi e streghe nel Medioevo venivano cacciati e bruciati sui roghi dai babbani, nel mondo magico i pregiudizi a volte superavano anche queste atrocità: l’idea del sangue puro, della conservazione della stirpe magica e del dominio dei maghi sulle altre creature magiche vengono introdotti con il secondo e con il terzo libro ma troveranno poi ampio sviluppo nei libri a seguire.

Considerando questi aspetti, il dorato mondo di Harry Potter ne esce con una macchiolina di negatività: i maghi non sono infallibili, non sono lo step evolutivo successivo all’essere umano. Sono umani in tutto e per tutto, ereditano gli stessi pregiudizi e le stesse debolezze. Il mondo magico così mostrato perde punti: non è un caso se dal quarto libro in poi Hogwarts non sembra più la stessa di prima e i racconti diventano decisamente più adulti con l’introduzione del delitto, la caduta ultima verso un baratro di violenza guidata dall’intolleranza e dalla fame per il potere.

Il Prigionero di Azkaban è quindi l’ultimo libro ‘solare’, l’ultimo nel quale possiamo godere dello splendore e della spensieratezza di Hogwarts, pensando che ciò che circonda il castello è solo meno affascinante – ma comunque non cattivo – rispetto a quello che c’è nel mondo di fuori. La centralità di questo racconto è fondamentale, quindi.

Consiglio la lettura di questo libro a chiunque abbia iniziato a leggere Harry Potter fermandosi al secondo libro, orripilato o disgustato. Non consiglio la lettura ovviamente a chi non ha mai letto i libri o mai visto i film: in quel caso, essendo profondamente legato ai due libri precedenti, è consigliabile la lettura de La Pietra Filosofale e La Camera dei Segreti.

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