Mi accorgo che è passata a dir poco un’era da quando ho scritto per l’ultima volta sul blog. Cavoli, mesi fa. Mai mi era capitato di essere così inattivo.

La causa di un’assenza così prolungata si dirama in un groviglio di ragioni che non sto qui ad approfondire: problemi sentimentali gravi, problemi anche con le persone che mi circondano, problemi con me stesso, con l’Università. Insomma, con tutto. Quest’anno si sta rivelando disastroso. Tutto questo mi rende infelice, ansioso, triste e depresso. Pare non ne vada bene una. Anzi, non pare, è così. Purtroppo.

Stamattina, finalmente, ho trovato la forza per tornare in Istituto e riprendere in mano il lavoro di tesi, o quantomeno per tastare il campo. Pensavo male, ma non così male. Sono tornato dopo un’ora col morale sotto terra. Ci sono un mucchio di cose che non vanno bene e purtroppo me ne dovrò fare carico io.

Stamattina entro in Istituto, tra i “Sei ancora vivo allora!” e i “Bentornato!“, manco stessero aspettando chissà quale mente accademica da non so quanto tempo. La prima cosa che ho voluto fare è stata quella di mettere mano alle mie vecchie creature, 12 litri di soluzione simulante che preparai nell’oramai (molto) lontano dicembre scorso. Sapevo quello che avrei trovato, ma trovarmelo per davvero di fronte mi ha sconfortato. Purtroppo, nonostante per motivi prettamente scientifici, mi fossi cautelato con concentrazioni mediamente elevate di alcool, le muffe non hanno resistito alla tentazione di rovinare il mio lavoro, per cui eccole li a navigare felici nelle soluzioni simulanti! “Con una contaminazione fungina il contenuto delle soluzioni è sicuramente alterato…“. Dovevo misurarne il pH, ma tanto… Ah, il pH. L’antilogaritmo della concentrazione idrogenionica. Uno pensa che un Istituto universitario operativo 11 mesi all’anno, ad ottobre abbia il pHmetro tarato e funzionante. E invece a quanto pare il pHmetro è in riposo da chissà quanti mesi. “Va tarato“. “Bene“, dico, “Posso usare le soluzioni tampone dell’ultima volta?“, “No” mi viene risposto, “Devi usare quelle nuove, ma sono in frigo, per cui devi aspettare che arrivino a temperatura ambiente“. “Ok, dai, uso il bagno per farle arrivare a temperatura ambiente“. “Ehm… il bagno funziona male, mettici l’acqua, ma a luglio non riscaldava, fai te…“. Dannazione… “Vuoi vedere che mi tocca riscaldarle col fiato?“. Ma il dubbio delle muffe e la conseguente verifica hanno vanificato l’idea di misurare il pH delle soluzioni simulanti, il lavoro che dovevo fare questa mattina. Mi sono chiesto quindi come impiegare il tempo che mi restava. Ho preso il mio quaderno e ho iniziato a pensare a quel lavoro di 10 mesi fa. Devo rifare tutto. Quante ne preparo? “12 litri, scemo! Visto che fai 30, fai 31. Rifai anche le analisi che hai preparato ad aprile, tanto oramai…“. Bene… penso “Ci vorrà un piano sperimentale. Ma prima di tutto devo fuggire da qui dentro“. Torno in camera, spremo le meningi. Dopo 10 minuti ho davanti a me un foglio dove ho pianificato il lavoro che mi aspetta le prossime settimane. Un incubo. Ho dovuto riprendere cose che speravo di aver oramai terminato, un lavoro rognoso che mi ha portato via non so quanti giorni. E devo rifarlo.

Non è tanto il dover rifare tutto che mi spaventa quanto il fatto che il clima che ho respirato in quell’ora scarsa in Istituto è tutto meno quello che ti mette a tuo agio e ti permette di lavorare. Strumentazioni non perfette (un no grosso come una casa per un Istituto), strumentazioni mancanti (un no-no gigantesco) e tanta confusione (un no delle dimensioni della Chiesa di San Pietro a Roma, tanto per avere idea delle dimensioni). E così mi è calato uno sconforto che è difficile da spiegare.

Mi sono quasi pentito di essere andato in Istituto oggi. Potevo starmene qui in camera a studiare biochimica. Certo, non avrei risolto nessun problema, ma almeno avrei avuto una mattinata più tranquilla (anche se non meno travagliata).

Niente, volere o non volere, ho questo dovere. Rimbocchiamoci le maniche.

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