Qualche sera fa sono riuscito a “sentire”, via chat, il mio ex istruttore di karate. Era un bel pò che volevo parlargli per farmi raccontare qualcosa. Avevo sentito delle voci strane e la faccenda del suo abbandono dal mio paese mi incuriosivano. Era una faccenda “sporca”, roba che si vede nei film. Stentavo a credere a quella versione dei fatti che mi era stata riferita. Invece era tutto vero. Amicizie politiche e odio personale. Lui ha preferito lasciare il paese, per continuare altrove. Di fronte a quelle condizioni penso che anche io avrei fatto la stessa cosa. E’ molto triste.

Quando i due maestri di Potenza chiusero la palestra di Lavello, era il 1998, avevo 12 anni, temetti che il Karate fosse scomparso dal paese. Invece no. Fortunatamente due degli allievi migliori decisero di portare avanti il club e l’anno dopo presero accordi con un centro benessere vicino al centro storico per poter affittare un locale. La prima volta che entrai nel locale… provai tanta delusione. Era un locale molto piccolo rispetto a quello di prima. Non lo vedevo bene per un allenamento di karate. Mi ci abituai col tempo, ovvio. Strinsi nuove amicizie, anche con gente più grande di me. Ero cintura marrone, ero li per diventare cintura nera, il sogno di ogni ragazzino. Poi dai li, chissà, avrei potuto anche andare (finalmente) a gareggiare e magari vincere qualcosa. Chi poteva dirlo.

Cos’era per me il Karate? Una routine. Mi impegnavo, diciamo, quanto bastava per rendere felici i miei istruttori. Preferivo il kumite invece che il kata, perché mi permetteva di sfruttare meglio le mie caratteristiche fisiche, velocità e resistenza fisica. Non mi interessava affatto andare in giro e pavoneggiarmi, preferivo rimanere come al solito nell’anonimato. Iniziai però ad essere più estroverso. Migliorai enormemente i miei riflessi, maturai una maggiore consapevolezza di cosa sia la concentrazione. Niente mi sembrava impossibile. Di fronte ad esercizi ginnici difficili stringevo i denti e soffrivo. In silenzio. Fin quando l’esercizio, diventato routine, diveniva facile. Fu un periodo di grande crescita per me. I miei amici continuavano a chiedermi esibizioni, ed io di tanto in tanto ne davo qualcuna. Presto, però, iniziai a non sopportarle. Il Karate era diventato l’impegno settimanale di sfogo, il momento in cui riuscivo a sfogare tutto lo stress. Mi faceva stare bene. Stuzzicava la voglia di competere, di migliorarsi.

Quello fu il periodo in cui gli schemi della tecnica mi entrarono in testa, a furia di ripetizioni. Chi è esperto però capisce, da queste parole, che ai miei allenamenti mancava qualcosa. Quello che ti permette di essere all’altezza degli altri atleti nelle gari, quello che fa di una persona un vero karateka: il controllo della forza e la sua giusta applicazione. Lo capii dopo un bel pò di tempo, purtroppo.

Settembre 2000: i miei istruttori cambiano ancora palestra. Cambiamo sala. Una ancora più piccola, nonostante mi venisse detto che la nuova sala era più grande. Gruppo di atleti leggermente rimaneggiato, con alcune aggiunte. Oramai fare parte di quel gruppo per me era motivo d’orgoglio. La nuova palestra, poi… pullulava di donne di tutte le età! Dopo qualche settimana venni a sapere che i due istruttori che mi avevano allenato fino a quel punto avevano litigato e che avrebbero intrapreso strade diverse. Fui costretto a rimanere li dove avevo iniziato. A luglio del 2001, finalmente, divenni cintura nera. Successivamente mi chiesi se ero soddisfatto delle mie prestazioni o meno. No, non ero assolutamente soddisfatto. La mia tecnica era sufficiente, ma la forza e i tempi nel kata, no, non potevano andare. Come cintura nera dovevo crescere ancora di molto. Iniziò a sorgermi il dubbio che dopotutto venissi diretto male negli allenamenti e che di conseguenza non potevo essere definito “buon atleta”. Il dubbio crebbe nel tempo fino ad essere condiviso con uno dei miei migliori amici, anche lui karateka come me. Iniziavamo a guardare altrove e iniziavamo a pensare di cambiare registro. Poi all’improvviso arrivò la conferma che quanto pensavamo era in realtà molto vero. Non basta una cintura nera per fare di un allievo un perfetto automa capace di automigliorarsi. Ci vuole tempo, impegno, anche da parte dell’istruttore. Altrimenti il primo Dan della cintura nera sarebbe anche l’ultimo. Ci sentimmo abbandonati. Sentivamo che il nostro tempo era totalmente sprecato. No, in quelle condizioni non si poteva imparare il Karate.

E così decidemmo di cambiare per davvero. “Scappammo” di li, tornammo ad allenarci con l’altro sensei, attratti soprattutto dalla sua fama crescente. Non fu un gesto leale, lo ammetto. Non mi riferisco certo al fatto che passavamo al nemico, no. Dovevamo forse parlare al primo sensei di questa nostra decisione, metterlo al corrente di quello che stavamo per fare. Preferimmo agire senza dare spiegazioni. Mamma personalmente si arrabbiò, non le piaceva questo modo di fare. E’ vero, neanche a me piaceva. L’alternativa però faceva leva sui lati deboli del mio carattere, il mio non saper dire di no ad un amico che ti promette cambiamenti e che ti chiede di non abbandonarlo. Sapevo che se mi fossi fatto “convincere”, allora sarei rimasto li a vita. Presi il mio kimono e la mia cintura nera e mi iscrissi “dall’altra parte”.

Il “nuovo” sensei per prima cosa volle toccare con mano la nostra preparazione. La faccia che fece quando eseguii Bassai Dai per la prima volta non era rassicurante. “Te lo dicevo io”, gli dissi. Avevo parlato con lui prima dell’inizio dell’anno. Se non sbaglio fu proprio durante l’estate. “Voglio tornare a casa con le ossa rotte, voglio diventare un atleta di livello, non restare una cintura nera anonima”. Lui annuì: “Capisco cosa intendi”. Quel Bassai Dai non era da cintura nera: posizioni imprecise, poca forza, tempi sbagliati, anca immobile, mentalità assente: una esibizione che andava bene per una cintura blu. Neanche per una marrone. Io ero cintura nera, dovevo aggredire la vista di chi mi guardava. Ci voleva molto lavoro. Avevo chiesto la bicicletta e questa mi venne consegnata, nuova di zecca: un clima molto più tradizionale, giapponese, negli atteggiamenti, nei saluti, nell’allenamento. Insistere e insistere fin quando il mio corpo non modellava il giusto movimento, finché il kime non esplodeva come atto spontaneo, finché Bassai Dai non diventava il kata di una cintura nera. E alla fine ce la feci. Il mio Bassai Dai era enormemente migliorato. Avevo pedalato bene. Potevo pedalare meglio, però.

Tutto quello che facevo, a quel punto della mia vita, era connesso strettamente alla respirazione, anche il più docile dei miei movimenti. Precisione, velocità e potenza. Non potevo chiedere di meglio. Poi il sogno si infranse, come dicono i romantici. Il mio sensei ebbe la possibilità di spostarsi agli alti livelli, la nazionale. Ci “abbandonò”, andò a Firenze. Feci tesoro dei suoi suggerimenti, continuai ad allenarmi. Qualche volta venne a trovarci e organizzò degli stage di perfezionamento. Ma non era come prima, assolutamente. Fu la conferma di un’altra verità: le cose belle non durano per sempre. Dopo quell’anno da autodidatta fui costretto a fermarmi. Mi iscrissi all’università e da allora non indossai più il kimono.

Pochissimi sono quelli che qui sanno del mio passato da karateka e io non sono affatto ansioso di farlo sapere. Non me ne vanto come fanno i calciatori. Il Karate mi ha insegnato anche l’umiltà, tra tante altre cose.

Ho studiato Karate per 11 anni e ne riservo un gran bel ricordo. A volte sembra il passato di un’altra persona, neanche il mio. L’altra sera il mio sensei ha detto che l’importante è che il Karate abbia lasciato in me dei bei ricordi. Cavoli se li ha lasciati. E’ proprio per quelli che oggi rimpiango l’aver interrotto l’attività. Chissà in questi cinque anni cosa sarei diventato, continuando con quegli allenamenti ferrei.

Ieri al pensiero di queste cose mi veniva da piangere. Mi viene una tristezza ancora maggiore di quando penso ai divertimenti delle scuole superiori, davvero. “L’importante è che ti abbia lasciato qualcosa di bello” mi ha scritto il sensei in chat. Ovvio, sensei. Se lo pratichi con la consapevolezza di quello che il karate è, non puoi rimanerne staccato. Mi sarebbe tanto piaciuto continuare, migliorarmi, sfogarmi continuamente… e invece sono immobile, da mattina a sera, a buttar giu rospi amari, incapace di sfogare tutto il mio stress. Cosa dovrei fare? La cosa più logica sarebbe riprendere, ma so che mi costerebbe troppo, in termini di tempo e in termini economici (non navigo sicuramente nell’oro). Quindi per ora si tratta solamente di sognare ad occhi aperti. Domani, forse, avrò l’occasione di riscattare questo periodo della mia vita eccessivamente sedentario. Chissà…

Sensei ni Rei.

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