Chi ha confidenza con i film ridoppiati in dialetto? La nostra bella penisola è un coacervo di lingue diversissime molto ricco. Ogni dialetto ha la sua particolarità, ha le sue sfumature, i suoi suoni, le sue parole intraducibili in italiano, la sua storia.
Ebbene una delle “applicazioni” se così possiamo chiamarla, più divertente, dei dialetti… sono i film ridoppiati. Nel 100% dei casi i doppiatori non si impegnano a realizzare un doppiaggio continuo e logico: ogni scena è come una mini-storia a se, spesso non collegata con le precedenti. La cosa particolare che si nota subito, però, è la volgarità. La volgarità di questi film è elevatissima (spesso non sfiora le bestemmie… le prende in pieno), ma non è eredità del cinepanettone vanzinesco: la base dei dialetti in Italia comprende tra le altre cose anche le parolacce “intercalari”, quelle che, come dice Marco Paolini, tolte dalle frasi non fanno filare il discorso. Con questo comunque non voglio dire che i dialetti italiani sono costellati di parolacce fino all’inverosimile, perché sarebbe una falsità bella e buona.
Se si è “bravi” si può portare il livello di volgarità a vette elevatissime, come nel caso di “Troy” ridoppiato in altamurano (Altamura, per gli ignoranti in geografia italica – mi riferisco soprattutto agli abitanti del Nord con la puzza sotto il naso – è una caldissima città pugliese della zona delle Murge). Questo dialetto, diverso dal barese, risulta incomprensibile – pensate – anche ai pugliesi del Gargano… che sempre pugliesi sono!
Personalmente non ho avuto difficoltà di comprensione neanche durante la prima proiezione solitaria, ma questo non è dovuto alle simiglianze di pronuncia del mio dialetto con questo…
Per capire comunque che tipo di lingua sia l’altamurano, godiamoci uno spezzone di “Troy” di Wolfgang Petersen… Ulisse (qui inteso come personaggio proveniente Gravina di Puglia, città poco distante da Altamura) va da Achille su Ftia per convincerlo a partire per Troia:

Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa.

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