E’ arrivato il momento, anche per me, di parlare un pò, finalmente, di Harry Potter e i Doni della Morte Parte 1. Ho avuto la possibilità di guardare i primi 36 minuti in inglese nei giorni scorsi e il giudizio era decisamente positivo. Mi sono servite 3 visioni di quel filmato per comprendere tutto quello che veniva detto (perdoniamo la mia carente capacità di capire bene l’inglese), ma alla fine ce l’ho fatta e le mie aspettative ieri sera, prima di andare al cinema per godermi l’intero film (in italiano) erano decisamente alte. Forse, mi dicevo, Yates questa volta ha saputo impegnarsi seriamente e ha tirato fuori un bel film.

Quando mi sono seduto in sala, però, il sospetto che si sarebbe trattato dell’ennesima delusione si è intensificato in un lampo, tanto che la prima mezz’ora di film l’ho seguita con scarsa attenzione, con le orecchie tese a cogliere bene la colonna sonora firmata Desplat e il doppiaggio italiano. Superati i primi 36 minuti è iniziato il film che dovevo vedere.

Non saprei da dove iniziare, questo film mi divide. Mi divide prima di tutto perché da lettore posso dirmi discretamente soddisfatto (forse per la prima volta da La Camera dei Segreti), mentre capisco che chi i libri non li ha letti purtroppo il film non se lo può godere appieno. In poche parole quindi questo film non regge tanto bene se di Harry Potter abbiamo visto solamente i film. E’ necessario infatti tenere bene a mente una serie di particolari non indifferenti per poter interpretare, diciamo, tutte le informazioni che ci vengono sparate. Aveva ragione chi criticava l’eccessiva didascalicità di questo film: in talune parti infatti, vengono nominate così tante cose e così tante persone sconosciute che il profano farà solamente confusione, trovando difficile il collegamento tra gli eventi e le scelte che fanno i personaggi. Ripeto, da lettore sono soddisfatto. E’ un film fedele al materiale di partenza e questo è un vantaggio da un lato, ma è un grande svantaggio dall’altro lato. Infatti parliamo di una serie di ben 8 film che narrano la storia di un mago. Se fino a La Camera dei Segreti eravamo riusciti ad ottenere lavori piuttosto fedeli all’opera cartacea, che dire dei numerosi tagli e stravolgimenti apportati al terzo capitolo e poi al quarto, al quinto e al sesto? E’ anche questo che stacca I Doni della Morte parte 1 dagli altri film, ossia la mancanza di continuity: in alcuni momenti si fa riferimento ad eventi dell’opera letteraria senza che questi siano stati inseriti nei film. Il non lettore quindi si chiede a cosa alluda Lupin quando parla della creatura che era nell’angolo del suo ufficio la prima volta che Harry Potter lo visitò ad Hogwarts, per esempio. E si chiede anche da dove venga, a cosa serva e perché ce l’abbia Harry, quel pezzo di specchio che vediamo all’inizio e alla fine del film e – soprattutto – come mai si veda un occhio che non è quello del protagonista. Insomma, un mucchio di particolari che sicuramente mostrano i limiti dei film precedenti nei quali, purtroppo, si è preferito allontanarsi dai libri quando invece sarebbe stato saggio seguirne le linee principali per poter dare a questi due episodi finali il giusto spessore e la capacità di chiudere il cerchio narrativo. Alla parte 2 a questo punto spetta il dovere di dare risposta a molti interrogativi e c’è chi si domanda se effettivamente verrà data risposta a tutte le domande fin’ora rimaste aperte o si opterà per soluzioni banali o addirittura per il silenzio più assoluto.

Fatta questa premessa, posso dire che il film conosce alti e bassi. Personalmente ritengo il primo tempo, quindi la prima ora di film circa, la migliore. La parte centrale risulta molto lenta – con un certo grado di fedeltà al libro in questo, ma la situazione non è così semplice. La parte finale si riprende, fino al grande booom che chiude il film, lasciandolo apertissimo. L’inizio del film fa capire chiaramente che tempi più oscuri non ci possono essere; Voldemort è all’apice del suo potere, il mondo dei Babbani subisce perdite come quello dei maghi. Nessuno è più al sicuro. Questo messaggio Yates cercava di farlo passare anche nel sestofilm, toppando clamorosamente però. In questo ci riprova a sfrutta un altro degli spunti solo appena abbozzati dalla Rowling per creare uno dei più belli opening della serie: Hermione infatti, per timore di ripercussioni sui suoi genitori, si vede costretta a cancellare la loro memoria, inviandoli in Australia. In inglese la scena rende bene; anche in italiano il tono di Hermione è convincente, carico della giusta tristezza che precede un atto tanto nobile quanto straziante. Harry dal canto suo, osserva i suoi zii abbandonare casa Dursley. La scena è stata tagliata e il difetto di continuità di nota subito alla prima visione: il bello di quella parte del libro è il pentimento del cugino Dudley e soprattutto lo sguardo che Petunia gli rivolge prima di andare via sbattendo la porta. Il rapporto contorto e difficile dei Dursley nei confronti di Harry si risolve così nel libro, lasciandoci emotivamente colpiti. Ma questo tipo di considerazioni possono essere fatte solo nell’opera originale, dove viene raccontato molto di più e dove non ci si limita a personaggi-macchietta dei Dursley del film. Si apre così il film, creando subito un parallelo col cattivo, seduto comodamente a Villa Malfoy, a capo di una tavolata lunghissima costellata dai peggiori criminali che si possano mai augurare. E’ in questa parte del film che ho voluto fare attenzione al doppiaggio italiano. Detto, fatto: a mio parere Voldemort perde molto, così come perde la buona interpretazione di Isaacs nei panni di Malfoy Senior. Accennato il disprezzo di Voldemort verso quest’ultimo, derivante (ma lo capiranno mai i non lettori?) dal fallimento di Lucius nel recupero della profezia ne L’Ordine della Fenice. La scena ha toni molto oscuri, sia per l’effettiva oscurità del set, sia per le parole di Voldemort che con un sorriso malefico toglie la vita di una povera strega accusata di essere babbanofila. A questo punto della pellicola è impossibile non capire che il tono del film sarà stranamente diverso da quello dei film precedenti: se ne L’Ordine della Fenice faceva la sua comparsa solo nel finale, sfidando Silente in persona – l’unico di cui abbia mai avuto timore – qui Voldemort apre le danze con un pronti? Avada Kedavra che lascia pochi dubbi sulle sue intenzioni.

E’ da questo punto in poi che poco per volta i particolari prendono il sopravvento e fanno perdere e confondere il povero non lettore. Tutto quello che segue infatti è una serie di eventi vitalmente connessi a concetti ai quali, nei film, non siamo stati introdotti: la traccia di cui parla Malocchio, le proprietà del Boccino, le intenzioni del Ministero e il rapporto con Harry, il passato di Silente – vitale nel libro tanto da farmi affermare che se il Principe Mezzosangue è il libro di Voldemort allora sicuramente I Doni della Morte è il libro di Silente, il tabù, Godric’s Hollow, Aberforth Silente e Percival Silente … Tra un inseguimento e l’altro, tra un duello e quello successivo, tra un corri e fuggi, il film è vivo e tiene lo spettatore vivo e vigile, cosa che invece ne Il Principe Mezzosangue era miraggio. Poi la svolta decisiva verso la parte lenta e noiosa del film: ai nostri protagonisti viene in mente di andare a farsi un giro al Ministero della Magia per recuperare uno degli Horcrux.

Horcrux? Ah, non ma cosa sono? Mi sono accorto che a parte qualche eccezione gran parte dei miei amici ieri non sapeva cosa fossero. Il Lord Voldcoso ha diviso la sua anima in ben 7 parti. Vi chiederete come mai non in 100 a questo punto. E’ vero, come mai non in 100? La risposta non la troverete mai nei film. I film tacciono su tutto quello che riguarda gli aspetti fondamentali, le ragioni per le quali la saga terminerà in un certo modo e non in un altro. Non sarò io qui a spiegare come mai Voldemort abbia scelto il numero 7 (se vi è venuto per caso in mente, no, non è 7 il numero perfetto, ma 3)… magari un’altra volta! Ogni Horcrux contiene un frammento dell’anima mutilata di Voldemort ed è questo il motivo per il quale dopo aver cercato di ammazzare il piccolo Harry a Godric’s Hollow non muore quando la sua stessa maledizione gli rimbalza addosso. Insomma, morale della favola se vogliamo azzerare questo gioco, nell’ultimo quadro dobbiamo cercare e distruggere tutti gli Horcrux. E dove sono? Ah, bella domanda. E quali oggetti sono? Si, intelligente anche questa come domanda. Non sappiamo cosa sono e dove sono. Come trovarli allora? Questa domanda è fondamentale, perché è su questa che regista e sceneggiatore hanno costruito il pezzo centrale del film. Tornando al film, dopo aver capito dove si trova uno degli Horcrux (al Ministero per l’appunto) i tre decidono di organizzare una missione suicida affidandosi chiaramente alla fortuna. La logica seguita qui è veramente fallace, perché un piano organizzato in quel modo non ha la minima possibilità di andare a buon fine, anzi… E anche qui, detto, fatto: il travestimento articolato (che avrebbe richiesto diverse settimane, ma sorvoliamo sui tempi di preparazione della pozione polisucco, non è necessario soffermarsi) non basta a mettere i protagonisti in un guaio enorme. La missione riesce, ma il prezzo da pagare è altissimo: addio rifugio, nella più banale delle condizioni (nel libro era leggermente più complicato, visto che entrava in gioco il potentissimo Incanto Fidelius, cosa che nei film non viene mai menzionata) e via al vagabondaggio senza meta. L’oggetto appena recuperato, il Medaglione di Salazar Serpeverde, è impossibile da distruggere con i poteri a disposizione dei tre ragazzi. Si dovrà trovare un altro modo, purtroppo. Nel frattempo gli animi si scaldano, le tensioni salgono, perché nessuno sa cosa fare. In questa parte abbastanza noiosa del film, che ho sopportato solamente per amore verso la saga, sono le intuizioni acutissime di Hermione a smuovere qualcosa. Questo è un problema che si sente molto, perché così strutturato il film mostra Hermione come il supergenio del gruppo (cosa che probabilmente era, ma in quel contesto le difficoltà superavano abbondantemente le sue capacità), la dove Harry è sconsolato e Ron irritatissimo. Dopo il litigio tra i due ragazzi e l’abbandono di Ron, che strizza l’occhio al libro sfiorando solamente la tensione di quei giorni in cui la radio trasmetteva notizie di delitti a tutte le ore (e quindi il timore di Ron verso la sua famiglia), Hermione decide che è ora di andare a Godric’s Hollow, paesino natale di Harry, nonché dell’arcinoto Godric Grifondoro, co-fondatore di Hogwatrs. Il perché è tutto un programma e appare dal nulla. Le intuizioni di Hermione nel film purtroppo sono tanto intelligenti ma poco credibili.

Nel frattempo ci viene messa la pulce nell’orecchio (o negli occhi): un simbolo, strano, mai apparso nei precedenti film (nessuna meraviglia in ciò, ma questa volta diciamo che doveva essere così), destinato a creare, la pista parallela a quella degli Horcrux, quella che da il nome al film: i famigerati Doni della Morte. La visita a Godric’s Hollow si conclude in un mezzo disastro: Harry perde la bacchetta e rischia veramente di farsi ammazzare da un ritrovato recente nella trasfigurazione animale, scena che poteva essere potenzialmente horror e che è stata modificata per non provocare conati di vomito agli spettatori. I due poveri ragazzi sono costretti a fuggire per mettersi in salvo e tornano allo stato brado. Continua il loro vagare. E’ la seconda volta che Harry perde un oggetto caro: ne Il Prigionero di Azkaban, durante l’incontro contro Tassorosso alla prima della Coppa delle Case, la sua scopa finisce sul Platano Picchiatore ed Harry ne riceverà solamente le schegge; qui perde addirittura la sua bacchetta, l’arma più potente che aveva per contrastare il suo acerrimo nemico. Il senso di smarrimento di Harry nel libro è comprensibilissimo, ma la sua controparte cinematografica, ovviamente sotto la direzione del regista, non mostra così tanto disappunto alla perdita della sua arma. Notiamo appena una nota di irritazione nel suo tono di voce e la storia finisce li. E’ la stessa reazione mostrata per la perdita di Edvige in apertura di film: ancora una volta Yates dimostra che gli addii sono uno dei suoi tanti talloni d’Achille, sono piatti e non coinvolgono. Privato della sua arma, Harry si trova ad aprire la sua mente a Voldemort. Nel film questo aspetto viene filtrato abbastanza a mio avviso, ma è comunque sufficiente quello che si vede: Harry vede e capisce che il suo nemico non se ne sta con le mani in mano ma cerca qualcosa, disperatamente. Minaccia un vecchio, poi ne va a trovare un altro del quale ne legge la mente… poi arriva ad un vicolo cieco: un ragazzo che salta da una finestra aperta nel buio. Chi è quel ragazzo? Io lettore mi sono immedesimato nel me passato provando a rispondere quando ero alla prima lettura del settimo libro e mi sono sentito felice: era quasi come me lo immaginavo. Ma i non lettori? Tutti questi nomi, queste inquadrature veloci, questi particolari affissi ad un muro, li avranno colti? Credo di no. E’ per questo che moltissimi parlano di trama intricata e difficile da seguire. Lo credo. Anche io avrei fatto fatica a seguire il tutto. Il finale del film è tutto in discesa: durante un turno di guardia Harry viene guidato da un qualcosa in un qualche-parte e trova l’oggetto che più gli serviva in quel momento… no, non è una bacchetta. E’ altro. E’ quello che gli ha permesso di uscire dalla Camera dei Segreti e che gli permetterà di sbloccare quella situazione statica. Rischiando quasi la vita viene aiutato da un ritrovato Ron pentito delle sue azioni. Un Horcrux in meno. Nel frattempo ci si convince che ciò che inizialmente non aveva senso, forse un senso ce l’ha: la decisione di fare una capatina fuori da un bosco porta i tre a casa di un uomo spinto dalla disperazione, per cercare spiegazioni sullo strano simbolo che scopriranno essere il simbolo dei Doni della Morte. Diviene chiara parte dell’eredità che Silente ha lasciato ai tre, mentre Hermione racconta la storia dei tre fratelli e il regista accompagna le parole con un corto d’animazione in stile Tim Burton molto originale e ben realizzato. Capito? I Doni della Morte! E chi lo avrebbe mai detto? Tre oggetti che uniti rendono il possessore addirittura padrone della morte! Ma proprio qui, sul più bello della rivelazione, il tabù (eh??) rende vano ogni possibile tranquillo ritorno a casa: i tre si smaterializzano ancora e tornano alla loro vita solitaria nei boschi. Avanti con gli altri Horcrux, allora? Mi dispiace, no. Le complicazioni avvengono quando meno le si aspettano e quindi avviene l’imprevedibile: catturati da una banda di ghermidori (di cosa? Eh…) vengono portati a Villa Malfoy, dove lottano ad un millimetro dal baratro e dalla morte sicura. La fuga precipitosa e insperata apre quello che è il finale che è costato molti pianti in sala e un convinto “Troia!!!“. Devo dire che qualcosa si è mosso nel mio insensibile animo. Anche io ho rischiato di farmi scappare qualche lacrima. In questo Yates penso sia riuscito. Se fosse riuscito a creare un’atmosfera simile per le importantissime perdite dei film precedenti sarebbe stato tutto molto diverso. Ahimé, solo adesso il regista pare aver capito quanto siano importanti i momenti clou…

L’epilogo è breve e tragico. La seconda strada, quella che da il nome al film, si rivela in tutta la sua importanza con gli ultimi 20 secondi di pellicola.

Ora sono cavoli amari.

Insomma questo riassunto spoileroso oltre ogni limite riporta parte delle mie impressioni. Aspetto di guardarlo una seconda volta per notare meglio lacune eventuali o altri aspetti importanti. La parte centrale del film purtroppo è lenta, non ci sono scusanti: il regista non è stato capace di riempirla e renderla in qualche modo interessante, cosa che invece la scrittrice è stata abile a fare nel libro. L’attenzione scema sempre più tra panorami inglesi e statuine che fissano immobili il tramonto. No, quella parte andava animata in qualche modo, con riflessioni, discussioni sugli Horcrux. Anche a costo di introdurre nuovi elementi. Una delle cose che non mi è piaciuta poi così tanto è la motivazione per la quale Ron abbandona i due amici. E’ vero, il rapporto tra Harry ed Hermione è sempre stato molto stretto, ma non è mai sfociato nell’amore: si può tranquillamente parlare di amore fraterno, ma non di più. Il Ron del libro è irritato dal loro peregrinare senza meta, senza progressi, è influenzato tantissimo dall’Horcrux che i poveri ragazzi sono costretti a passarsi a turno, è intimorito per la sorte dei suoi famigliari, noti traditori del loro sangue e babbanofili. E’ sotto pressione continua e pensa che Harry non sia capace di guidarli alla ricerca degli Horcrux. Questo è vero in parte, visto che il povero Harry aveva subito la perdita di Silente troppo presto. E’ in questo clima di indecisione e sconforto  che Harry inizia a maturare l’idea dei Doni della Morte. Il simbolo, presente sulla maglia di Xeno Lovegood alla festa del matrimonio di Bill Weasley e sul libro donato da Silente ad Hermione nel testamento è troppo invitante e lui è convinto che Silente abbia lasciato una traccia, una guida, in qualche modo. Il contrasto con Hermione è sempre più evidente man mano che il tempo passa, visti i non progressi sul campo Horcrux (d’altronde Harry ed Hermione non avevano la mente di Silente). In tutto questo c’è l’abbandono di Ron, con una Hermione letteralmente disperata, distrutta emotivamente. Il film? Glissa molto su questi aspetti. L’abbandono di Ron nel film è frutto della sua gelosia nei confronti del rapporto Harry-Hermione, oltre che dall’influenza malefica dell’Hocrux, ma non di altro. Il suo gesto appare quindi un gesto esagerato, infantile e irriconoscente nei confronti degli altri due. In poche parole, il movente originale viene alterato e perde di significato.

Decisamente non posso definire questo il film di Silente. E’ giusto che sia così, però faccio notare che le tante informazioni sul passato di Silente, che hanno ripercussioni importantissime sulla fiducia che Harry ripone nello stesso mago, nel film si riducono a qualche allusione ad Aberforth, a Bathilda Bath e Percival Silente, padre di Albus. Avrei preferito veramente l’inserimento di questo aspetto, della rabbia di Harry di fronte alle tante cose che Albus non gli aveva mai detto, al peso che gli aveva lasciato, all’ordine di trovare e distruggere tutti gli Horcrux (quando lui invece trovava attraente l’idea di proseguire a trovare i Doni della Morte per sconfiggere Voldemort)…

C’è da ammettere però che poteva andare peggio. Io per primo, alzandomi dalla poltrona al termine della visione ero felice, perché il film si era mostrato all’altezza delle mie aspettative: pochissimi minuti prima dell’inizio però i dubbi cominciavano ad assalirmi… Il comparto tecnico ha lavorato in maniera eccezionale e sono oramai solamente un brutto ricordo gli effetti speciali del quinti film (orribili): qui la CG interessa un numero maggiore di scene e non ha mostrato segni di cedimento (Nagini è assoluta protagonista in questo caso e le scene con lei sono incredibilmente reali, tanto da far sussultare ogni volta che compare) e la colonna sonora lavora tutto sommato bene. Certamente preferisco il lavoro di Desplat a quello privo di mordente di Hooper. Addio marcette insulse; la magia dei primi film è del tutto sparita; la stessa Hogwarts non compare per neanche 1 secondo (anche quando avrebbe potuto). In questo film sono i tre vagabondi contro uno squadrone di criminali. A tratti il senso di discriminazione razziale si sente, così come lo si avverte nel libro (razziale è il movente di Voldemort contro i babbani); alcune prove seppur brevi sono molto convincenti (e penso a Rickman nel ruolo di Piton/Renato Zero e di Felton nel ruolo di un Draco sempre più fragile e orripilato da ciò che lo circonda). Il trio si merita la sufficienza. Un pò rimpiango il Ron del libro, decisamente diverso da quello cinematografico sempre allegro e con la battuta pronta. Daniel non è assolutamente l’Harry del libro, ma di questo la colpa è da attribuire quasi interamente al regista, mentre la Watson convince, come sempre. La scena del ballo tra Harry ed Hermione l’ho trovata inizialmente patetica, per quanto apprezzi l’idea e la appoggi in pieno: il mio giudizio su questo aspetto è puramente visivo, perché è chiaro che Daniel non è un ballerino. Infine il montaggio: mi va di dare la sufficienza, anche se questo Day è imbarazzante e rende immensamente caotica una sequenza finale movimentata, tanto da non far capire niente allo spettatore.

Un voto? 7,5, che potrebbe diventare al massimo 8 se ad una seconda visione il film mostra di convincermi come alla prima. I Doni della Morte Parte 1 si rivela essere un film migliore rispetto ai precedenti Ordine della Fenice e Principe Mezzosangue. Ma forse questo risultato è da impurare soprattutto alla fedeltà al materiale originale dal quale arriva una storia fantastica e degna del finale di una grande saga.

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