Dio è nei particolari. E’ verissimo. Ci avete mai pensato? Spesso sono i particolari minuti a determinare la riuscita o meno di un progetto. Tutto ha diritto di ricevere la giusta importanza. Un pò come il tanto famoso effetto farfalla. Cosa potrà mai fare un grazioso lepidottero che batte le ali a Pechino? Può far cambiare il tempo dall’altra parte del mondo, ovviamente! Però è un particolare. Senza questo particolare, però, a Baden Baden si godrebbero una giornata di sole invece che le nuvole e il temporale. Così noto che diversi particolari, anche abitudini poco importanti nell’esistenza di una persona, acquisiscono talvolta una importanza tale da modificare cose macroscopiche. Un esempio? La mia grafia. Una volta potevo vantare di avere una calligrafia, oggi invece mi sono rassegnato a scrivere malissimo.

Volete sentire quest’altra lunga storia? Preparatevi. Mettetevi comodi e leggete un pò quali strane cose ho notato.

Da bambino non mi piaceva scrivere. Lo facevo per i compiti, mi impegnavo per scrivere meglio, ma le urla di mia mamma per il fatto che scrivevo male le ricordo ancora oggi tanto erano forti. Era vero, non scrivevo in maniera elegante, però ero pur sempre un bambino! Le ragazze, loro si che hanno scritture eleganti e affascinanti! I ragazzi raramente mettono impegno nella loro grafia. Io però dalla terza elementare mi misi a personalizzare il mio stile, trasformando pian piano la mia grafia. Di tanto in tanto mi andava di cambiare una lettera delle tante, così da vedere se l’insieme era carino o no. Quante volte avrò cambiato la “m” e la “n” (sempre assieme)? Non so, forse 4-5 volte. Il corsivo però era sempre il mio stile: scrittura grande, larga, rotonda, ben spaziata. Impossibile non capire quello che scrivevo.

Fino alle scuole superiori. Alla fine della terza media mi dissi che sarebbe stato bello cambiare stile ed adottare lo stampato minuscolo. Lo state leggendo in questo momento. Io volevo una grafia come quella che leggiamo or ora, elegante, ordinata. Mi ci volle poco per cambiare stile. All’inizio alcune lettere erano spigolose, specie la “a” e la “e”, ma poi mi ci adattai. Ben presto acquisii alla perfezione la capacità di scrivere stampato minuscolo. Diventai però più lento a scrivere. Ero già lento di mio, ma con lo stampato lo diventai ancora di più.

Mi preoccupavo un pò, perché a scuola durante le lezioni dovevo prendere appunti e stare dientro al prof il più possibile. Con tanti sacrifici cercavo in qualche modo di stare dietro alle spiegazioni, ma non sempre riuscivo. Spesso saltavo passaggi fondamentali. Li ricopiavo a fine lezione, da chi era più veloce di me.

Poi venne il dramma dei compiti scritti. In due ore si doveva scrivere tutto quello che si sapeva. Dio, aiuto! I miei compagni erano delle frecce, scrivevano il doppio di quanto scrivevo io e alla fine io avevo la mano distrutta e loro erano freschi come delle rose! Capii che il problema era la mia grafia: dopo due ore di scrittura la mano era dolorante, il dolore a volte si espandeva anche all’avambraccio. La qualità della grafia scemava di rigo in rigo e diventavo nervoso. Le ultime righe solitamente erano così brutte che mi vergognavo di me stesso.

Pensando ad una soluzione possibile, un giorno capii che il mio problema non era dovuto alla mia incapacità di scrivere, ma piuttosto ad una delle caratteristiche dello stampato minuscolo: ogni lettera è separata dalle altre. Ogni lettera, se non hai uno stile ben preciso, ti obbliga a staccare la penna per scrivere la lettera successiva. Stacchi e riattacchi, alzi e abbassi. Farlo lentamente magari non è problematico, ma farlo velocemente è uno strazio, un vero e proprio incubo. In terzo superiore, quando il problema iniziava a farsi sentire un bel pò, provai a cambiare grafia, a tornare al corsivo. Fu inutile. La mia mano aveva oramai registrato i movimenti dello stampato minuscolo, non era possibile scrivere in modo comprensibile. Ogni santa lettera la mano staccava la penna dal foglio. Veniva fuori un vero e proprio schifo. No, meglio soffrire ma scrivere in maniera comprensibile, o almeno provarci.

Nei mesi e negli anni a seguire cercai di aggirare questo problema studiando dei metodi per attaccare le lettere tra loro, il più possibile. A parte qualche raro caso non riuscii a trovare un modo fattibile. Ero destinato a soffrire molto. Capirete quindi che quando iniziai l’università ritornarono i timori che avevo alle scuole superiori Oddio come farò a stare dietro ai professori. Effettivamente in questi 6 anni è stato un inferno così dannatamente brutto e deprimente che a volte ho pensato di buttare la penna in aria e fregarmene. Certi giorni non riuscivo proprio a scrivere, ogni lettera era così asimmetrica rispetto alle altre che non sembrava ciò che doveva sembrare. Poi più scrivevo male, più mi irritavo e questo mi portava a scrivere peggio. Indescrivibile.

Due settimane fa, ho deciso di impostare la macchina del tempo indietro di 10 anni. Mi sono messo con la santissima pazienza su un foglio ed ho iniziato a scrivere in corsivo. Il risultato iniziale è lo stesso identico che ottenni in terzo superiore: uno schifo. Ragionando però, sono riuscito a calmarmi: in fondo, dopo 10 anni di stampato minuscolo non è facile iniziare a scrivere in modo diverso dalla sera alla mattina. Ci vorrà del tempo. Ogni tanto mi prendo delle pause e faccio prove di scrittura. Si, proprio come si faceva noiosamente alla prima elementare, pagine e pagine di scritto per affinare la tecnica! E’ triste, lo so, ma è l’unico modo. Lunedì prossimo ho una prova intermedia e mai come in questo caso ho la necessità di imparare a scrivere velocemente: più sono veloce, maggiori probabilità ho di riportare tutte le mie conoscenze.

Così vien fuori che una stupidaggine – una penna che si stacca dal foglio ad ogni lettera scritta – abbia ripercussioni gigantesche – mano, avambraccio, braccio e a volte anche spalla destra doloranti!. Quanto non ho sopportato questa assurda verità, quanto la odio! L’università è stata il colpo di grazia, perché richiede spesso velocità assurde per stare dietro ai professori. La mia mano, lo notò per la prima volta una mia collega di corso, 3 anni or sono, prima di poggiarsi sul foglio per disegnare una lettera “tonda” – una o, una p, una a, una e – compiva evoluzioni circolari assurde a 3 mm dal foglio, una sorta di tic fastidioso derivato dalla frenesia di dover star dietro ad un imbecille che parla a raffica usando una grafia che non permette di “viaggiare” ad alta velocità. Negli ultimi anni questo problema è stato causa di alcuni malumori, perché rimpiango il non essere più capace di scrivere in maniera decente.

La decisione è presa, però: è definitiva. In questi giorni sto andando a lezione non tanto per capire cosa dice l’imbecille dietro la cattedra, quanto per approfittare di ore di esercizio. Assurdo! I miglioramenti procedono a velocità praticamente dimezzata, perché comunque mi trovo a dover scrivere veloce (e per arrivare a tanto dovrei prima abituarmi a scrivere col “nuovo” stile): a volte mi capita di accartocciare le lettere ma non posso fermarmi perché l’imbecille continua a viaggiare al limite della velocità della luce.

Se c’è un danno che l’università mi ha fatto è proprio questo: perdere la capacità di scrivere in maniera chiara e comprensibile. E diventa chiaro anche perché da qualche anno odio le prove scritte (scrivi più che puoi in 2 ore!). Non c’è niente da fare: per mesi scriverò in modo mediocre, poi spero di avere la capacità di stabilire il mio stile personale. Ho già un paio di idee fighe…

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