Molti mi dicono che so scrivere. Non so bene cosa intendano. Sono stato sempre molto modesto: vivo le mie capacità, cerco di migliorarle e mi imbarazzo quando la gente mi fa i complimenti. Sono fatto così, purtroppo; preferirei non ricevere alcun complimento. La consapevolezza di essere capace di far qualcosa mi basta…

Visto che molti dicono che sono bravo a scrivere, vorrei riportare qui un pò la storia dei diversi tentativi di scrivere un libro durante la mia infanzia/adolescenza.

Alle scuole elementari, quelle rare volte che per casa la maestra ci assegnava un compito del tipo inventa una storia mia mamma soleva dire che non ero originale e che avevo poca fantasia. Era vero, di fantasia non ne avevo. Forse non avevo neanche il piacere di inventare storie. Però col tempo imparai ad amare la scrittura, così come iniziai ad amare la lettura. Soffrivo enormi limiti però, alcuni dei quali mi tormentano ancora oggi.

La prima storia di cui riservo qualche ricordo è quella che scrissi in prima media per un tema in classe. Era quello che a tutti gli effetti oggi chiameremmo fantasy. Un fantasy molto disneyano per quello che ricordo, con tanto di regno, di re eroe, di traditore e tutta una cerchia di personaggi. La storia era molto lunga e ricordo che la lessi in classe ad alta voce perché, a detta della professoressa era veramente molto bella. Presi un bel voto. Per la prima volta mi ero esaltato ad inventare una storia tutta mia.

Il secondo tentativo fu quello in seconda media: avevo da poco visto Jurassic Park (pensate un pò!) e stavo vivendo quel ritorno di fiamma per il passato che sarebbe continuato in maniera costante fino all’ultimo anno delle scuole superiori. In quell’occasione pensai di scrivere di un mio viaggio indietro nel tempo, all’epoca dei dinosauri (epoca in senso generico: non specificai quale delle tante, né specificai il periodo). Di tutto il racconto ricordo solamente un improbabile inseguimento, al limitare di una foresta: io che correvo per sfuggire ad un Dilophosaurus e che ci riuscivo. Ricordo con precisione che avevo una concezione di questo animale veramente riduttiva, perché basata solamente sull’animale mostrato da Spielberg in Jurassic Park. Il mio era in poche parole un Dilophosaurus di piccole dimensioni, alto al massimo 70 centimetri, esattamente come quello del film. Quando non si ha la possibilità di ampliare le proprie conoscenze purtroppo ci si riduce a questo! Prendere spunto niente poco di meno che da un film! All’epoca era l’amore per il passato a spingermi a sognare quegli animali. Avrei imparato molto tempo dopo che il Dilophosaurus di quel film è molto fantasioso. Per l’epoca però andava bene.

Il Dilophosaurus in Jurassic Park

Il terzo tentativo fantasioso di cui ho memoria è quello del sequel di questo racconto sui dinosauri, realizzato forse in terza media. Da buon sequel, la storia era ampliata, con tanti nuovi personaggi. Io ero sempre il protagonista assoluto (il mio ego durante le scuole medie era molto alto purtroppo, ma derivava dal periodo che stavo vivendo e dalle fisse che avevo: si sarebbe smosciato in tutta fretta dopo qualche anno). Ora non ricordo bene, ma è probabile che a quel avessi visto anche The Lost World – Jurassic Park: un Tirannosauro inferocito infatti, devastava il mio paese e inseguiva me e mio nonno in macchina (!). Le esagerazioni erano gratuite, ma al momento della scrittura mi parevano delle cose plausibili. Ancora una volta ero vittima dell’ignoranza e del fascino per questi animali.

The Lost World - Jurassic Park: un Tirannosauro in un "contesto cittadino"

Nel frattempo, in quel periodo, tra il 1998 e il 1999 mi cimentai in una storia di tipo fantascientifico. Anche in questo caso, l’ispirazione venne dal cinema. Poche settimane dopo aver visto Deep Impact al cinema, decisi di scrivere qualcosa sugli asteroidi. Doveva essere un racconto visivamente di impatto, doveva lasciare basito chi lo leggeva: le scene dovevano essere spettacolari, i dialoghi frizzanti e il tutto doveva funzionare a dovere. Ricordo che pianificai con un mio amico di pubblicare la storia non appena finita (eh, i sogni dei bambini!). I protagonisti erano molteplici e tutto si svolgeva negli USA. Non ricordo il perché di certe scelte: probabile che scelsi certe cose solo perché il cinema le mostrava così, senza motivazioni valide. Questa storia doveva essere spettacolare, quindi cercai di inserirci il possibile per renderla avvincente (secondo la mia idea di avvincente): asteroidi che colpivano grandi città, crisi ambientali che all’improvviso si manifestavano tutte assieme, addirittura una invasione aliena… insomma, la fantasia più spudorata in un contesto poco credibile, se non assurdo (come il fatto che alcune delle scoperte più importanti venissero fatte da due ragazzini per caso con un normalissimo telescopio).

Il frammento Beiderman precipita sulla Terra in Deep Impact: una delle sequenze che mi hanno influenzato.

Non partivo da uno schema prestabilito: inavvertitamente procedevo nello stesso modo scelto da Tolkien per Il Signore degli Anelli, ossia andavo avanti ad inserire sempre nuove difficoltà senza sapere come la storia sarebbe andata a finire. Arrivai ad un punto che definirei di non ritorno quando il Presidente USA, nella più classica delle scene immaginabili, è chiuso nel suo studio, preoccupato per gli asteroidi in rotta di collisione con la Terra e la flotta aliena in procinto di sbarcare… Mi fermai. Non sapevo più qual’era lo scopo di quel racconto, come continuare, come sbrogliare la situazione. Avrei potuto mettere la mano sul cuore, prendere atto del fatto che il destino dell’umanità era quasi sicuramente segnato, intraprendere la strada della catastrofe continua e raccontare cosa succedeva ai diversi personaggi che avevo introdotto nell’apocallisse che si stava scatenando, ma non lo feci. Mi fermai, abbandonai tutto. Mia mamma disse che avevo pochissima fantasia perché il racconto era, a tutti gli effetti, una via di mezzo tra Deep Impact e Indipendence Day.

Nella mia testa però l’idea di riprovare continuava a martellare quindi decisi in quel periodo di tempo di reindirizzarmi sui dinosauri e provare un’altra storia. Avendo visto Jurassic Park il mio problema era come riportare dinosauri e umani sullo stesso piano temporale. Riconoscevo che l’idea di Crichton era geniale e unica nel suo genere e mi sarebbe piaciuto tanto inventare un modo alternativo ma altrettanto geniale per il mio lavoro però non ne fui capace. Il perché è banale e forse lo avrete capito subito: all’epoca non avevo nozioni di nessun tipo né sulla fisica, né sulla genetica, né sull’ingegneria. Qualsiasi invenzione di quel tipo richiedeva almeno le conoscenze basilari, altrimenti sarebbe stato impossibile scrivere. Nonostante questo grossissimo ostacolo, optai per una scelta molto banale, ma che poteva funzionare (almeno in logica), quella della macchina del tempo. Purtroppo mi impuntai ancora una volta: io dovevo essere il protagonista. A quel punto mi serviva solamente il pretesto per tornare indietro nel tempo. Qualunque cosa mi venisse in mente era assurdo e alla fine scelsi una delle idee più assurde. Un bel giorno si presentano in casa due sconosciuti che mi dicono di essere venuti dal futuro per portare me indietro nel passato, nel Mesozoico. Io nel futuro sarei stato presidente di una società di tecnologia che aveva investito molto nel viaggio nel tempo, ma purtroppo nel futuro dei due tipi le mie decisioni su questo tipo di viaggio (costosissimo e poco remunerativo) stavano prendendo una piega decisamente molto meno avventurosa e il programma della macchina del tempo era sull’orlo della chiusura. Questi due baldi giovani, che lavoravano proprio in quel settore, sarebbero stati assegnati altrove e la cosa non andava loro giu. Per inculcare nel mio passato l’amore per la preistoria e cambiare il futuro, quindi, avevano pensato bene di farmi assaggiare un viaggio indietro nel tempo da bambino. Il protagonista (io!) era inizialmente scettico. Quando però il primo viaggio viene completato e i tre si trovano catapultati indietro nel tempo si convince e vede coi suoi occhi cose che aveva solamente immaginato. Ovviamente per rendere la narrazione avvincente dovevo smuovere un pò le acque, quindi mi trovai a copiare questa volta Jurassic Park: i tre prima o poi dovevano combiare un casino e perdersi. Ricordo che in qualche modo dei carnivori attaccavano il rifugio danneggiando il meccanismo della macchina del tempo. Fermai la storia quando, cercando di tornare nell’epoca giusta, i tre si trovarono catapultati pochi anni dopo la caduta dell’asteroide in Messico (e allora capirono che la catastrofe era già avvenuta furono le ultime parole di questa storia). Anche questo tentativo si concluse in un nulla di fatto, quindi. I miei limiti mi portavano sempre al fallimento.

Non sarei in grado di dire in quali tempi decisi di rimettermi al lavoro. Ricordo che nel 1998-1999 lessi parzialmente un articolo di Focus (all’epoca ancora autorevole e ben scritto) che parlava di Alpha Centauri. Si, proprio il nostro vicino stellare, il sistema planetario protagonista delle vicende che abbiamo visto in Avatar di James Cameron. Ora non ricordo con precisione cosa diceva l’articolo: in qualche modo spiegava che la presenza di un pianeta alla giusta distanza dalla stella avrebbe permesso lo sviluppo della vita e che probabilmente l’evoluzione avrebbe portato ad uno sviluppo paragonabile a quello che avevamo qui sulla terra durante il Giurassico. Detto così mi viene da dire Eh??? perché è un discorso che ha poco senso, ma giuro che l’articolo venne scritto e pubblicato sulla rivista. La notizia mi affascinò, ma è chiaro che ci capii poco. Di fatto questa cosa sembra più fantascientifica che altro. Comunque, questa fu la base, il punto di partenza. Anni dopo, ricordando quell’articolo, decisi di scrivere quello che avrei intitolato Alpha Centauri. Decisi di agire pianificando tutto quanto in anticipo: schemi, personaggi, descrizioni di luoghi, di eventi, specifiche riguardo a determinate cose importanti ai fini della trama, disegni, bozzetti per la rappresentazione di alcune scene importanti… Ero sicuro di aver trovato qualcosa di fattibile: se non potevo prendere l’idea di Crichton per creare dinosauri e l’idea della macchina del tempo era risultata facile da usare ma difficile da gestire, l’unica cosa che si poteva fare era prendere in considerazione un pianeta diverso dal nostro ma in qualche modo simile, piazzarci questi fantastici animali e inserire in qualche modo l’uomo. Le motivazioni dovevano essere il punto forte. Questa volta non avrei sbagliato. Ero sicuro di avere tra le mani una storia con un certo potenziale. Il protagonista era un paleontologo, Nick. C’erano poi tutta una serie di personaggi secondari che avrebbero assecondato questo Nick, single e paleontologo di fama internazionale. Nick in qualche modo era la mia reincarnazione, rappresentava l’io che desideravo essere da grande, esprimeva in maniera rozza l’idea che sin da bambino mi ero fatto di me stesso. Simile ad Alan Grant, Nick era più romantico e più triste, accettava di essere quello che era e non ci pensava su più di tanto. L’unica cosa che gli interessava era continuare a capire e a scoprire. Nell’ultima versione del racconto Nick viene contattato da due agenti dell’FBI per una questione di sicurezza nazionale e viene portato al centro NASA dove gli viene spiegata una cosa sensazionale che è accaduta pochi giorni prima: i membri dell’ultima missione Shuttle, mandati nello spazio per metter piede per la prima volta su Plutone e creduti morti 4 anni prima per il fallimento della missione stessa (si erano persi i contatti e non si erano più ripristinati) avevano mandato un messaggio… dal sistema di Alpha Centauri. Il messaggio, brevissimo, accennava alla presenza di dinosauri sul pianeta. Le condizioni in cui si trovava il pianeta Terra, soffocato dal surriscaldamento, dalla mancanza di risorse energetiche e dalla sovrappopolazione, non potevano non spingere all’organizzazione di una missione di salvataggio/esplorazione verso il pianeta, per la quale si sarebbe utilizzata una nuova navetta (dallo stile vagamente alieno). Il viaggio, della durata di quattro anni, sarebbe però stato anticipato da un addestramento tutto particolare a cui si sarebbe sottoposta la squadra di marines che sarebbero stati mandati sul pianeta…

Questo racconto, che avevo abbozzato fin quasi alla sua fine, risultava, in fin dei conti, complicato come gli altri. Avevo dalla mia la possibilità di scrivere qualcosa di meno fantasioso e più plausibile. Contavo di spingere la navetta alla velocità della luce per permetterle di raggiungere il pianeta nel giro di 4 anni, con un equipaggio ibernato nel miglior stile fantascientifico. C’era però qualcosa che non quadrava. Non capivo cosa fosse: pensavo che qualche buco narrativo fosse prima o poi inevitabile. Prima o poi mi sarei fermato come era successo altre volte. E infatti il punto sul quale mi fermai arrivò di li a poco. Dopo aver scritto il prologo (l’ultima missione Shuttle durante la quale, poco prima del plutonaggio, la navetta viene letteralmente rapita da un oggetto non identificato, agganciata da una forza invisibile, inviata in un buco spazio-temporale e catapultata in un’altra regione di spazio proprio davanti al pianeta gemello della Terra sul quale precipita) passai alla presentazione di Nick, parlando un pò di lui ed entrai nel vivo del racconto e del suo coinvolgimento. Fu faticoso cercare di dare personalità diverse a 20 soldati americani. Non ricordo il risultato finale, ma cosa poteva essere? Una caratterizzazione banale… Bene, l’addestramento prosegue, si parte per il viaggio. In 4 anni si raggiunge la meta, i protagonisti scendono… e qui mi sono fermato, poco prima della scena madre, quella che mi aveva illuminato mesi prima (Nick che si inginocchia osservando stupito una piccola piantina di felce, toccandola delicatamente con la mano, incredulo). Ma perché mi sono bloccato? Perché mi misi a pensare d’un tratto a Darwin. All’epoca non avevo letto nulla su di lui, però avevo presente il concetto di evoluzione. E avevo presente che nel mio racconto avrei parlato di dinosauri. E’ qui che non quadravano i conti. Dalla loro scomparsa sono passati ben 65 milioni di anni, un arco di tempo lunghissimo durante i quali Miss Evoluzione non è stata mica ferma a guardare. E poi pensai ad una spiegazione da dare alla presenza di forme di vita terrestri su un pianeta alieno. L’unica idea che mi venne in mente, visto che avevo oramai introdotto negli eventi delle forme di vita aliene (l’oggetto sconosciuto che rapisce lo Shuttle altro non era che una navicella aliena, seppur autocomandata e senza nessuna forma di vita a bordo), fu quella del rapimento di massa: durante il Mesozoico una civiltà aliena rapì gli animali dalla Terra, per trasportarli su un altro pianeta. Perché? Altro problema! Forse perché la costituzione di un ecosistema avrebbe permesso l’ottenimento di energia. Ma come? Eh… E poi, come risolvere la conservazione delle specie dei dinosauri a 65 milioni di anni (e più per le specie del Triassico e del Giurassico) che indicavo nel racconto? Più ci pensavo, più mi rendevo conto di aver messo su una storia così piena di buchi che non valeva la pena di continuare. E mi fermai. Mi fermai sul paradosso evolutivo, problema insormontabile. Non potevo infatti superare il dosso del tempo – 65 milioni di anni che ci separano dal Cretaceo – superando un banale dosso spaziale. Avrei dovuto modificare i dinosauri, ma avrei sconfinato nel fantasy, cosa che poco mi allettava.

E così posi la parola fine anche all’ennesimo tentativo di realizzare una storia tutta mia. Tutto il tempo perso e le intere giornate passate a pianificare non erano bastate a mettere delle solide basi per scrivere una storiella. Qualsiasi tentativo si era rivelato complicato oltre ogni limite e in definitiva non alla mia portata. Mi rifiutai di provare a scrivere altro, per dedicarmi agli studi.

E’ chiaro che ho sempre scritto molto. Ho provato a generare qualcosa di mio, ma non ci sono mai riuscito. Anzi, no: forse qualcosa sono riuscito a realizzarla. Mi riferisco alla storia fantasy che scrissi in due ore di tempo tre anni fa partendo da un’idea mia e di altri due amici. Ne parlai un pò in passato. Anche li, pianificai con una lucidità spaventosa e con relativa velocità tutti gli eventi da mostrare e riassunsi tutto in 7 pagine di word. La storia aveva un inizio ed una fine, era svincolata da leggi scientifiche e si basava solo sulla mia fantasia; risentiva forse un pò degli influssi tolkeniani, in quel periodo più forti che mai e prendeva forse in prestito alcuni elementi del mondo creato dal Professore. Però si reggeva sulle sue gambe, alla perfezione. Gli altri due l’accettarono e decidemmo di iniziare a scrivere… ma l’università ha frenato i nostri entusiasmi. Anche quel progetto è fallito.

Dopo questo tormentato papiro quindi, emerge che da piccolo sono stato troppo influenzato dal cinema: Jurassic Park, Il Mondo Perduto, Deep Impact, Armageddon, Indipendence Day, e tanti altri film mi hanno spinto a creare situazioni viste e riviste, a raccontare storie tutte uguali. L’unica cosa che avevo in mente in quegli anni era l’aspetto visivo, le immagini che scorrevano davanti ai miei occhi pensando a determinate sequenze. Avrei potuto fare il regista forse, non certo lo scrittore. La cosa che mi esaltava nelle storie era la CG, la potenzialità dell’impatto visivo. Tutti gli adolescenti maschi cercano in qualche modo l’esagerazione, non so per quale motivo. Nella musica e nei miei gusti personali io ho preferito per molto tempo determinati tipi di estremi e questo si è riflesso sulla scrittura. Forse era la voglia di impressionare gli altri tramite i miei gusti. Non saprei spiegarlo altrimenti. Alla fin fine mia madre aveva ragione: sono privo di fantasia. In tutto quello che cerco di fare non posso fare a meno di trovare ispirazione nel lavoro di altri, così come molti gruppi musicali si fanno influenzare dagli stili dei gruppi musicali precedenti.

Non posso fare lo scrittore!

Advertisements