In questi giorni posso dirmi soddisfatto, per tutta una serie di motivazioni. Una di queste motivazioni è che ho appena finito di leggere Mussolini. Un dittatore italiano di Richard J. Bosworth. Bellissima, interessantissima. Non italiana, ovviamente. Non ho comprato un’opera italiana perché sento che in qualche modo l’autore avrebbe tentato di coprire alcuni aspetti cruciali o di modificarli in qualche modo, influenzando il mio giudizio finale. Così ho optato per un autore straniero non appena ho avuto la possibilità di trovare a buon prezzo quello che sembrava un bel mattoncino (in questo caso la massa di pagine è accompagnata da una qualità eccelsa di argomentazioni e informazioni).
Chi mi conosce sa che ora è mio desiderio leggere proprio l’altra campana, quella italiana. Il confronto di più versioni dei fatti è diventato da molto tempo uno dei miei punti forti, anche se raramente sono riuscito a metterlo in pratica. Chissà se in questo caso riuscirò a confrontare quelle che sembrano due scuole di pensiero distinte riguardo all’argomento fascismo, ossia quella italiana (nel bel mezzo di una rivisitazione della storia del regime) e quella straniera (le cui condanne al regime si sprecano per motivazioni diverse). Voglio farmi una mia idea personale, voglio capire chi dei tanti ha più ragione – non penso sia possibile trovare la ragione assoluta.

Tornando al libro, devo ammettere in maniera lucida e distaccata, Bosworth che ha saputo districarsi in quel labirinto immenso che è la Storia è riuscito a raccontare l’uomo Mussolini in una maniera chiara e semplice, pur lasciando in sospeso qualche domanda a cui molto probabilmente nessuno darà mai una risposta certa. La biografia di un uomo così famoso, non solo in Italia, ma nel mondo, ha richiesto la raccolta di una montagna di materiale… alta non so quanto. Nonostante le difficoltà, comunque, il risultato finale è da lodare. Insomma, questo lavoro non ha niente da invidiare ad altre eccellenti biografie.
Quello che la lettura mette in risalto, pian piano, è quello che non mi sarei – diciamo – aspettato. Oddio, lo sospettavo da tempo ma vederlo confermato un pò mi ha colpito.
A cosa mi riferisco? Al carattere di noi italiani, alla supposta grandezza della nostra nazione, grandezza che paventiamo oggi al mondo nello stesso modo in cui la peventavamo tramite il nostro capo di Stato all’epoca del Ventennio più buio della nostra storia.
In poche parole, è il vivere d’illusioni che ci ha caratterizzato quasi sempre. Illudere le masse, illudere se stessi, rifiutando di capire o di guardare in faccia alla realtà. Una cosa che odio, che non sopporto. L’esaltazione è quasi sempre negativa. Non uso altisonanti parole (Mussolini avrebbe invece approfittato, con la pretesa di mostrare la sua cultura – meno ampia di quanto si creda), dico solamente che per dire d’esser grandi lo si deve dimostrare. Le parole “le porta via il vento”; sono i fatti quelli che rimangono alla storia. I fascisti – chi più, chi meno – vivevano nella convinzione di avere veramente un ruolo determinante negli equilibri politici dell’Europa del loro tempo, senza porsi il minimo dubbio sulla veridicità di questa loro convinzione e di altre dello stesso stampo. Il nostro paese pensava in grande, ma era il più piccolo tra i grandi. Avrebbe potuto aspirare al meglio, ma non lo ha fatto perché non era guidato da uomini più intelligenti. Ad un certo punto della guerra non fu neanche il più piccolo paese tra i grandi, ma uno dei più piccoli tra i più piccoli d’Europa.
L’autore da metà libro in poi insiste su questo aspetto, cercando di trovare le cause di questo gigantesco flop del sistema fascista. Cosa non funzionò? Funzionò ben poco di quello che il Duce pensava funzionasse. L’infiltrazione del fascismo nelle masse, l’ideologia del partito che tanto si pensava facesse parte dell’italianità, per esempio, non si manifestò, forse mai. La fascistizzazione delle masse fu superficiale. L’Italia purtroppo non era la Germania; non lo è mai stata e forse mai lo sarà. In Germania il clima era molto più palpabile, il regime era molto più organizzato ed aveva un potenziale molto maggiore, perché basato su fatti, sui riscontri pratici… non sul pettegolezzo.
Ha ragione poi chi parla di paese corrotto. Neanche il Fascismo riuscì a debellare la corruzione, visto che in diversi casi la corruzione rappresentò uno dei problemi maggiori e la più grande incongruenza del movimento.
In altre parole quasi tutte le scelte di Mussolini si rivelarono errate. Non possiamo parlare di epic fall per l’Italia, perché fu un piccolo paese a capitolare alla prima difficoltà della guerra, non un grande paese. Quello che agli occhi dei gerarchi era modello di grandezza, in realtà era un paese povero, retrogrado, nel quale la tanto proclamata rivoluzione fascista in realtà non era affatto avvenuta e nel quale lo stesso regime veniva sopportato ma non vissuto in prima persona dalla popolazione. L’Italia dimostrava sempre e comunque di anteporre l’interesse del singolo a discapito di quello della nazione, cosa che ci differenziò molto dalla Germania. Quando si trattò di fare i conti con la Storia pagammo le menzogne e le illusioni con una sonora batosta proprio da chi invece ridicolizzavamo in privato.

E’ sempre la stessa storia. Oggi la storia si ripete. Pensiamo di essere un grande paese, ma a livello internazionale siamo sempre meno influenti. Il nostro parere conta solamente in campi specifici, dove abbiamo ancora la capacità d’essere a livello di altre nazioni. Certamente la nostra influenza in Europa si fa sentire solamente per la nostra stranezza, non certo per altro. Come all’epoca del regime pensavamo di essere una fortezza imprendibile, capace di sostenere il peso di qualsiasi avversità perché animati dalla fascistica volontà, oggi pensiamo di essere all’apice dell’economia mondiale e di tutto il resto. Siamo anche arroganti, a ben pensare: ci sarà un qualche gene che codifica l’arroganza italiana, non so come spiegarlo altrimenti. Il fatto è che siamo un popolo pigro e che questo non ci desta il minimo clamore. Ci sfugge forse il detto che le battaglie si vincono mentre gli altri dormono.

Ecco, quando ho chiuso il libro su Mussolini ho pensato proprio a questo. Non siamo cambiati di una virgola in un secolo quasi di storia. Siamo sempre noi, siamo gli italiani.

Cambieremo mai?

R. J. Bosworth - Mussolini. Un dittatore italiano.
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