Molte canzoni sono collegate in modo oserei dire permanente con momenti particolari del mio passato. Quando ero piccolo ricordo che in radio “Zombies” dei The Cranberries veniva passata spessissimo. Ma non che abbia mai provato particolare amore per questo pezzo. Si, avrei potuto ammettere che è una bella canzone, però la musica in quella parte della mia vita non era importante. Faceva di contorno ogni tanto (le giornate passate ad ascoltare Radio Sole con mia mamma), ma non aveva nessun “gusto”. Non ricordo infatti mai un giudizio del tipo “bella” o “che schifo”.
La musica iniziò ad interessarmi quando trovai qualcosa che mi attirava, il ritmo fermo. La cassa pesante. E’ stato l’elemento di maggiore importanza per molto tempo, tra il 1999 e il 2003 in particolare. Zombies l’avevo del tutto dimenticata. All’epoca se avessi avuto la possibilità di ascoltarla con tutta probabilità l’avrei bocciata, perché non proponeva quello che io cercavo nella musica. E la bocciavo ancora, pur ammettendo che era un gran bel pezzo, nell’agosto del 2005 a Dublino, quando Ian e Shane ce la facevano ascoltare fino alla pazzia, con tanto di testo, cantando appassionatamente. L’atmosfera di quelle giornate era descritta da Zombies. Non saprei come descriverlo, Zombies era quel periodo, al di la del significato del suo testo. E ora che la riascolto su youtube ricordo tanti momenti di quell’intero soggiorno nella verde Dublino.
Non nego che la voglia di tornarci è tanta. Cosa darei per ripercorrere le stesse strade che percorrevo quell’estate, per rivedere The Spire, O’Connel Bridge, Grafton Street e tutti i verdissimi parchi dove passavamo il tempo giocando! Con il cielo perennemente nuvoloso – ma chi se ne importa! – e l’aria irlandese a rendere tutto più bello… Vorrei tanto mostrare ai miei cari altri posti del mondo, soprattutto l’Inghilterra.
Mi piace viaggiare, tanto. Non so se si era capito. Quando si trattò di andare in Inghilterra per 14 giorni non rifiutai affatto, anzi, ne fui strafelice; quando mi comunicarono che facevo parte della “spedizione italiana” in Irlanda organizzata da Intercultura per gli studenti più bravi della Basilicata ero in estasi: un mese in Irlanda, in un paese anglosassone. Un mese! Era più che altro felicità per il fatto di poter vedere un posto nuovo, conoscere nuova gente. Fu un’esperienza fantastica. Quando tornai provai molta nostalgia del verde irlandese. Avevo così tanta nostalgia che dichiarai l’Irlanda mia seconda patria. Non perché mi senta irlandese – io mi sento italiano, ci mancherebbe – ma perché una parte di me è sempre rimasta in Irlanda. L’Inghilterra, per quanto bella anch’essa, ha qualcosa in meno dell’irlanda: la gente. Gli irlandesi sono diversissimi dagli inglesi e l’ho provato sulla mia pelle confrontando Oxford con Dublino. Ad Oxford un ragazzo italiano (pur andando a cercarsele) è stato picchiato e noi fummo costretti a stare con gli occhi aperti, soprattutto il venerdì la giornata della “caccia all’italiano”, visto che molte persone mostrano intolleranze nei nostri confronti. Dicevo, l’ho provato sulla mia pelle: entriamo in un pub l’ultimo venerdì del nostro soggiorno, passiamo vicino al bancone e vengo afferrato per un braccio da un losco tipo (pelata lucidissima, giubotto nero in pelle, jeans, grosso… tanto grosso) che mi fa: “Where are you from?“. Gli rispondo istintivamente “Greece“, senza pensarci su. Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ne parlavo proprio pochi giorni prima con i miei amici: se ci chiedono di dove siamo non diciamo Italia, perché se becchiamo i pazzi, passiamo i guai. Ho sparato la prima nazione che mi veniva in mente, azzeccando anche la pronuncia! In Irlanda cose di questo tipo non ne abbiamo sofferto. E’ stato un mese di grandiosa libertà, di divertimento assoluto. Ricordo che il pub che potevamo frequentare – l’unica pecca del mio soggiorno dublinese fu che purtroppo non avevo i 21 anni necessari per frequentare i locali di Temple Bar, anche se ci ho provato e per poco non ci sono riuscito! – era sempre pieno di ubriachi, ma non è mai scoppiata una rissa. Anzi, ci divertivamo un mondo, perché con noi brilli e loro ubriachi, i discorsi filavano che era una meraviglia! L’alcol toglie la paura di sbagliare, e ci si scopre incredibilmente capaci di esprimere a parole i propri pensieri anche in lingua inglese…

E in tutto quello che ho visto, fatto e detto in Irlanda c’è lei, Zombies, la colonna sonora dell’estate 2005. E’ impossibile oramai per me non collegarla in qualche modo a quel soggiorno, alla sveglia mattutina del simpaticissimo Miguel “Svegliati, figlio di pu****a“, al gioco Mafia (un tormentone, divenuto ad un certo punto insopportabile), alle urla isteriche e i pianti di Valentina Voglio tornare a casa! (dopo una settimana), ai giri nei negozi di abbigliamento a basso costo, alle prove di Hurling (ci sarò riuscito in totale 2 volte a colpire la palla come si deve), alle serate al McDonalds, alle passeggiate in Grafton Street e le notti nei pub, al Guinness Storehouse, alle gitarelle dentro e fuori la città, alle lunghissime camminate per accompagnare Valentina-Francesca-Camilla alle loro abitazioni, alle risate con Shane e con Giuseppe…
Una canzone, centinaia di ricordi.

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