Oggi ero in Istituto… all’improvviso mi sono trovato a chiedere delle informazioni sul Burundi alla prof che mi segue per il lavoro di tesi. Su cosa discutevamo? Ah, si! Del tempo… del tempo metereologico. In questi giorni è un pò bruttino qui a Piacenza, seppur con una certa alternanza (l’altro ieri per esempio c’era il sole e le temperature erano gradevolissime). Chiedo (più a me stesso) a voce alta Chissà che caldo farà in Burundi. E la prof mi dice che questo è il periodo delle piogge, che li, in Burundi, fa anche freddo. Soprattutto sulle alture.

Non ho mai dato un’occhiata alla mappa fisica del Burundi. A quanto pare questo piccolo stato dell’Africa Centrale è tutto fuorché pianeggiante.

Paese prettamente montuoso. Zone pianeggianti per la maggiorparte lungo le sponde del lago Tanganica.

Lo immaginavo diversamente! Davvero, avevo del tutto dimenticato che quella è la zona della Rift Valley, una regione molto instabile della placca africana in procinto di aprirsi e diventare un mare via via sempre più ampio, spaccando in due il continente. Il lago Tanganica è uno delle conseguenze della situazione geologica di questa regione. A guardar bene dalle altitudini, i monti non sono mica così piccoli eh! Vedo altitudini di 2500 metri e superiori!

Insomma, ad un certo punto la prof mi dice che dal Burundi scapperei, se mai ci mettessi piede. Non ho risposto. Mentre lei continuava a trafficare col pc l’eco di quell’affermazione rimbalzava da un angolo all’altro della mia mente. Un pò mi sono sentito offeso. E’ come se con quella frase la mia umanità fosse stata ferita. Forse perché ho capito d’essere stato classificato a livello di quelle persone che, anche potendo, preferirebbero non aiutare gli altri.

Per mettere le cose in chiaro… no, non sono una di quelle persone che pensano solo ed esclusivamente a loro stesse.

Penso di essere uno strumento d’azione. Uno strumento che, nel limite delle sue possibilità, vorrebbe fare più bene possibile. Mi sentirei bene e in pace con me stesso se sapessi di essere in qualche modo utile. Nel peggiore dei casi mi sentirei indifferente ad aiutare gli altri, ma mai proverei rimorso o pentimento. E posso dirlo senza problemi: l’altruismo è una delle mie doti più pure, e lo riconosco. Se so che c’è della gente che necessita di essere aiutata… e io posso aiutarla, lo faccio senza problemi. Quindi se un domani, vicino o lontano, qualcuno mi chiederà di andare a dare una mano in Burundi (molto probabilmente non accadrà) e io mi trovassi nelle condizioni di poterci andare, il mio problema non sarebbe affatto il lo fai per chi? Tanto non risolveresti niente, prima di tutto perché non è vero che non serve a niente, secondariamente perché ritengo massima l’importanza di rendere la nostra vita quanto più altruistica possibile, come ho già detto prima. Alla fin fine è proprio questo che mi ha fatto riflettere quando la prof ha detto che scapperei dal Burundi. Arriverei a prenderla come sfida personale. Sarei capace di prenderla come sfida personale. Questo perché sono fermamente convinto che vedere gli altri felici grazie a me mi renderebbe felice. Se aspiro ad essere felice, aiutare gli altri non farebbe altro che aiutarmi sulla strada della felicità.

Cosa ne sarà di me un domani, quando morirò? Niente. Anche se continuerò a vivere senza aiutare nessuno, pensando a me e solo a me. Ci sarebbero più persone felici, più persone che potrebbero godere di quel grandissimo dono che è la vita se io invece mi comportassi in modo differente, aiutandole. Non ne vale la pena allora?

Se questo discorso lo faccio alle persone che mi circondano oggi sembrerei esagerato, estraneo… o quasi squilibrato. Perché? Forse perché oggi non ci chiediamo mai quanto sia bello vivere. Non pensiamo alla morte nel giusto modo, anzi ce ne facciamo un’idea sbagliatissima e, sotto la spinta del timore di morire nell’infelicità, ci sforziamo costantemente e con convinzione per rendere la nostra vita migliore. Il come ci sforziamo affonda spesso profondamente nel campo dell’egoismo: vogliamo tutto per noi, fama e ricchezza, vogliamo un’immagine nota, una casa calda e comoda, il piatto pronto, un servo per le faccende scomode, un avvocato per quelle ancor più scomode, vogliamo dormire da mattina a sera, avere più compagne, provare tutto quello che si può provare, divertirci ed essere al centro dell’attenzione degli altri. Ma c’è felicità in tutto questo? Per chi vive con la convinzione di essere il solo essere vivente a questo mondo forse si. Per queste persone gli altri sono un contorno di cui servirsi quando la fame ci obbliga, sono il materasso su cui dormiamo, la sedia su cui ci sediamo, il foglio che strappiamo… niente più che oggetti. E’ triste ma le cose stanno così. Cioé, quello che mi sento di condannare è l’indifferenza di chi sta bene. Il solo interesse che mostriamo oggi è per la proprietà. Solo la proprietà occupa i nostri pensieri. E se un domani scopriamo che la nostra vita è messa in pericolo, chessò, da una guerra? Ci preoccuperemmo ancora della proprietà o penseremo solamente a salvarci?

Ecco perché temo un pò i tempi che verranno, perché le società sviluppate vivono in uno stato di profonda anestesia, vanno avanti perché è tutto una pappa pronta per essere mangiata… hanno dimenticato il passato e si sveglieranno solo nel caso in cui i loro stili di vita verranno messi in serio pericolo. Ancora più grave, le società sviluppate ignorano il presente. Si, lo ignorano, anche conoscendolo. Purtroppo il detto tutto il mondo è paese si limita a pochissimi casi, nella marea di caratteristiche che si possono prendere in considerazione nella descrizione di una popolazione. Sarebbe stato tutto diverso, e io non starei qui seduto a scrivere, se invece tutto il mondo fosse stato paese. Noi siamo ricchi, ma molti altri sono poveri. Chi si preoccupa di quei poveri? Pochi. Chi conosce quei poveri? Pochissimi. E’ questo il male della nostra specie, l’indifferenza. E questo porta al discorso che facevo all’inizio, cioé alla non-volontà, alla preoccupazione per la propria felicità, all’uso delle persone che ci circondano. Che brutto sedersi a tavola e ingozzarsi quando nel mondo un miliardo (1.000.000.000, mica bricciole) di persone soffre la fame.  Se un miliardo di persone muore di fame è perché non si fa abbastanza. E’ perché sin troppi di noi rivolgono i loro pensieri alle cose scomode, alle brutte verità.

Come si fa a concordare con questo menefreghismo di massa? Non si può. Bisogna essere onesti con se stessi ed ammettere che per risolvere in parte questo problema dovremmo rivedere prima di tutto le nostre vite. Imparare a convivere con gente diversa da noi, con persone che hanno molto da imparare e altrettanto da insegnare. Non smettere mai di comprendere gli altri e soprattutto non smettere mai di porsi domande per rendere questo mondo un posto migliore, che sia l’Europa, l’Asia, l’America, l’Australia o l’Africa. Solo uniti si possono superare i problemi.

Quindi, ritornando al discorso iniziale, perché non avrei dovuto sentirmi ferito alle parole della prof? Mi è venuto automatico, anche perché dire che la gente fuggirebbe dal Burundi mi sa di rassegnazione. Mi rassegno per delle cose di poco conto – è capitato tantissime volte – ma per questioni di importanza fondamentale no (salvare una vita, due… di più. Ma scherziamo? La vita di una persona è inestimabile, è di un valore che non si può definire!). E sono profondamente convinto di questa cosa.

Se un giorno verranno a dirmi che posso partire per il Burundi, anche solo per poco tempo, non dirò no, grazie. Anche a rischio di prendere una malattia, di fare la fame. Sono una pedina che può muoversi liberamente su una scacchiera enorme, posso valutare in tutta libertà come gestire la mia vita, anche fare scelte che a molti non verrebbero neanche in mente. E non partirei con il solo interesse accademico ad accendere la mia volontà, ma soprattutto con l’interesse di capire e vivere sulla mia pelle il dramma di quelle povere persone. Essere di aiuto e di conforto, dare loro una mano per davvero. Aiutarli in qualsiasi modo possibile. Migliorare qualcosa.

Perché io mi vanto di essere un tantino diverso dalla massa.

Advertisements