In questi giorni di foga… durante i quali lo studio si eleva a colonna portante della giornata, ogni tanto mi fermo a pensare, come al solito, a come sarebbe stata la mia vita se non fossi venuto qui a Piacenza. E, mentre l’equazione di Hasselbach come un martello pneumatico bussa instancabilmente alla porta della mia mente, impaziente di entrarci (ancora una volta), mi accorgo che forse, dopotutto, sarebbe stata una vita più triste di quella che sto vivendo oggi. Qualche sera fa, incontrando per i corridoi del collegio una mia compaesana mi è tornata alla mente un’immagine a cui non pensavo più da tantissimo tempo. Inevitabilmente, inconsciamente più che altro, mi sono ritrovato a fissare un punto del pavimento e a navigare nei ricordi residui di una serata di 7 anni fa. Ma qual è stato l’effetto sul mio umore? Nessuno! Ho con piacere rivisitato immagini e pensieri, ipotesi e sentimenti di una lontana serata, ma non mi sono intristito. Se le cose fossero andate diversamente e io non fossi venuto qui a studiare, probabile che l’ossessione per il ricordo di quelle serate dolci/amare si sarebbe intensificata nel tempo – più di quanto si sia intensificata gli anni scorsi. E sarei stato depresso, triste, per buona parte del tempo, impossibilitato probabilmente a conciliare i pensieri con lo studio.

In momenti così mi pongo la domanda: sarei stato veramente un bravo geologo? Più passa il tempo e più mi convinco del fatto che… no, non sarei mai stato un buon geologo, perché non avrei potuto comunque dare me stesso per gli studi. E non per mancanza passione (anzi!), ma per l’incapacità di restare sereno, come una persona ha il sacrosanto diritto di essere. Non sarei stato sereno, affatto. E chissà l’ambiente di un’università statale quale effetto avrebbe avuto su di me.

Nonostante tutto, però, questi pensieri rimangono supposizioni. Le mie convinzioni passate si sono rivelate, nel 90% dei casi, errate… stime di un qualcosa che non potevo stimare, ma che ho avuto la faccia tosta addirittura di calcolare e di confermare in assenza di prove. E ora sono abituato a vivere nel “forse”. Anche la mia sicurezza negli studi è stata sostituita da una sorta di insicurezza sull’infallibilità dei concetti: quando affermo qualcosa non manco mai di anticipare il mio pensiero con “se”. Alcuni dei miei professori mi hanno fatto notare che usare il condizionale quando si parla o si discute di concetti “stampati” (dalla indubbia veridicità) è sbagliato. E’ vero. Con la mia vita, però, con la vita degli altri, con i pensieri degli altri, non mi posso permettere altri tempi verbali. “Forse”, “se”, “chissà”. Ho una fifa matta di sbagliare.

E poi all’improvviso mi viene in mente sempre l’immagine di un orologio, lancette dritte ad indicare qualsiasi orario la mia mente proponga, random. Orologio. Tempo. Freccia del tempo. Countdown. Tic tac, tic tac, tic tac, come a mettere ansia. La fine si avvicina. Non è mai stata così prossima. E cosa mi viene da pensare? Di invertire la freccia del tempo. Di godere se possibile di quei momenti di permanenza qui a Piacenza: il mio primo, fantastico anno universitario, le serate passate fuori, il divertimento, l’aria del collegio, la condivisione di momenti di impegno, di momenti tristi… di momenti indimenticabili. E se in queste condizioni mi trovo a passeggiare lungo un corridoio, tra le stanze dei ragazzi o nelle zone comuni, non posso fare a meno di pensare che:

Li ci passai la prima sera che arrivai

Qui ci rincorrevamo urlando tutti assieme

Qui tizio è scivolato e siamo scoppiati a ridere

In questo posto ero seduto a guardare la partita

Li abbiamo festeggiato il compleanno

Laggiù ho passato un’ora a discutere di cose serie con la più improbabile delle persone del collegio

Cos’è, in fondo, la vita? Una lunghissima serie di battiti cardiaci accompagnati da sentimenti e ricordi, in un mondo dove non è vero che tutto è nero, non è vero che siamo tutti cattivi, non è vero che se tizio mi sta antipatico è impossibile un giorno capire che in fondo mi sbagliavo di grosso, dove non tutto è sbagliato e non tutto si può comprendere a fondo. Fa male il solo pensiero di tutte le cose che avrei potuto fare in questi anni e che invece non ho fatto, di tutte le amicizie che avrei dovuto stringere prima e che invece non ho mai considerato neanche lontanamente. Si arriva alla fine e, classicamente, ci si volta indietro, si fanno bilanci e ci si accorge che il tempo c’era e che lo si è sprecati un troppo. Ci si rende conto che si avrebbe potuto fare di più, semplicemente guardandosi intorno, raccogliendo il coraggio e seguendo la propria testa e il proprio cuore. È sempre così: rimpiangerò quello che non ho fatto e considererò di poco conto quello che invece ho fatto. Sbagliando… ma il pensiero di aver perso del tempo prezioso roderà l’animo, di questo posso quasi esserne sicuro.

È con questa consapevolezza che sto cercando di vivere questi giorni, i primi dell’ultimo anno accademico. I primi, molto probabilmente, degli ultimi dieci mesi di permanenza in quella che, per tanto tempo, è stata a tutti gli effetti casa mia.

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