Molti sono stati sviati dal termine missione umanitaria. Pensavano che andassimo in Somalia solo per portare cibo a gente che moriva di fame. Credo anche che sia stato ingenuo ritenere che una tale situazione potesse essere priva di rischi. In fondo tutto quello che stiamo facendo è portare cibo e aiuti umanitari. Ma quando si comincia a fare una cosa del genere, ci si scontra inevitabilmente con gli interessi economici dei signori della guerra e il loro potere nel controllare il flusso degli aiuti umanitari. Questo significa che nell’idea stessa di una missione umanitaria è implicito che in qualche modo sia necessario prima di tutto ripristinare una qualche regola di convivenza civile.

La mattina del 3 luglio 1993, morirono 3 soldati italiani in uno scontro a fuoco con i miliziani somali, a Mogadiscio. Avevo 8 anni all’epoca e di tutta la faccenda ricordo solamente il nome di Aidid. Le righe che ho riportato qui sopra mi nauseano, anche perché sono state dette da un uomo importante. Sono parole sono chiare: in una missione umanitaria l’uso della forza dovrebbe sempre essere contemplato. Cavolata mastodontica, se mi posso permettere. Indipendentemente dalle complicazioni del caso, la missione umanitaria, pur avvalendosi di mezzi militari, rimane un’azione con scopo non oppressivo per portare sollievo ad una popolazione: non è, come invece gli americani pensano, un’occasione per dar sfoggio di potenza e di superiorità di mezzi, irrigidendo i rapporti in una popolazione per il raggiungimento dei propri obiettivi.

L’ambizione e gli interessi accecano la mente e, quel che è peggio, tirano fuori il peggio di noi. Il risultato sono quelle 4 righe in corsivo.

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