La Natura si risveglia finalmente in questo tardo aprile 2010, con sole e temperature sui 20°C. Che bella la primavera! L’ho detto mai che è la mia stagione preferita? La mattina ci si alza col sole negli occhi, il cinguettio di qualche passerotto, il caldo. E automaticamente – sarà la natura umana, non lo so – mi vien voglia di andare fuori e prendere quelle boccate d’aria fresca che svegliano meravigliosamente.

Eh, no. Purtroppo non posso farlo. C’è da dire che sarebbe bello accompagnare ogni boccata d’aria con la visione di un bel panorama, cosa che qui a Piacenza posso solo sognare. Poi non ho il tempo di farlo: devo lavarmi, vestirmi, fare colazione, andare a lezione. Per iniziare, anzi riprendere, la solita routine “tayloriana” dello studente universitario. E che dire della routine dell’aiuto direttore? Quella anche, seppur sia meno costante rispetto a quella tayloriana. Oggi per esempio alla sola vista delle condizioni penose della cucina del terzo piano nella mia testa il cielo soleggiato e sereno è diventato cupo e triste, come passare dalla Contea alla Terra di Mordor in un nanosecondo: un pò quello che accade ogni volta che mi ricordo di dover studiare come un automa semplicemente per superare degli esami (siamo qui per questo!) e non per altro. A volte la mia testa cerca – senza successo devo ammettere – di comporre un pensiero un pò più complicato del solito formulando la domanda La tipologia di ragazzi del collegio è rappresentativa dello stato di degrado della società?. Statisticamente parlando, no. 160 studenti su centinaia di migliaia in tutta Italia (se non milioni, visto che ora studiano all’università praticamente cani e porci) non è un numero statisticamente meritevole d’essere preso in considerazione, ma questo solo perché la struttura non permette d’ospitare altri maiali come quelli che, appunto, vivono in collegio. Sono sicuro al 100% che questa mini realtà (oddio, sarà mini in termini relativi) sia piuttosto rappresentativa della direzione che la società stia prendendo da una manciata di anni a questa parte. E la cucina del terzo piano in queste mattine è il quadro perfetto delle nostre ultime generazioni. Con un bel tasso di peggioramento nelle generazioni a seguire. Su tutti i livelli. Con poche eccezioni. Per questa mia convinzione, che viene rafforzata quando durante i periodi estivi o di vacanza torno a casa per qualche settimana, non riesco a formulare una domanda complessa come quella che ho scritto sopra: la mia mente dice che non c’è bisogno di girarci attorno, la verità è davanti agli occhi, i segnali d’allarme ci sono tutti. Siamo, tutti quanti, sempre meno adulti, e sempre più piagnoni; abbiamo convertito il rispetto per gli altri nel rispetto per la tv delle veline; siamo più preoccupati per l’aspetto esteriore che per quello che valiamo veramente; preferiamo evitare i problemi in ogni caso invece di risolverli la dove necessario; ci trastulliamo in quello che c’è di peggio con la scusa “eh, ma sono giovane, ho vent’anni: se non le faccio adesso queste cose quando le faccio?”. C’è altro, c’è di peggio. Meglio finirla qua. Le ripercussioni si sentono oggi e si sentiranno domani e in modo più marcato, perché ogni persona che oggi si comporta così un domani non educherà i suoi figli che si comporteranno come i genitori, se non peggio, e così via sempre peggio. Come in una reazione radicalica, se non si trova un antiossidante in misura sufficiente, si rischia di mandare all’aria tutto quello che si può mandare all’aria: è inutile sperare nella neutralizzazione reciproca dei radicali, si deve agire. Agire oggi? E come? Si prendono tutti i ventenni e si sculettano per la loro insolenza e per il loro menefreghismo? Troppo tardi: le percosse vanno date ai cuccioli, non agli uomini. Io, nel ricordo delle mie percosse e con un certo grado di coscienza, preferisco andare in un pub a bere una birra; altri, invece, preferiscono ubriacarsi e vomitare in collegio. La differenza sostanziale tra me (e quelli come me) e questa gente è abissale, così come sta diventando abissale la differenza numerica tra chi getta la carta nel cestino per la carta e chi invece la getta tranquillamente a terra tanto siamo in Italia.

Forse, più di quanto creda, il problema è a livello di coscienza. Chi non impara ad ascoltare la propria coscienza non cresce. Rimane bambino. Non sto parlando in termini cristiani, affatto. Non sono quello che può ammonire tizio perché ha fatto peccato, in quanto so di essere il primo che va raramente a messa (commettendo peccato, appunto). Sto parlando del chiedersi in tutta sincerità, nell’Io più intimo, se è giusto fare in un modo piuttosto che in un altro. Sono convintissimo che molti mettono a tacere la coscienza, arrivando a fare delle cose stupidissime. Questa potrebbe essere una spiegazione al come mai stamattina la cucina del terzo piano era in uno stato di disordine e sporcizia peggiore di quello di ieri. E la situazione domani mattina sarà la stessa (prevedo un lieve peggioramento). Sapete meglio di me come va a finire in questi casi: succede che la gente fa notare lo stato di disordine in cui grava la cucina in questione. Cosa dirò alla gente che verrà a segnalare il problema? Non potrò far altro che mandarli gentilmente via con le parole fatti vostri. Partiranno sicuramente dei borbottii. Borbottare non serve a nulla. Siamo vittime della pigrizia e dell’ozio estremo, tutto quello che mostriamo di saper fare è divertirci, fumare, sc****e, ubriacarci… e lamentarci. Sono pochi quelli che hanno provato sulla loro pelle (sulle loro spalle a dire il vero) il vero lavoro: il duro lavoro estivo. Tutti vogliono di più, ma nessuno muove un dito per migliorare il mondo. Tutti quanti vogliono migliorare lo stato in cui vivono, ma se ne fregano degli altri. Sono tutti quanti aspiranti tronisti e veline.

Cavoli, sembro un moralista a volte. Non mi piacciono le paternali perché credo che ognuno è libero di vivere la vita come meglio gli pare. Va bene, siamo tutti diversi, ognuno ha le sue priorità, ma nella vita bisogna essere bravi a non avvantaggiarsi sulle spalle degli altri, ma di rispettare il prossimo. Non siamo in pochi, nel mondo vivono più di 6 miliardi di persone, la società ha le sue regole. Cosa faranno queste persone un domani che la grassa tetta monetaria della mamma e del papà verrà staccata all’improvviso? Andranno avanti ad elemosina?

Mi fa rabbia tutto questo. L’altruismo è quasi del tutto scomparso. Viviamo in una società superpopolata eppure ognuno è solo, pensate che paradosso. Ogni anima è isolata dalle altre, se non in rari casi. Tutto lo snobismo, l’ipocrisia, il vandalismo, l’odio, la gelosia, l’interesse personale perseguito avidamente tengono le persone separate, mentre interessi superiori le obbligano a stare a contatto nei diversi momenti di ogni giornata, che sia lavoro, università, studio, spettacolo.

Uno si chiederà: ma non c’è bene al mondo? Certo che c’è. Bisogna saperlo trovare e soprattutto riconoscere: siamo arrivati a livelli tali che diciamo ti amo senza capirne il reale significato, mentre facciamo favori agli amici aspettandoci seriamente un ritorno e ci lamentiamo della minestra fredda senza pensare che ci sono milioni di persone che stanno peggio di noi. Anche a me capiterà di lamentarmi delle scarpe scomode, piuttosto che della stanza fredda o del risotto troppo salato, ma riesco nello stesso momento a pensare che nel mondo c’è gente che pagherebbe oro (ad averlo) pur di avere un riparo per la notte: torno a stare zitto, non la tiro per le lunghe. Gente che conosce la vita da una tragica prospettiva lascerebbe pulita la cucina del terzo piano, pur di avere in cambio una minestra fredda e pessima; rispetterebbe maggiormente ciò che la circonda, che siano animali, piante, cose o persone.

Forse abbiamo bisogno di una stangata. Una stangata bella forte per riscoprire i valori che stiamo perdendo inesorabilmente.

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