Periodo invernale. Ancora questioni di carattere ambientale. Si, fa freddo. Era ora che facesse freddo. Però questa estate che caldo! Ricordo una settimana a Roma immerso in un’atmosfera afosa e irrespirabile, più da clima tropicale che altro. Fa freddo, certo, ma questo non ci deve distrarre affatto da cosa ci attende in futuro, o meglio, da cosa potrebbe attenderci. Sul contributo umano al surriscaldamento del pianeta non possiamo affermare nulla di certo, questo è chiaro. C’è gente che la pensa diversamente, come Mario Tozzi, che afferma, nel numero di National Geographic di questo dicembre che “Le nuvole ci sono sempre state, così come l’effetto serra, anche se in passato le fluttuazioni climatiche erano solo di origine naturale, mentre oggi dipendono in gran parte dalle attività produttive dell’uomo.”. La frase è una affermazione a tutti gli effetti, come se avessimo avuto la conferma scientifica che le nostre attività siano il fattore principale al surriscaldamento. Queste deduzioni si basano essenzialmente sui famosissimi grafici temperatura/anidride carbonica/anni che si vedono un pò ovunque quando si parla di clima, quelli che manifestano certamente un certo legame tra fluttuazioni dell’anidride carbonica e temperatura, ma che non tengono conto del contributo  di questo gas a tale aumento di temperatura. E che, ci tengo a dirlo, si sforzano di far passare inosservatamente un certo trentennio (1940-1970) di trend opposto tra anidride carbonica e temperature. E’ giusto ragionare su tutti i dati a disposizione e non solo su quelli a sostegno di una tesi. Perché in quel periodo di tempo (affatto breve: non si tratta di 1 anno, ma di ben 30 anni) le temperature scesero a fronte di un aumento di anidride carbonica? Nessuno lo sa spiegare. Per questo motivo sono un pò diffidente di fronte ad affermazioni come quella riportata sopra e questa mia diffidenza viene ulteriormente appoggiata dalle parole di Navarro, intervistato da National Geographic proprio nel numero di questo mese: “Il clima si sta riscaldando, è fuor di dubbio, anche se ancora si discute su quanto questo fenomeno sia dovuto a cause naturali e quanto invece a causa delle attività umane”.

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Per capire come funziona il ciclo dell’anidride carbonica, specificatamente all’ammontare delle varie quantità implicate nei meccanismi ambientali, ci vorranno altri anni di studi. Un lavoro importante però viene svolto proprio oggi per rispondere ad alcune di queste importanti domande, quelle sul “chi assorbe anidride carbonica, in quali dosi e in quali condizioni, e fino a quando può farlo”. E’ così complesso però… non difficile, complesso. E’ come voler smontare un giocattolo troppo ingarbugliato, con tanti meccanismi. I dati mostrano che tra oceani e piante si ha l’assorbimento di circa il 60% delle emissioni umane di anidride carbonica. Questo a quanto pare ha aiutato a tenere sotto controllo l’aumento del gas in questione nell’atmosfera nell’ultimo secolo. Gli oceani assorbono anidride carbonica perché è questa è solubile in acqua, mentre le piante la necessitano per la fotosintesi. In teoria quindi, quanto maggiore è l’anidride carbonica disponibile, tanto maggiore sarà la fotosintesi, ma questo è vero fino ad un certo punto: superato questo, le quantità del gas saranno troppo elevate sia per le piante che per gli oceani. E le terre? Beh, se si continua di questo passo a quanto pare, invece di aiutare nella riduzione del gas, potrebbero diventare fonte d’emissione, perché l’aumento delle temperature favorirebbe la proliferazione batterica e quindi la produzione di altra anidride carbonica. A complicare il quadro già di per se complicato, si inserisce (a complicare ancora di più le cose) la variabilità periodica di tutti questi fattori: in alcuni anni si hanno assorbimenti fino all’80% delle emissioni umane, per esempio, in altri anni no. Il movente di questi cambiamenti, la ragione che complica sotto questo profilo tutta la dinamica, potrebbe essere lo stesso aumento delle temperature, ma la recente diminuzione dell’assorbimento da parte degli oceani non necessariamente è da imputare a tale effetto: il clima del Nord Atlantico oscilla naturalmente in diverse decadi e a questi “shifts” corrispondono più o meno gli “shift” nell’assorbimento, per esempio. Già nel 2007 uno studio affermava che gli oceani hanno superato il limite di assorbimento di anidride carbonica: secondo questo studio sono  cambiamenti indotti dall’uomo e che si riflettono in un rafforzamento dei venti che “muovono in cerchio” sul Polo Sud i quali, a loro volta, richiamano dal basso le acque ricche in anidride carbonica verso la superficie, limitando la capacità dell’acqua di assorbire il gas dall’atmosfera. Un mese fa venne pubblicato uno studio che affermava che la diminuzione dell’assorbimento da parte degli oceani fosse vicina ad assumere un carattere di tipo planetario, con inversione del meccanismo ed emissione di anidride carbonica – il che sarebbe ancora più dannoso per l’atmosfera! Il problema con questo studio è che i dati dell’assorbimento delle terre (e delle piante) non sono affidabili; uno studio successivo, usando gli stessi dati, ma partendo da presupposti diversi, ha stabilito che il contributo nell’assorbimento è ancora attivo e si attesta ai livelli degli ultimi anni del secolo scorso, più o meno.

Questi studi, oltre a dimostrare quanto sia complicata la situazione, dimostrano un’ulteriore brutta realtà: la necessità di maggiori fondi per la ricerca di informazioni utili, che è quello che personalmente mi aspetto dalla conferenza di Copenhagen che inizierà domani 7 dicembre. Sono importanti inoltre impegni seri: il protocollo di Kyoto si è dimostrato una mezza bufala, non avendo raggiunto il suo scopo (l’Italia per prima doveva stare sotto il tetto delle 481 megatonnellate nel periodo 2008-2012, ma lo ha già superato entro il 2010 di ben 100 megatonnellate…); speriamo almeno che la conferenza di Copenhagen apra la strada verso un planetario accordo di riduzione delle emissioni, perché l’ambiente è si in costante mutamento, ma qui ne va della salvaguardia delle nostre civiltà e della nostra specie.

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