L’uomo è da anni alla ricerca della vita nello spazio: possibile che il nostro pianeta sia l’unico che mostra – che ha mostrato sempre – le caratteristiche idonee allo sviluppo di qualcosa così sensibile e forte allo stesso tempo come la vita? La ricerca va avanti di anno in anno, con l’osservazione di sistemi planetari che presentano corpi considerati “buoni candidati” per ospitare la vita sul pianeta.

Phyl Berardelli riporta qui un interessante articolo sull’attuale “stato dell’arte” in questa ricerca. Non è una lista di pianeti di interesse, ne una lista di calcoli matematici, ma una considerazione. Gli astronomi che osservano il cielo alla ricerca di un pianeta simil-terrestre devono restringere il loro campo di ricerca. Notizia positiva? Da un certo punto di vista si, ma da un altro punto di vista decisamente no. Possiamo dire si perché così si assottiglia la lista di corpi possibilmente ospitati; diciamo decisamente no, perché non conosciamo tutti i corpi e tra quelli che stiamo osservando potrebbero anche non esserci quelli abitati. Il fattore in più che ci permette infatti di restringere la ricerca è la presenza di un’attività tellurica quantomeno decente sul pianeta oggetto di analisi. Il criterio base sul quale tutta la ricerca fino ad oggi si concetrava, infatti, era “Può un pianeta ospitare acqua liquida?”. Questo criterio dipendeva molto dalla posizione del pianeta stesso in relazione alla stella – considerando grandezza e attività del sole in questione: troppo lontano e l’acqua ghiaccia, troppo vicino e l’acqua evapora.

Purtroppo l’acqua è una molecola dal peso molto basso (18 g/mol) per cui non può contare sulle forze intermolecolari di Van Der Waals. Sul nostro pianeta è liquida perché la temperatura lo permette. I forti legami ad Idrogeno (H) infatti, seppur interazioni più forti tra quelle intermolecolari, non possono resistere a temperature troppo elevate. E l’acqua, come vapore, non aiuta la vita: è l’acqua liquida il mezzo in cui, secondo la nostra concezione di vita, le forme di vita possono vivere.

Mi verrebbe da citare il duo dell’uni di Viterbo tanto caro a me e alla mia piccola guanciottosa romana quando dice che della vita nell’universo conosciamo praticamente niente, quindi non è detto che li fuori abbiano bisogno di acqua piuttosto che di plutonio o uranio per sopravvivere, e questo è anche vero. Su questo si potrebbe muovere una sorta di critica verso i ricercatori, visto che ci si impunta su caratteristiche proprie dei Gaebionta (la vita come la conosciamo sulla Terra, con determinate necessità), quando a 10 anni luce da qui potrebbe esserci una popolazione aliena più o meno avanzata che si basa sull’idrossido di alluminio per andare avanti. Per ora però non abbiamo motivo di pensare alla vita in tal senso, per cui ci basiamo su quello che conosciamo per certo. L’acqua, quindi rimane un elemento fondamentale per questa ricerca. Ma non rimane l’unico.

L’equazione acqua = vita potrebbe infatti rivelarsi falsa in quanto incompleta. L’attività vulcanica è necessaria affinché ci sia vita. “Non saremmo qui se non ci fossero stati i vulcani. Nella storia primordiale della Terra le eruzioni vulcaniche emisero nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica e vapore acqueo. L’anidride carbonica è fondamentale nella fotosintesi. Marte, con un’attività del suo nucleo praticamente inesistente e il suo insufficiente vulcanismo non fu così fortunato. Attività vulcanica troppo elevata però è dannosa: Io, una delle lune di Giove, per la vicinanza dello stesso Giove, quanto delle altre lune, erutta in continuazione da milioni di anni ricoprendo di lava la sua superficie. Con queste eruzioni viene cancellata ogni possibile forma di vita.”

Esempio di questo tipo di ragionamento è il pianeta, scoperto nel 2007, chiamato molto freddamente GJ 581 d. Gli studi preliminari lo classificavano come possibile candidato ad ospitare la vita, ma a ben guardare l’attività vulcanica è un tantino troppo poco presente. Possiamo dire quindi insufficiente? Includendo questa nuova variabile nella ricerca, molti dei pianeti abitabili diventano comunque inabitabili, perché è accertato che un pianeta deve comunque presentare un’accettabile attività tellurica per garantire un potenziale biologico.

Ora, non che voglia io personalmente rovinare la festa a qualcuno, ma… Le condizioni che hanno permesso a questo nostro pianeta di ospitare le prime forme di vita – terrestri o extraterrestri non conta – non sono solo state presenza di acqua e temperatura adeguata. Neanche la sola attività vulcanica. Cosa si dice in proposito dell’Ozono?

La composizione atmosferica terrestre ha permesso alla vita di espandersi in superficie. L’Ozono ha permesso di schermare dai raggi UV. Se non ci sono dei gas capaci di assorbire le radiazioni ad alta frequenza i legami chimici vanno a fasi benedire: addio molecole complesse, addio vita. C’è anche questo da prendere in considerazione. Quindi, possibilmente, la lista dei candidati andrebbe ulteriormente ridotta quando ci si trova di fronte a pianeti troppo piccoli o che comunque non hanno un’atmosfera in grado di tutelare in una certa misura la superficie.

Qual’è dunque la ricetta per la vita? La domanda è limitata a risposte circa la nostra concezione di vita. Possiamo rispondere alla domanda “Qual’è la ricetta per la vita così come la conosciamo noi?”, che è differente, di molto. L’universo è talmente grande che non riusciamo neanche a concepirlo e forse non avremmo mai modo di girarlo tutto. La fredda matematica spingerebbe la ragione e il pensiero a definire possibile l’esistenza di forme di vita anche su altri pianeti, ancora non avvistati, non esplorati, ma siamo del tutto sicuri che ciò sia il giusto modo di ragionare? Non vi è qualcosa che non riusciamo a spiegarci nel moto dei pianeti intorno al Sole e del Sole intorno al centro della galassia? E se tutto fosse collegato in un modo a noi ancora sconosciuto?

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