Parola d’ordine: stress. E’ così che si passano le giornate a cavallo tra maggio e agosto in questo collegio, è così che è sempre andata e fin’ora ho sempre resistito. In una sfacciata ripetizione “tricomposta” della visione Starkiana della guerra e della pace (cito le parole precise: “Io preferisco l’arma che si deve utilizzare una volta. E’ così che faceva mio padre, è così che fa l’America… e fin’ora ha funzionato”), esprimo tutto il mio disprezzo (perché oramai di questo si tratta) per quelle persone che ieri hanno contribuito a farmi perdere la pazienza. Una su tutte: il mio relatore. Il mio caro relatore! Persona più fastidiosa non poteva capitarmi. La domanda che mi pongo è: come mai capitano tutte a me?

Procediamo con ordine. Ieri mi reco tutto spensierato dal relatore, per l’incontro settimanale oramai standard per discutere della tesina che sto sviluppando. E’ un lavoretto da poco, lo riconosco io stesso, ma con questi professori, con l’assistenza che ti danno, con la loro presunzione e con il loro menefreghismo, è arduo cercare di realizzare qualcosa di serio e, almeno all’apparenza, professionale. Ecco, è così che la penso. Dicevo, ieri mi reco dal relatore che mi accoglie alla solita maniera (mezzo sorriso – vai a capire che gli passa per la testa ogni volta che mi vede – e un “Buongiorno” allegro, quasi quasi sia un piacere per lui vedermi); mi sbatte sul tavolo l’ultima parte della tesina che ho sviluppato la scorsa settimana e fa: “Ci sono delle ripetizioni in questa parte”; rispondo: “Bene, vanno cancellate se ci sono… non le ho mica inserite per allungare il brodo”. Questa mia risposta, che dopo i puntini sospensivi non voleva essere una giustificazione quanto una puntualizzazione, non è stata neanche ascoltata. Neanche mi fa finire la frase e attacca col dire: “Ha presentato i documenti per la laurea? Quando si laurea lei?”. Riferisco, per l’ennesima volta in un mese: a luglio, tra il 23 e il 24 (a proposito, dove posso informarmi sulla data esatta??). Il relatore prosegue: “Ha presentato da qualche parte tutti i documenti?”. Gli faccio quindi presente che la domanda di laurea l’ha firmata lui stesso in mia presenza. “Si, quella si, ma gli altri incartamenti?”. Qui la mia mente vola… Altri incartamenti? Di fronte ad una domanda su altre questioni burocratiche la mia faccia cominciava a paralizzarsi per la rabbia. “Non capisco quali siano questi altri incartamenti”. La reazione è stata quantomeno prevedibile: sbuffo profondo come a dire “ma chi me la fa fare di prendere così tanti soldi per mettere due correzioni alle mie stesse correzioni su una tesina e per trascorrere 10 minuti a settimana con ‘sto tipo” (alla faccia della povertà e della crisi economica) e girovagare tra le innumerevoli carte sparse sulla scrivania alla ricerca di una cartelletta di carta color blu dov’erano contenuti alcuni documenti mai visti dal sottoscritto. Dopo i soliti 5 minuti di “ma dove l’avrò messo”, “sono senza occhiali”, “c’è tutto questo caos” a cui mi veniva da rispondere “bravo, complimenti per l’ordine” e poi da chiedere “e tu dovresti darmi il buon esempio?”, ecco che mi tira fuori tre fogli. Neanche lui sapeva cosa fossero. Me li pianta davanti e dice: “Sono questi!”. Io li prendo e li guardo. Impostazione della pagina sconosciuta. Io personalmente non avevo mai visto quei documenti. Poi leggo in alto: “Allegato 8”. Sfoglio, prendo gli altri due e leggo “Allegato 6” e “Allegato 7” e mi si accende la lampadina al filamento di Tungsteno. “Ah!”, faccio, illuminato, “Si, ora ricordo. Però questo non mi compete”. Lui mi guarda e inizia: “E dovrebbe competere a me?”, iniziando ad alzare la voce. Sinceramente quando una persona non si fida delle mie parole, merita solo la mia diffidenza. Nient’altro. “Si”, gli faccio di rimando, “questi documenti sono stati inviati lo scorso anno in luglio all’azienda dove ho fatto lo stage dall’ufficio Stage & Placement. Io li ho visti solo di sfuggita, non mi sono stati mai affidati. Mi hanno detto che era loro competenza.” E lui, ovviamente non credendomi, mi chiede: “E ora dove saranno?”. “Certo io non posso saperlo, forse saranno giu all’ufficio”. Ragazzi, ma io… ora non voglio dire che da un punto di vista burocratico sia il più sveglio, anzi… non ci ho capito mai niente e mai ci capirò niente, ma oggettivamente… se mi dicono “non è tua competenza, ce la sbrighiamo noi” secondo la logica… mi devo preoccupare di quegli incartamenti? Voi vi sareste preoccupati, sapendo che c’è un intero ufficio che sbriga queste faccende e lavora con il professore? Citazione manzoniana “ai posteri l’ardua sentenza”, più di questo non so cosa rispondere. Il relatore quindi mi dice “Io quei documenti non ce li ho! Ha almeno l’agenda di stage?”. “Certo, per forza, quella ce l’ho io”, con tono piatto. “E allora dove sono questi altri documenti?”. Mi stava scappando la pazienza. Volevo urlargli che è un rincretinito, perché a volte mi è difficile mentire. Poi continua: “Devo averli al più presto e lei deve poi portarli al professor Bertoni, sennò non si laurea”. Li mi stava veramente per scappare. Stavo sbottando per davvero: dopo tutti i casini che mi hanno fatto per scegliere l’azienda e tutti gli incartamenti tanto utili quanto chiari, vien fuori – a tesina oramai finita, domanda di laurea consegnata con largo anticipo ed esami praticamente finiti – che non posso laurearmi. Fatemi capire, c’è qualcosa che mi sfugge o siamo nel caos più totale? Da dove esce ora questa storia del professor Bertoni? E come mai i documenti che io pensavo fossero a posto da un anno non sono arrivati al – rincretinito – relatore? In quei minuti cercavo disperatamente qualcuno a cui dare la colpa. Tutti i miei sospetti cadevano oramai sull’ufficio Stage & Placement.

Torno in collegio dopo aver detto che avrei cercato di risolvere il problema prima possibile. La mia rabbia e la mia frustrazione erano così elevate, che non sono neanche riuscito a studiare. Tutto il pomeriggio l’ho passato via, fuori, in centro, a perder tempo, a distrarmi, altrimenti avrei compiuto una strage.

Stamattina alle 9 e mezzo ero li, all’ufficio Stage & Placement, dalla dottoressa Girometta, la stessa che aveva preso contatti con l’azienda a luglio per me. Chi, meglio di lei poteva sapere tutto? Le chiedo degli allegati e lei mi precisa: si, è vero, ci sono 3 allegati, il 6 è stato compilato e spedito come da manuale, il numero 8 è competenza del professore compilarlo e il numero 7 dev’essere spedito dal professore all’azienda per la valutazione dell’azienda su di me.

SPEDITO DAL PROFESSORE ALL’AZIENDA.

COMPETENZA DEL PROFESSORE.

Neanche ora, in questo momento, a due ore dalla rivelazione, saprei cosa dire. Cioé, io mi sono sentito dire che non sono attento alle cose che mi riguardano e tutto un giro di parole sul mio conto (che mi sapevano molto di “sei un imbranato”)… tutto perché era competenza del relatore? Ho capito male o l’imbranato è lui? Ma non finisce qua! La Girometta dice: “Una volta che si hanno questi allegati, il professore deve portarli al professor Bertoni”.

IL PROFESSORE DEVE PORTARLI A BERTONI

Cioé in altre parole io non devo far niente di niente. E’ competenza del relatore, dell’ufficio e dell’azienda (dell’azienda in minima parte). Ci sta se il relatore ha seguito l’ultimo studente per una relazione di stage nel lontano 1912 durante le storiche e tristi giornate del processo sull’affondamento del Titanic, ma qui si tratta di una persona che ha seguito l’ultima laureanda fino a 3 mesi fa. Come si fa ad accusarmi di certe cose quando a momenti non si sa neanche di cosa si parla (perché lui dei tre allegati non conosceva neanche la natura. Oltre ai tre allegati lui parlava di un’altra carta dove lui avrebbe dovuto inserire il suo commento su di me… che poi si è rivelato essere l’allegato 8 e non altro)? La domanda che riassume più efficacemente delle altre tutto questo discorso è: ci sei o ci fai?

Riconosco i miei limiti in certi ambiti e quest’anno ne ho mostrati parecchi. Sarebbe sciocco non riconoscere che in alcune cose “non si è boni”. Però bisogna sempre ragionare prima di parlare. Sempre. Io non faccio gli esami parlando a vanvera: ragiono. E lo stesso modo di pensare lo devo applicare alla vita pratica: se parlo senza criterio faccio solo casini. Casini su casini. Come quello in cui sono ora. La Girometta stamattina ha chiamato il professore dicendogli che lui stesso avrebbe dovuto spedire l’allegato 7 all’azienda tempo fa. Per questa volta lo spedisce lei, poi l’allegato verrà girato a lui il prima possibile. Che figura di m**** che ci ha fatto il caro relatore. Voglio vedere proprio se domani ha la faccia di venirmi a rimproverare quando gli porterò l’agenda di stage. Sono proprio curioso di vedere cosa mi dirà. E con la stessa confusione e rabbia che avevo ieri pomeriggio, sono tornato in camera cercando di capire quali fossero le ripetizioni che avevo inserito nella parte finale della relazione di stage. Se la mia rabbia era a livello 9, con quello che ho visto sulla tesina, la rabbia ha superato il 10.

In breve: la parte finale della tesina verte sulle caratteristiche finali delle diverse tipologie di latte prodotte dall’azienda di cui sono stato stagista. Era mia intenzione porre in questa parte le caratteristiche finali del latte per poi confrontarle con quelle del latte di partenza, ma a quanto pare… non è stato possibile (sempre per le impostazioni del relatore eh). Comunque sia sul latte UHT ho inserito una sezione che ho intitolato “Considerazioni”. In questa sezione raccontavo, in breve, il perché il latte UHT ha quel “leggero colore bruno e sapore di cotto che tendono a  svanire col tempo”. In pochi sanno che i processi per l’imbrunimento sono due. E io raccontavo questo, raccontavo del destino chimico del lattosio in seguito alle alte temperature. Il relatore cosa fa? Mi elimina con un colpo di penna quelle 5-6 righe dove riassumevo la prima parte del discorso, per lasciarmi intatto tutta la seconda parte. Riporto la parte cancellata in grassetto:

“La sterilizzazione, secondo il Reg. 1411/71/CEE, è applicata per la produzione di due tipi di latte: il latte sterilizzato a lunga conservazione e il latte UHT. Tra le due tipologie cambia il tempo di conservazione, che nel primo caso corrisponde a 180 giorni mentre nel secondo a 90 giorni. I trattamenti termici applicati sono diversi e quindi è diverso anche il prodotto finale: il latte sterilizzato subisce infatti prima un trattamento termico a 130-150°C come indicato per l’UHT e in seguito al confezionamento un ulteriore trattamento a 120°C per 20-30 secondi. Oramai il latte UHT è preponderante nella categoria degli sterilizzati: il metodo espone il prodotto ad elevatissime temperature e tale modo di agire ha effetti devastanti sulla componente microbiologica del latte, ma anche sulla componente chimica e nutrizionale, oltre che organolettica: latte trattato così mostra un colore lievemente più bruno e leggero sapore di cotto (anche se questo carattere tende a diminuire col tempo). Il cambiamento del colore può essere provocato da due processi: uno legato alla degradazione del lattosio ad opera del calore e l’altro per la reattività del lattosio con le sostanze azotate.

Il primo processo è meno influente del secondo: solo da 150°C in su il lattosio ingiallisce e verso i 175°C caramellizza. La caramellizzazione altera il colore però non è il fenomeno più importante tra quelli che alterano il latte, perché richiede l’esposizione prolungata alle alte temperature. L’imbrunimento del latte inizia a temperature di gran lunga inferiori a quelle di caramellizzazione, con la reazione di Maillard. Questa reazione in realtà è un insieme di processi che portano all’imbrunimento ed è favorita rispetto ad altri processi di imbrunimento sia perché richiede basse energie di attivazione e sia perché è in parte autocatalitica. Il processo si articola in più step: nel primo, la reazione tra gruppo amminico e gruppo aldeidico porta alla formazione di un composto di addizione, la base di Schiff.”

Letto? Bene, ora provate a rileggere il tutto senza considerare la parte in grassetto. Saltate la parte in grassetto e ditemi se il discorso fila. Penso che tutto ciò sia il riassunto generale dei miei sforzi e della superficialità con la quale il mio relatore considera il mio lavoro. Non solo mi ha dato modo di capire in questi mesi di saper poco e niente di quello che scrivo, ma mi ha dato anche modo di capire che ha una confusione non indifferente in testa. Ogni volta che, nei tempi passati, provavo a chiedere a lui un parere su cosa sviluppare, su quale argomento trattare meglio, lui non mi diceva assolutamente niente di niente. E’ una relazione di stage, ho capito, ma non posso farla diventare semplicemente un diario di bordo. Ho lavorato nel campo scientifico, non sono andato in giro per il mondo a raccogliere conchiglie; Darwin andò in giro per il mondo e la sua “relazione di stage” è uno dei libri più illuminanti della scienza moderna. Non sono a livello di Darwin e non voglio comporre libri illuminanti, voglio solo metter giù una relazione di stage che associ al lavoro pratico fatto le mie conoscenze teoriche. Teoria e pratica devono andar di pari passo, credo che sia chiaro.

Che bell’esempio di professionalità e competenza, mio caro relatore! E con questo spero di laurearmi per non vederti più.

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