Rockik – Memories

Un titolo un po’ come dire… ti fa tornare indietro nel tempo anche se non vuoi, ecco. Indietro di qualche anno, oramai, come la musica dance fa sempre con me. Mi trasporta indietro, sempre di più, man mano che passa il tempo. Le belle giornate soleggiate, infatti, non possono far altro che farmi tornare alla mente il mare e il sole spietato; poi mia sorella ieri mi ha rivelato di essere stata al mare questo fine settimana e li vedi la mia voglia dove arriva.

Quando penso al passato è inevitabile per me fare confronti con il mio io presente. Come sono cambiato! L’ho detto più volte. Non mi riconosco. Ero un adolescente nel vero senso della parola, ci tenevo ad apparire in un certo modo, cercavo di essere all’altezza dei miei amici, ero pazzo. Letteralmente pazzo. Molte delle idee suicida venivano dalla mia testa e da quella di Raf. E poi le mettevamo in pratica. A volte mi chiedo come abbia potuto io avvicinarmi alle stesse persone che fino all’estate del 2000 ritenevo prive di intelletto. Anzi a dire il vero un po’ di odio c’era, ma non era odio manifestato apertamente, era più indifferenza e voglia di competere. Forse le scuole medie mi hanno inculcato questa visione negativa degli altri, di quelli che frequentavano il corso A (io ero del corso C) e il corso D, che volevano a tutti i costi prevalere “per fama”. Noi scherziamo quando vediamo i ragazzi delle scuole medie competere su queste cose, ma abbiamo fatto le stesse identiche cose ai tempi nostri! Ricordo che noi competevamo su tutto, anche su chi la combinava peggio. Abbiamo sempre vinto noi del corso C. Ricordo ancora la progressione in negativo della quale vado tanto fiero: la prima C era la classe modello, ordinata, educata, studiosa, non caotica. Il preside ci voleva anche premiare a fine anno. Subimmo una sola nota di classe e le circostanze nelle quali successe – me ne accorgo solo oggi – erano un preludio a quello che sarebbe stato il nostro futuro da degenerati mentali. La seconda C era una classe ingovernabile. La terza C era in assoluto la classe più caotica della scuola. Le note fioccavano ogni giorno, personali o di classe. Eravamo tutti un’elite, o ci consideravamo tali: la terza C era, nelle nostre menti, una famiglia. C’erano dei contrasti, gelosie, soprattutto tra le ragazze (vipere!), però noi ragazzi eravamo tutti uniti, tutti assieme. In tre anni approfondimmo dei rapporti da veri geni del male. Eravamo caotici oltre l’immaginazione, però eravamo una classe studiosa: quando si trattava di studiare di pomeriggio, a parte le ovvie eccezioni, tutti quanti studiavamo. Era piacevole andare a scuola solo per le risate che si prospettavano, dal momento in cui mettevi piede in classe al momento in cui ne uscivi. Avevo, tra gli altri, approfondito l’amicizia con Mauro Patruno, un ragazzo che alle elementari frequentava la classe A del mio anno (io ero la B), proprio con buona parte delle persone che poi finirono nel corso A alle scuole medie: lui era una sorta di nuovo acquisto ai miei occhi. Come andavamo d’accordo io e Mauro penso che nessuno ci sia mai riuscito: eravamo praticamente sempre assieme, lui condivideva le sue cose con le mie, io lo aiutavo in classe; la sera uscivamo assieme, il pomeriggio andavo a giocare a calcetto da lui. Mi permise addirittura di giocare nel torneo interquartiere nella sua squadra (la finale me la persi perché dovevo andare a Karate). Con tutti gli altri di solito di pomeriggio si andava alla biblioteca comunale a fare ricerche o a studiare. Ridendo, ovviamente. Alcune delle cose che abbiamo fatto sono state da incoscienti… però oggi che ci penso mi viene da sorridere, perché era il gruppo ad esprimere un comportamento che poi non era tipico di nessuno di noi: ci facevamo trascinare dall’entusiasmo di stare tutti assieme. Molti dei ragazzi poi avevano frequentato con me anche le scuole elementari, quindi il rapporto era ben saldo.

Alla fine delle scuole medie, quando uscii dall’aula dopo aver finito l’orale degli esami di terza media, ero tristissimo: era l’ultima prova che avevo sostenuto li dentro. In quella scuola che tanto mi aveva dato. C’è sempre un legame affettivo che si stabilisce tra te e un ambiente quando lo frequenti per molto tempo, anche se in fondo provi odio per lo stesso ambiente e per le persone che ci lavorano. Io in quella scuola ci stavo benissimo, ero protetto da amici, mi divertivo, studiavo. I professori ci incitavano a studiare, alcuni ci rendevano anche piacevoli le lezioni, altri erano più severi ma alla fine premiavano chi se lo meritava. La diaspora alla fine delle scuole medie mi allontanò da tutti quanti e mi ritrovai solo.

L’estate del 2000, appunto quella a cavallo tra la terza media e il primo superiore fu l’estate del gioca-a-porta-tedesca/vai-in-bici/gioca-a-nascondino/fai-danni/esci-la-sera. Delirio. I ragazzi di oggi non capiscono il valore che per la mia generazione ha avuto il gioco “nascondino”: oggi tutti quanti preferiscono giocare alla Play Station 3. Noi all’epoca preferivamo ridere come matti invece di star chiusi: volevamo correre, sudare. Quindi, quando non c’era tempo per un largo giro in bici a chilometri di distanza da casa, si optava per il nascondino. Se ci si divertiva? Certo. Tra di noi c’era sempre la pedina debole, che prontamente giocava tutte le volte: il fratello di Michele, Mauroantonio (si, proprio così si chiama). All’epoca era il nostro divertimento preferito. Quando era il suo turno a fare… la… “conta” (? Si chiama così, vero?), noi andavamo a nasconderci nei posti più disparati, anche a diversi isolati di distanza. Lui, grassottello e lento nella corsa, non preferiva allontanarsi tanto, altrimenti lo avremmo fregato, quindi il gioco tirava avanti per ore, anche fin quando calava il sole. Ricordo ancora quante risate ci siamo fatti guardandolo di lontano girare tutto solo nei pressi della base… Poi, ricordo, misi a punto una tattica malefica. Ci nascondevamo a 30 metri di distanza e davamo a lui modo di capire che eravamo nascosti la, ma senza far capire chi fosse nascosto… lui cosa faceva? Ci veniva incontro, prima piano, poi veloce, sempre di più… noi nel frattempo, mentre si avvicinava spiavamo o ci facevamo vedere quel tanto che bastava per non fargli capire chi eravamo… non appena arrivava a tipo 5 metri da noi, correndo per vedere chi fosse nascosto, uscivamo all’improvviso correndo in direzione opposta, per liberarci del gioco. Quante volte c’è cascato. E quanto abbiamo riso!!! E quanto lui ha pianto!!! LOOOL

Non so se si può dire che gli adolescenti di oggi si godano questi periodi. Io l’ho fatto, anche se, per alcune cose, avrei potuto far di più. Ma va bene così. Mi sono divertito abbastanza.

Purtroppo l’estate non è infinita, e quell’anno, dopo 15 giorni di fila al mare, sono tornato a scuola e a ottobre mi sono trovato in quel gruppo del tutto nuovo: Raf e Dome con Paolo.

Il resto è storia nota.

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