Il post che segue potrebbe a tratti orripilare il lettore. Non è una introduzione che serve a renderlo interessante, quanto un avvertimento.

olocausto 2 Una fossa comune

Dopo la pacifica sfuriata di ieri ai “danni” del mio caro esperto paleontologo (del quale non ammiro neanche il livello di istruzione oramai dato che, secondo i miei standard, una persona può essere ignorante ma rispettosa e non il contrario!), mi accingo a trattare, se così possiamo dire, un argomento triste e “vomitevole”, quello dell’Olocausto ai danni degli ebrei (1941-1945). Un aspetto della tragedia, la quale vi giuro ha mille sfaccettature nonostante sia circoscritta ad un periodo di tempo di soli 4 anni, è molto interessante: tratta del ruolo del Führer.

Cosa pensiamo noi tutti del Führer riguardo all’Olocausto? Personalmente l’ho sempre immaginato come la figura che dava ordini, che dispensava compiti in merito al genocidio. La realtà è simile, ma non corrisponde a questo mio pensiero; anzi il discorso è un pò complicato.

Dall’inizio della fine della sua vita (1919) alla sua fine vera e propria il Führer ha  conservato una visione decisamente negativa e antisemita della società. “Una tubercolosi razziale tra le nazioni”, questo era il titolo che conferiva nel 1919 agli ebrei; “Non ho lasciato sussistere dubbi sul fatto che, se le nazioni d’Europa saranno trattate di nuovo come pacchetti d’azioni da questi cospiratori del denaro e delle finanze internazionali, sarà chiamata a rispondere anche la razza che è la vera colpevole di questa micidiale lotta: gli ebrei! Non ho poi fatto mistero che questa volta milioni di figlio dei popoli ariani europei non avrebbero patito la fame, milioni di uomini adulti non sarebbero rimasti uccisi e centinaia di migliaia di donne e bambini non sarebbero bruciati nelle città e periti nei bombardamenti, senza che il vero colpevole, sia pure con mezzo più umani, espiasse la sua colpa”, questo fu un pensiero alla vigilia della sua morte. Insomma, due modi diversi per sostenere con fervore, con convinzione, il suo pensiero antisemita.

Come dice bene Ian Kershaw nel suo saggio “Il ruolo di Hitler nell’Olocausto” (da cui traggo informazioni per questo intervento), nella mente del dittatore tedesco vi era uno stretto legame tra guerra ed ebrei. Un legame molto profondo che si può facilmente ricondurre all’esperienza maturata dal Führer da giovane durante la Grande Guerra. A prova di questo collegamento nel Mein Kampf Hitler dice: “il sacrificio di milioni di persone al fronte non sarebbe stato necessario se dodici o quindicimila di questi ebrei corruttori del popolo fossero stati sottoposti a gas tossico”.

Negli anni successivi, agli inizi della sua carriera politica e durante il periodo di suo massimo potere prima della guerra, le idee del Führer rimasero sostanzialmente le stesse. Stranamente. Oggi i politici ci abituano a cambiare continuamente ideali e cavalli di battaglia in modo da ottenere sempre e comunque il voto degli elettori; Hitler invece rimase sempre convinto che l’antisemitismo fosse la chiave per la liberazione dell’Europa dalla minaccia giudaico-bolscevica. La visione della minaccia all’arianità d’Europa era basata sui tre punti famosissimi della sua politica:

  1. egemonia della Germania in Europa, con il ruolo di razza-guida;
  2. conseguimento del Lebensraum, ossia dello spazio vitale, per fornire le risorse a lungo termine per il dominio della Germania;
  3. distruzione degli ebrei.

Il concetto radicato nella mente del Führer però, si può ricondurre alla causa prima e più vecchia che viene comunemente insegnata nelle scuole elementari (almeno io l’ho imparata li): voglia di vendetta per il 18 novembre, per “la pugnalata alle spalle”. La Grande Guerra aveva dato ad Hitler per la prima volta nella vita un obiettivo (attendo di leggere la sua biografia per approfondire questo aspetto interessantissimo) e da soldato aveva fatto il suo dovere; pensava che il sacrificio di vite umane al fronte servisse a realizzare una Germania più forte, e ripulita dalle influenze straniere. E’ scandaloso pensare che una persona ai tempi vivesse la carneficina delle trincee con una visione distorta come quella di Hitler: lui infatti vedeva quell’enorme sacrificio come finalizzato alla costruzione di una Germania migliore.

hitler6Hitler nel 1915 (il primo a sinistra)

Pensate ora che impatto abbia avuto la notizia della capitolazione della Germania, nel novembre 1918. L’incapacità di accettare la sconfitta del suo esercito lo spinse a convincersi che dei complotti erano la causa della capitolazione. Il desiderio di vendetta quindi lo avvinse come un’ossessione. E la sua ossessione era punire i responsabili della già nominata pugnalata alle spalle. Già dal 1919 Hitler affermava che punire i responsabili, rendere grande la Germania e nel contempo rifiutare le imposizioni di Versailles fossero degli obiettivi da raggiungere previo la guerra. Guerra contro chi? Contro la Francia? Contro l’Inghilterra? No! Qui sta la visione distorta di Hitler. La guerra doveva essere combattuta contro coloro che secondo lui erano detentori del capitalismo a Wall Street e del bolscevismo a Mosca: contro gli ebrei, i responsabili della capitolazione, della pugnalata e della successiva rivoluzione, del decadimento della Germania.

E’ chiaro che l’odio del Führer verso gli ebrei fosse quindi ben ancorato, saldo. Questo purtroppo non è sufficiente a farci puntare direttamente contro di lui il dito di “principale responsabile del genocidio”. Per anticipare le considerazioni finali, si  può dire che il suo ruolo era comunque in primo piano, ma che comunque la sua era una figura “indistinta”, perché il modo in cui il suo odio contro gli ebrei si tradusse materialmente è meno ovvio di quanto possa sembrare in prima analisi.

Primo fattore che ci porta a tale conclusione è la mancanza di documentazione scritta, soprattutto durante la Guerra. Gli ordini del Führer riguardo decisioni delicate erano impartiti verbalmente e solo quando necessario.

Secondo fattore è l’errata convinzione storica circa un solo ordine di avvio della “Soluzione finale”. Secondo questa tesi, Hitler avrebbe già dopo la Grande Guerra pianificato un sistema di sterminio fisico degli ebrei, per poi attuarlo nel 1941 quando le condizioni lo permisero. E’ una tesi oramai superata, si sa. Dagli anni ‘70 la centralità di Hitler ha perso sempre più terreno a vantaggio di una tesi del ruolo del dittatore di tipo strutturalista: dare credito alla frammentazione politica del Reich e quindi alle inevitabili conseguenze che questa comportava quando c’era da prendere decisioni. Addirittura in uno studio del 1977 di Broszat si afferma che l’idea del genocidio non fosse per niente dovuta ad una decisione del Führer quanto alla volontà dei satrapi nazisti di liberarsi della popolazione ebrea dei territori occupati nell’est europeo. Inizialmente lo sterminio procedette lentamente, poi secondo un piano sempre più definito, ma tuttavia senza l’ok definitivo del Führer. A rafforzare questa tesi c’è un altro studio del 1983 in cui addirittura si afferma che Hitler era riluttante a parlare di Soluzione finale anche di fronte ai suoi collaboratori; il dittatore, sempre secondo questo studio, si limitava ad approvare quanto stava avvenendo.

Controcorrente rispetto a questi studi, Browning fu il primo a riprendere in considerazione la centralità di Hitler nel massacro, mettendo in primo piano e “sotto i riflettori” il mandato consegnato da Göring ad Heydrich in cui si ordinava di mettere a punto una soluzione totale alla questione ebraica.

goringHermann Göring, asso dell’aviazione tedesca durante la Grande Guerra

L’interpretazione di Browning a questo evento fu innovativa, perché lui la vide come idea che Hitler avesse commissionato a Göring un piano per il genocidio che lui stesso in un secondo momento avrebbe poi visionato e confermato. Come diretta conseguenza nei mesi successivi alla Conferenza di Wansee il numero di uccisioni salì vertiginosamente in un processo di progressiva radicalizzazione del trattamento degli ebrei nei territori di dominio del Reich. Il dibattito che seguì portò ad una tesi leggermente diversa. Nel 1984 in una importante conferenza a Stoccarda, gli studiosi furono concordi nel delineare due possibili scenari: alcuni sostenevano che Hitler avesse dato via al piano della Soluzione finale durante l’estate del 1941, quando la guerra contro l’Unione Sovietica sembrava oramai vinta, altri invece che la decisione fosse stata presa in autunno, quando, al contrario, la guerra contro i russi evolveva verso il disastro. A questi due scenari corrispondono due diverse interpretazioni. Al primo si fa corrispondere uno stato d’animo di Hitler nettamente diverso dal secondo: l’euforia per la situazione bellica tedesca in estate metteva il Reich in una vicina (quantomai sperata) posizione di privilegio, il privilegio del vincitore, in base alla quale ben presto si sarebbe attuato il piano di deportazione degli ebrei in Siberia, il loro confinamento in quella zona e l’attuazione delle soluzione finale (gli ebrei sarebbero morti di freddo e stenti). Nel secondo scenario invece, la situazione bellica non del tutto felice con l’approssimarsi dell’inverno metteva il Reich in condizione di debolezza. Proprio per questa debolezza si cercò una soluzione alternativa alla deportazione in Siberia, soluzione poi sfuggita al controllo e trasformatasi in un industriale processo di annientamento: a quel punto non contava neanche tanto l’Operazione Barbarossa quanto l’annientamento degli ebrei. Questo secondo scenario venne ripreso da Burrin verso la fine degli anni ‘80: secondo Burrin infatti il mandato di Göring non era un documento con il quale Hitler dava via libera al genocidio, quando un documento che ricadeva nelle misure per la realizzazione di un insediamento territoriale ebraico in Siberia, con il quale si doveva stabilire l’autorità in capo all’Ufficio per la sicurezza del Reich circa la soluzione della questione ebraica. Un tale documento avrebbe indicato che, al più tardi nell’autunno del 1941, Hitler aveva definitivamente optato per la deportazione ad est degli ebrei, mentre l’Armata Rossa avanzava lentamente.

Agli inizi degli anni ‘90 però, vennero aperti gli archivi dell’ex blocco orientale. Molti studiosi poterono approfittare per vedere confermate o meno le loro ipotesi e per poter approfondire ancora di più la questione. Come da molti sospettato, non fu trovato nessun ordine scritto, diretto, del Führer sulla Soluzione finale. Furono però trovate interessanti informazioni che permisero la pubblicazione, nel 1995, di uno studio di Aly sulla connessione tra i piani nazisti di reinsediamento tedesco nei territori polacchi occupati e i cambi di direzione nella politica di deportazione degli ebrei. Aly dimostrò che vi fu una sempre maggiore radicalizzazione delle misure antiebraiche, senza la presenza di una vera e propria decisione di sterminio. Insomma, per farla breve, si arrivò alla costruzione dei campi di sterminio partendo da una radicalizzazione cumulativa, un lungo processo di decisioni sempre più estreme ai danni degli ebrei, proseguito in una serie di esperimenti fino alla primavera del 1942. In tutto questo processo Hitler faceva semplicemente da arbitro tra i diversi gerarchi nazisti i quali tra di loro cercavano di affrontare la questione ebraica in modi diversi (come in una gara a chi fosse più efficiente – una cosa che fa rabbrividire se si pensa che facevano a gara tra chi fosse più bravo ad ammazzare gente). Quindi mentre da Berlino non arrivavano chiari segnali circa la risoluzione della questione ebraica, i vari Einsatzgruppe dislocati lungo il fronte orientale adottavano misure via via più drastiche ai danni della popolazione ebraica; alcuni piani locali di sterminio vennero applicati da alcuni efficienti funzionari in stretto coordinamento con Berlino. Poi si arrivò alla costruzione dei primi campi nell’autunno del 1941 (novembre).

eg-07Un lavoro portato a termine dalle Einsatzgruppen 

Il primo campo, di piccole dimensioni, fu quello di Belzec, nel distretto di Lublino (Governatorato generale), che doveva liquidare gli ebrei della zona non adatti allo sfruttamento dei lavori forzati. E siamo ancora in fase sperimentale! Nel Warthegau  (Polonia occidentale) furono installati, come prova, dei furgoni a gas a Chelmno allo scopo di uccidere gli ebrei del ghetto di Lodz (oramai sovraffollato) e dei dintorni per la compensazione con gli ebrei del Reich che in quella stessa zona sarebbero stati deportati a breve; nelle regioni baltiche gli ebrei mandati via dal Reich venivano invece fucilati appena mettevano piede a terra, ammucchiati in fosse comuni e quindi sotterrati.

SS men in Chelmno stand next to murdered Jews SS in posa davanti a cadaveri nel campo di Chelmno

Come si vede, quindi, una direzione del tutto diversa era stata impressa agli studi dopo l’apertura degli archivi dell’ex blocco sovietico: si era abbandonata del tutto l’idea di una decisione specifica del Führer per passare a convalidare la tesi strutturalista; addirittura non si parlava neanche più del Fuhrer in tali atti criminali. Come possiamo ben pensare, è del tutto improbabile che il più radicale degli antisemiti non abbia dato del suo in tutto questo. In che data collocare la decisione di procedere alla Soluzione finale? Browning è rimasto sempre della sua idea: l’ordine (inteso come un momento in cui Hitler inaugurò il processo decisionale circa di genocidio) sicuramente si collocò nei mesi dell’estate del 1941; secondo altri studiosi, invece la decisione fondamentale risale addirittura agli inizi del 1941, nonostante ancora non fossero chiare le modalità di intervento; Jersak invece ha approcciato il problema in modo diverso, dando importanza alla firma della Carta Atlantica tra Roosvelt e Churchill, che si ebbe nell’agosto del 1941; forse Jersak però ha dato troppa importanza alla Carta Atlantica. Altra interpretazione, fatta da Gerlach, riguarda le differenze nel mettere in pratica le misure antiebraiche nei territori occupati durante il 1941: questo elemento indicherebbe che da parte del Führer non era ancora arrivato nessun ordine tra l’estate e l’autunno, quindi non c’era coordinazione nelle azioni di genocidio e in ogni distretto si operava in un modo diverso come detto sopra. Fu proprio questa mancanza di univocità dei diversi distretti che avrebbe portato alla Conferenza di Wansee. La Conferenza doveva tenersi il 9 dicembre del 1941, ma l’attacco a Pearl Harbor di due giorni prima aveva fatto slittare l’incontro, che si tenne quindi il 20 gennaio 1942. A quell’ora Hitler aveva già preso la decisione di sterminare gli ebrei d’Europa. I conti però non tornano: se si considera che Hitler non parlava apertamente di Soluzione finale neanche davanti ai suoi più stretti collaboratori si fa fatica a concepire che lo abbia fatto di fronte a cinquanta gerarchi; in secondo luogo si deve considerare che nessuno dei presenti alla Conferenza dette tanta importanza all’incontro stesso in merito alla questione ebraica e il diario di Goebbels ne è una conferma. Ma non finisce qua. Un ulteriore studio, condotto e pubblicato da Brayard propone una data posteriore per l’avvio della Soluzione Finale, ossia il giugno del 1942, subito dopo l’assassinio di Heydrich (che se lo sia meritato non ci piove). La prova di questa argomentazione sta nelle parole di Himmler rivolte alle SS il giorno del funerale di Heydrich: la deportazione degli ebrei sarebbe finita entro un anno di tempo. A dar manforte a questa tesi ci sono poi le parole del Führer, risalenti allo stesso periodo, circa l’avvio ufficiale dello sradicamento degli ebrei d’Europa. L’evento che dette quindi la spinta all’avvio del genocidio, secondo questa versione dei fatti, fu l’assassinio di un assassino, Heydrich.

reinhard-heydrich-1-sized Il capo dell’SD, Heydrich

E’ chiaro, dalla lunga lista di proposte, che risulta molto difficile poter stabilire con chiarezza il momento in cui venne dato il via definitivo per mettere in atto la Soluzione finale.

Ma, straordinariamente, vi è un altro approccio che ci può far capire quanto influente sia stato il Führer nella decisione di sterminare gli ebrei. E’ importante tenere a mente la posizione di Hitler nei confronti della questione ebraica prima della guerra: nel periodo tra il 1933 e il 1939 in Germania gli ebrei ebbero sempre più vita difficile proprio per provvedimenti che ricevevano il suo benestare. Si può addirittura descrivere una procedura semplice: il collaboratore proponeva un provvedimento e Hitler faceva sapere di essere favorevole. Verbalmente, in discussioni private e confidenziali, senza nessuna traccia scritta. Il collaboratore procedeva. E’ probabilmente la stessa tipologia di procedura attuata per l’inizio del genocidio. Quando la Germania, negli anni immediatamente precedenti la guerra, invadeva intere nazioni (anche per scatenare le ire di Francia e Inghilterra), espandendosi come un cancro nell’Europa Centrale, Hitler pensava al contempo anche alla popolazione ebraica: in fondo stava cercando di condurre una guerra contro gli ebrei. Con l’allargamento del Reich altri ebrei sarebbero stati sotto il suo dominio. L’ombra del genocidio era già ben avvertibile nel 1937-1938, durante il pogrom e la Notte dei cristalli, e si poteva già da allora capire che lo scoppio di una guerra era ancora collegato alle minacce agli ebrei, collegate a loro volta alla vendetta per il 1918: “Qui gli ebrei saranno annientati. Non resteranno impuniti per aver causato il 9 novembre 1918. Quel giorno sarà vendicato”. Queste erano le parole che rivolse al ministro degli Esteri cecoslovacco il 21 gennaio del 1939. E qui finalmente entra in gioco la cosiddetta profezia. In un discorso al Reichstag del 30 gennaio del 1939 contro i guerrafondai occidentali ispirati dagli ebrei (ossia Francia, Inghilterra e, più tardi Stati Uniti), dichiarava:

Nel corso della mia vita spesso sono stato un profeta e spesso per qusto sono stato sbeffeggiato. […] Oggi sarò di nuovo profeta: se la finanza ebraica internazionale d’Europa e fuori d’Europa dovesse arrivare, ancora una volta, a far precipitare i popoli in una guerra mondiale, allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e dunque la vittoria del giudaismo, ma al contrario, la distruzione della razza ebraica in Europa!”.

Con questa profezia egli non inaugurava nessun atto di genocidio, ma può essere considerato come un elemento fondamentale nella determinazione del ruolo di Hitler nel genocidio. A sostegno di ciò, c’è la frequenza con la quale il dittatore fece riferimento a questa profezia tra il 1941 e il 1945: in più di una dozzina di occasioni, sia in pubblico che in privato. Per Hitler la profezia era il legame finale tra la vendetta della Germania e la guerra che stava conducendo e il fatto che fosse ripetuta così spesso indica chiaramente che il Führer era a conoscenza degli orrori che si consumavano in Polonia e che li approvava. E’ possibile tracciare i momenti cruciali in cui la profezia compare nella storia di quegli anni e notare come in corrispondenza fiocchino degli eventi decisivi nel programma di annientamento degli ebrei, dal 1941 in poi.

Il 30 gennaio 1941 infatti Hitler tornò alla profezia, mentre pianificava l’invasione dell’Unione Sovietica: in quell’occasione la ripetizione della profezia era un segnale circa il fatto  che la resa dei conti con gli ebrei sarebbe iniziata a breve. Nell’estate dello stesso anno, ecco che la profezia vien fuori ancora una volta: a questo punto il genocidio, seppur per vie diverse nelle varie zone dell’Europa est, stava già procedendo e si era esteso anche a donne e bambini. Per far fronte alla necessità di nuovi omicidi, Himmler chiese al Führer di inviare nuove unità assassine nei territori orientali. Poco dopo nel Reich la polizia iniziò forti pressioni affinché gli ebrei fossero allontanati dalle città, nel programma della deportazione ad est: si decise di imporre l’obbligo di portare la stella di Davide, facendo riferimento ancora una volta alla profezia. Era un passo importante che precedette il passo ancora più decisivo delle deportazioni ad est degli ebrei. In quel caso la profezia venne distribuita tramite manifesti dal Ministero della Propaganda: possiamo quindi intuire il ruolo di questa profezia nello scandire i passi che accompagnavano la comunità ebraica verso il genocidio. Il genocidio, infatti, era ormai alle porte. Lo stesso Goebbels scrisse un articolo per il quotidiano Das Reich dal titolo “Gli ebrei sono colpevoli” nel quale veniva invocata ancora la profezia. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra durante il dicembre del 1941 gli eccidi che già si erano compiuti nel Governatorato generale e nei paesi baltici ricevettero nuovo impulso. Nei giorni dopo, come si è detto a proposito della tesi di Gerlach, il Führer tenne un discorso ai suoi sottoposti, ma del genocidio si disse ben poco. Dal diario di Goebbels emergono solo alcune frasi degne di attenzione: “Riguardo alla questione ebraica il Führer è determinato a fare piazza pulita. Aveva profetizzato che se gli ebrei avessero causato un’altra guerra mondiale, sarebbero andati incontro all’annientamento. Non erano parole prive di significato. Siamo ormai in piena guerra mondiale: la distruzione degli ebrei deve esserne la necessaria conseguenza. Questo problema va trattato senza sentimentalismi”. Ancora la profezia di mezzo! Quattro giorni dopo, il governatore generale della Polonia, Frank, rivolto ai suoi sottoposti a Cracovia ripeté la profezia. “Cosa accadrà agli ebrei?” fu la domanda retorica. “Credete che verranno sistemati negli insediamenti dell’Ostland (i paesi baltici N.d.T.)? Ecco cosa ci hanno detto da Berlino: «Perché ci state causando tutti questi problemi? […]Liquidateli voi stessi!». Ma come eliminare i quasi tre milioni di ebrei che Frank aveva alla sua mercé? Nessun piano era stato ancora preparato, nessun sistema si assassinio efficiente. Frank agì di propria iniziativa; non aveva bisogno dell’ok del Führer; la profezia era chiara, non c’era bisogno di attendere l’ordine. Nelle settimane successive dette inizio al genocidio nelle sue aree di controllo.

goebbels-speech Goebbels, Ministro della Propaganda

Si capisce ora meglio qual’è stato il ruolo della profezia di Hitler: essa faceva da tramite tra Hitler e le sue idee e le azioni dei subalterni determinati a fare tutto il possibile per lavorare verso il Führer. Un mese dopo ci fu la Conferenza di Wansee. Il collaboratore di Frank, tale Bühler, chiese se si poteva iniziare dalla sua area la risoluzione della questione ebraica, sottolineando che le unità sotto il loro controllo avrebbero fatto quanto possibile per risolvere il problema in breve tempo; gli venne dato l’ok e iniziò l’orrore nel Governatorato generale, mentre convogli carichi di ebrei venivano portati nei campi di Belzec e Sobibor, e poi in seguito a Treblinka. Durante la primavera e l’estate del 1942 la deportazione nei campi di sterminio aveva incrementato la sua attività: era stato costruito Auschwitz e gli ebrei arrivavano da altre aree, come la Slovacchia e i territori dell’ovest occupati. E siccome questioni di importanza minore in passato avevano richiesto l’autorizzazione del Führer, com’è possibile immaginare che questo ampliamento delle operazioni di genocidio potessero essere avviate senza il suo via libera? A conferma di ciò ci sono le dichiarazioni del Reichsführer delle SS Himmler: lui lavorava agendo sul comando di Hitler. Lo stesso “burocrate” del genocidio, Adolf Eichmann, affermò, dopo la guerra, che gli ordini impartiti per la soluzione finale provenivano direttamente dal Führer. Hitler quindi era fortemente implicato nel massacro in uno schema semplice, molto simile a quello indicato più sopra: quando arrivava una proposta di radicalizzazione Hitler dava la sua approvazione e a questa seguiva l’azione. Così infatti nel 1942 venne consentita l’eliminazione degli ebrei dall’industria degli armamenti su suggerimento di Goebbels. Poi venne la volta degli ebrei ungheresi.

Nelle ultime settimane di guerra la profezia assunse un altro ruolo, quello dell’autogiustificazione: i commenti di Hitler risalenti al 13 febbraio sono null’altro che questo, una giustificazione:

Ho combattuto apertamente contro gli ebrei. Ho dato loro un ultimo avvertimento allo scoppio della guerra. Non li ho lasciati mai in dubbio che se avessero fatto ripiombare il mondo in un’altra guerra questa volta non sarebbero stati risparmiati e che il germe in Europa sarebbe stato definitivamente estirpato.”

L’importanza della profezia quindi è duplice: essa non soltanto lega indissolubilmente Hitler allo sterminio, ma ci serve anche per capire la mentalità del suo autore. La profezia ci indica infatti che tutta la politica nazionalsocialista era improntata su un’idea ferma, quella del genocido, e la storia ci mostra quante vie diverse siano state sperimentate prima di arrivare alla sistematica e industriale distruzione fisica degli ebrei d’Europa, in un contesto in cui i diversi satrapi nazisti cercavano di ingraziarsi il Führer quanto più possibile. Pur non essendoci mai stato un ordine diretto per l’inizio della soluzione finale, tuttavia abbiamo visto come al Führer bastava un cenno per radicalizzare la politica antiebraica servendosi dei suoi fidi Himmler e Heydrich: vi era quindi un ruolo di tipo indiretto, ma non per questo meno responsabile.

Il mondo è stato testimone di barbarie disumane. Ricordiamocelo per non ripetere  gli errori già commessi.

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