Ci sono persone diverse a questo mondo, questo penso sia chiaro per tutti. Eppure tra tutti, non c’è nessuno che mi capisca… quindi non c’è nessuno che la pensa come me, nessuno che è come me! Dovrebbe rendermi felice questa cosa ma quando si hanno paure, sospetti, e si è capaci di prevedere il peggio (e di indovinarci con una certa frequenza), non si può vivere in pace. Nemmeno con se stessi. Dai sospetti nascono i timori e dai timori il pessimismo. Qualcuno mi critica, lo so, per il mio estremo pessimismo ma io da tanto cerco di spiegare alla gente che il mio pessimismo è realismo. Non posso più sognare neanche in santa pace; neanche nei sogni sono ottimista. Quando la sera chiudo gli occhi, rimango confuso da quello che vedo e sento e al risveglio il mattino dopo sono già triste e abbattuto: perchè ricordo cosa ho visto. E così la notte sogno certe persone, vivo dei momenti che vorrei vivere nella realtà, ma so che sono momenti frutto di miei grandi desideri. Desideri che sono irrealizzabili. Ne sono cosciente. E sono triste, perchè so che al risveglio di quello che vedo e sento non rimarrà che un lontano ricordo; la mia coscienza, sempre presente, mi avverte come non mai che quello che sto vivendo è un sogno, che niente è reale. Mi sveglio e ci rimango comunque male. Mi capita di sognare di ricevere una bella notizia? Addirittura la mia speranza, piccola, quasi del tutto inesistente, mi spinge a mettere per iscritto che ho avuto quella bella notizia, come successo stanotte: appuntarsi un numero di cellulare che speravi di avere da tanto tempo e che finalmente arriva tra le tue mani. Lo appunti su carta in modo da fissarlo a qualcosa di materiale, ma la stessa coscienza che ti suggerisce che quello è un sogno, sembra incapace di farti capire che anche il foglio è immateriale, che tutto, quando aprirai gli occhi svanirà come cenere spinta dal vento… Apri gli occhi, la sveglia suona… che numero era? Era un numero TIM, iniziava con 334, ma quali erano le altre cifre? "Diamine, lo fissavo per ricordarlo! L’ho ripetuto nel sogno almeno tre o quattro volte, lo sapevo". Niente. Luce, sole, caldo; la mattina di un nuovo giorno inizia già con il rimorso per il casino nel quale mi sono cacciato da così tanto tempo che sembra quasi stupido parlarne ancora. Vado in bagno, lavo la faccia con acqua fredda, mi guardo allo specchio: "Quanto faccio schifo". Mi asciugo, e vo a fare colazione. La sonnolenza non mi abbandona – cavoli ieri sera ho studiato tanto, sono ancora intontito – bevo una tazza di latte. Poi via in sala internet, rapida controllata alle e-mail. Poi in camera, a sistemare la questione degli appunti e delle slides da studiare. Ieri ero depresso, incazzato con il mondo, stamattina sono stanco ed amareggiato… oltre che depresso ed incazzato; salto le cene con i "colleghi" di corso, per portarmi avanti con gli studi (ci sarà anche qualche altra ragione? Se gli altri pensano veramente di capirmi che provino loro a cercare il problema in tutto questo), rimango in camera mentre la luna compie il suo giro a studiare fino a tardi. Ma tutto quello che faccio non mi permette di togliere quel peso che avverto oramai da tanto tempo, un masso sulla coscienza, la consapevolezza di aver perso un’occasione, martello del cervello, da diventarci veramente matti. Ho provato a parlarne con qualcuno ma cosa vuole capire la gente? Non mi piace fare la vittima, ma penso di aver sofferto abbastanza fino ad ora. Sarebbe ora anche di cambiare un pò la mia vita, ma quando non dipende da me, quando il mio stato d’animo dipende dal mio futuro, da una persona ben precisa come posso io stare tranquillo con me stesso? Come posso andare avanti senza voltarmi indietro e maledirmi 100 volte al minuto per come mi sono comportato? E’ l’unico modo per sentirmo un pò meglio: ammettere di aver commesso un atroce errore. Ma allo stesso tempo è il pensiero che mi porta tanto dolore e sofferenza. Che mai si dica che sono strano! Gli esseri dotati di cervello hanno sempre una ragione dietro il loro agire, e se a volte voglio stare da solo un motivo ci sarà; non posso – non riesco – ad essere felice e spensierato come quelli che mi sono attorno; non riesco a ridere con sincerità quando gli altri lo fanno. Mi verrebbe voglia di prendere a pugni e calci qualcosa fino a cadere a terra per lo sfinimento; mi verrebbe voglia anche di picchiarmi tutti i giorni, perchè la colpa è mia. Gli altri possono anche continuare a dire che sono strano: non racconto certo a loro quello che ho vissuto, le cose che ho visto, sentito, provato; la gente deve anche imparare ad annuire con comprensione, perchè rispetto agli altri sarò un tipo che ci tiene di più a determinate cose. Il solo rimedio a tutto questo risiede in un quasi impossibile evento distante più di settecento chilometri, verso la terra della mia infanzia; e se la distanza materiale è il minimo ostacolo, seppure il principale – frase controversa ma mai così vera – è la probabilità che qualcosa di giusto finalmente avvenga che potrebbe decidere molte cose. Perchè se va male – l’ora della verità arriverà prima o poi – allora non potrò continuare… Se andrà bene tutto cambierà, il pessimismo svanirà d’un colpo, un pizzico di adrenalina verrà messa in circolo, la faccia si distenderà in un sorriso sincero – finalmente, dopo tanti anni – qualcosa sorgerà nel mio cuore e la sentirò: la sensazione bella che da la felicità, l’impressione di essere sul tetto del mondo, di avere tutto ciò che serve per andare avanti, verso nuovi ostacoli. Mi sto sfornzando veramente tanto a cercare qualcosa di bello per la quale valga la pena vivere, ma purtroppo i miei sforzi si risolvono in un nulla di fatto. Mai arrendersi? Facile a dirlo quando si riesce ad avere quel che si vuole schioccando le dita; per me che non riesco a raggiungere l’obiettivo primario, sta diventando tutto un inferno.
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