Forse ho avuto modo di parlarne in altreccasioni, adesso non ricordo… il racconto di Aldarion ed Erendis, preso direttamente dai racconti incompiuti, è un qualcosa di fenomenale. Per il solo finale vale la pena di leggerlo. Molto molto bello. E pensare che la prima volta che lo lessi ero in treno e avevo il libro in mano solo per far passare tutto il tempo del viaggio, per cui non me lo gustai appieno. Tolkien ci imbriglia con una passionevole storia di amore e sofferenza per poi riportarci brutalmente nel mondo "reale" che è esterno alla vicenda e che sta precipitando nell’Ombra. Magistrale esempio di come i cambiamenti del mondo esterno finiscono sempre per interessare tutti, anche coloro che vivono beati lontano da tutti.
A tratti mi sembra un pò di rileggere quelle novelle siciliane (forse opera di Verga) ambientate all’inizio del ‘900. In quei racconti ti veniva mostrata la vita povera di tante famiglie di contadini, di operai, e l’organizzazione familiare, con il padre o il nonno a fare da guida alla famiglia. Una guida ferrea, a volte anche noiosa. Insomma, roba che oggi noi non ricordiamo neanche perchè appunto siamo nati in altri tempi. Con l’unificazione del nostro paese, le leggi dei re piemontesi non vennero accolte bene dalle genti del Sud e tra tutti gli esempi possibili c’era il servizio di leva militare obbligatorio. Era purtroppo un servizio che toglieva braccia dal lavoro dei campi e le famiglie povere non potevano permettersi una tale cessione di manodopera, ma le leggi sono leggi. Il mondo esterno cambiava e si insinuava nel mondo chiuso e rigido della famiglia con la forza. L’antagonista, se così possiamo definirlo, è il mondo esterno; una sorta di punteruolo invincibile ed instancabile che stavolgeva tutto quanto era rimasto conservato per centinaia di anni quasi. Sono quei grandi cambiamenti che avvengono pian piano e che, seppur ci riguardano da vicino, non riusciamo a cogliere facilmente. Avvengono di continuo; oggi, poi, viviamo in una società apertissima e gli stili di vita più incomparabili tra di loro convivono nello spazio della stessa città. E non sempre i cambiamenti sono in meglio, anzi: potremmo dire che molte volte sono in peggio.
Il racconto di Aldarion e di Erendis è ambientano nell’isola di Nùmenòrë, l’atlantoidea di Tolkien. Venne donata agli uomini delle Tre Casate, sopravvissuti della guerra d’Ira che i Valar condussero contro Melko al termine della Prima Era. A questi uomini, che più tardi divennero noti come Numenoreani, era permesso popolare quest’isola, e fare vela verso Est (ossia verso la Terra di Mezzo), verso Nord e verso Sud, ma non verso Ovest (ossia in direzione di Tol Eressëa e di Aman). Dalle terre dell’Ovest, però, spessissimo arrivavano le candide navi degli Elfi con doni e merci. Era un rapporto di profonda amicizia, specie nei confronti dei Noldor, la stirpe che combattè e morì assieme agli Uomini delle Tre Casate contro il male che veniva da Nord, al tempo di Melko. I Numenoreani adoravano Iluvatar sul monte sacro, il Meneltarma ed erano anche devoti ad Uinen, Signora dei Mari, la cui protezione permetteva loro di viaggiare tranquilli sui mari. Passarono alla storia come grande popolo navigatore, ma questo appellativo lo si deve soprattutto all’opera instancabile di Aldarion, figlio di Tar Meneldur quinto re di Numenorë. Mentre però Tar Meneldur era attratto profondamente dallo studio di Eä e dei cieli, suo figlio crebbe con l’amore per il mare e divenne un grande marinaio. Aldarion amò il mare così profondamente che sprecò la sua vita navigando. Da quando veleggiò con suo nonno per la prima volta verso Est, alla volta del Lindon il regno di Gil-galad, Aldarion cambiò completamente. Al ritorno dal viaggio neanche Tar Meneldul pareva riconoscerlo più: negli occhi del figlio infatti pareva scorgere una "strana luce" ed un’espressione di stupore e meraviglia. Il mare aveva incantato Aldarion e mai più lo lasciò andare. Tornò più volte a veleggiare verso le coste della Terra di Mezzo, spesso contro il volere del padre e senza la benedizione dello stesso. Ma il suo amore per il navigare pareva più forte di qualsiasi avversione e rimprovero del re. Il re che voleva un erede da suo figlio, re che lo amava e non sapeva come fare per fare in modo che Aldarion passasse più tempo li ad Armenelos, nel palazzo reale. Neanche la regina riusciva a trovare il modo per convincere Aldarion. Da parte sua Aldarion aveva un carattere dolce e pacato, ma pronto all’ira quando si vedeva di fronte a persone che lo contraddicevano. Accaddero numerose discussioni animate con il re, che lo pretendeva a Nùmenòrë, ma furono infruttuose, finchè un giorno Aldarion incontrò per caso una dolce fanciulla, discendente della lontana ed antica casa di Bëor, e se ne innamorò. Prima di sposarla, però passarono numerosi anni, e diversi viaggi verso Est. Il re era sempre più spazientito, suo figlio non gli dava ascolto, Erendis soffriva la sua mancanza e neanche le nozze tra i due parvero mettere al tappeto l’amore per il mare di Aldarion. Quattro anni dopo aver concepito una bellissima figlia e futura regina, che chiamarono Ancalimë, Aldarion tornò a scalpitare per il mare: soffriva ad esserne lontano, così come Erendis, ironia della sorte, soffriva in presenza dello stesso mare, sofferenza che la portò a dire addirittura "Non chiamarmi così! Non sono figlia di Uinen, ma quale anzi è mia nemica", in risposta a chi la nominava Uinèniel (= Figlia di Uinen, la Nuova Signora del Mare). Ed Aldarion, nella bellezza di Nùmenòrë, era un uomo infelice, diviso tra sua moglie e il Mare. Chi delle due avrebbe vinto? Fu una pena per lui dover scegliere, ma l’amore per il mare era tanto più forte di quello per Erendis quanto più vecchio. Ed ecco che dopo aver rassicurato la moglie di rimanere al suo fianco, con Ancalimë ancora piccola, Aldarion decise di partire da Numenorë per un viaggio, così diceva, di soli due anni. L’amarezza di Erendis iniziò a diventare odio profondo, colmando il vuoto lasciato da Aldarion, in particolar modo quando passò il secondo anno della sua partenza ed arrivò il terzo. E Aldarion non tornava. L’ennesimo inganno di Aldarion che in passato aveva promesso sempre viaggi più corti di quelli che poi erano in realtà. La sua assenza questa volta fu molto lunga tanto che lo stesso re, Tar Meneldur divenne inquieto, pensando che qualcosa fosse andato storto. Quando infine, dopo sei anni di assenza, la grandissima nave Hirilondë tornò a Nùmenòrë, l’accoglienza di re e moglie, se di accoglienza si può parlare, fu fredda, molto. Il lettore, come me o chi lo ha letto, a questo punto proverebbe anche un certo odio nei confronti di questo marinaio per la sofferenza di Erendis e del re. Tuttavia i viaggi di Aldarion furono arricchiti da spiacevoli inconvenienti che lo obbligavano spesso a rimandare la partenza. Il mondo esterno, che in questo racconto poche volte viene nominato, irrompe nel racconto e dalle piacevoli piane erbose dell’Emerië, dal poderoso porto di Ròmenna, dal grandioso monte dedicato ad Iluvatar, dalle magnifiche aule del re, si pone di forza come antagonista: un chiodo nella testa di Aldarion, un chiodo ancor maggiore nella testa di Gil-galad, e una nuova preoccupazione per Tar Meneldur:
 
Poi, dall’est, spinta da un vento tempestoso, Hirilondë tornò solcando i mari grigi, portando Aldarion a Ròmenna; e la notizia giunse nell’Emerië, ma Erendis non ne fece parola. Nessuno vi fu ad accogliere Aldarion sui moli. Sotto la pioggia, egli si recò a cavallo ad Armenelos; e trovò la casa sbarrata. Ne fu costernato, ma a nessuno chiese notizie; voleva dapprima vedere il Re, perchè riteneva di avere molte cose da dirgli. L’accoglienza che ne ricevette non fu più calda di quanto si aspettasse; e Meneldur gli parlò come un Re con un capitano il cui comportamento sia in discussione. "Sei stato a lungo lontano" gli disse con tono freddo. "Sono passati più di tre anni dalla data che avevi stabilito per il tuo ritorno." "Ahimè, si" fece Aldarion. "Io stesso mi sono stancato del mare, a lungo il mio cuore ha agognato all’ovest. Ma contro il mio cuore sono stato trattenuto: c’è molto da fare. E in mia assenza tutto ristagna." "Non ne dubito" replicò Meneldur. "E vedrai che lo stesso, temo, vale anche qui, nella tua vera terra." "Una situazione cui spero di porre rimedio" affermò Aldarion. "Ma il mondo sta di nuovo cambiando. Fuori di qui, quasi mille anni sono trascorsi dacchè i Signori dell’Ovest hanno mandato le loro forze contro Angband. E quei tempi sono dimenticati o avvolti in oscure leggende tra gli Uomini della terra di mezzo. I quali sono nuovamente inquieti, visitati da paure. Desidero ardentemente consultarmi con te, informarti delle mie imprese, esporti le mie idee sul da farsi." "Lo farai" disse Meneldur. "E’ proprio quello che m’aspetto. Ma ci sono altre faccende che giudico più urgenti. «Un Re deve sistemare casa sua prima di riordinarne altre», suona il detto. E questo vale per tutti. Ascolta un mio consiglio, figli di Meneldur. Hai anche una vita tua propria. Tu hai sempre trascurato metà di te stesso. E adesso ti dico: tornatene a casa!" Aldarion all’improvviso si irrigidì, il volto aggrondato: "Dimmi, se lo sai: dov’è casa mia?" domandò. "Dove si trova tua moglie" rispose Meneldur. "Sei venuto meno alla parola che le avevi dato, fosse o meno colpa tua. Tua moglie adesso vive nell’Emerië, in casa sua, lontano dal mare." "Se mi fosse stato detto dove recarmi, ci sarei andato subito dal porto" ribattè Aldarion. "Ma per lo meno non mi tocca chiedere notizie ad estranei". E così dicendo si volse per lasciare la stanza, ma s’arrestò e soggiunse: "Il Capitano Aldarion ha dimenticato qualcosa che appartiene alla sua altra metà, una cosa che, nella sua erraticità, considera del pari urgente. Ha una lettera che è stato incaricato di consegnare al Re ad Armenelos". E, porgendola a Meneldur, si inchinò ed uscì; e un’ora dopo montò a cavallo e diede di sprone, sebbene la notte già discendesse.
 
***

Uscito Aldarion, Meneldur aveva dato un’occhiata alla lettra che ne aveva ricevuto, chiedendosi che cosa potesse contenere; la missiva proveniva infatti da Re Gil-galad del Lindon; era sigillata e recava il suo stemma, stelle biache su fondo azzurro. Sull’involucro su leggeva:

Consegnata ai Mithlond nele mani del Sire Aldarion Erende del Re di Numenorë perchè la consegni all’Alto Re di Armenelos in persona
 

Poi Meneldur spezzò il sigillo e lesse: «Ereinion Gil-galad figlio di Fingon a Tar Meneldur del sangue di Eärendil, salute: i Valar ti proteggano e che nessuna ombra oscuri l’Isola dei Re. E’ da lungo tempo che ti devo i miei ringraziamenti per avermi tante volte mandato tuo figlio Anardil Aldarion: il più grande amico degli Elfi che oggi viva tra gli Uomini, a mio giudizio. E insieme ti chiedo perdono per averlo trattenuto troppo a lungo al mio servizio; avevo infatti gran bisogno della scienza degli Uomini e delle loro linge, che lui solo conosce. Tuo figlio ha affrontato molti pericoli per illuminarmi. Delle mie difficoltà ti parlerà lui, che tuttavia non sa quante siano, giovane e pieno di speranza com’è. Ragion per cui, scrivo queste righe per i soli occhi del re di Nùmenòrë. Una nuova ombra si leva ad Est. Nè si tratta della tirannide di Uomini perfidi, come ritiene tuo figlio: un servo di Morgoth si agita, e male cose si risvegliano. Anno per anno esso acquista forza, perchè gran parte degli Uomini sono proni alla sua volontà. Non è lontano il giorno, a mio parere, in cui diverrà troppo grande perchè gli Eldar gli resistano senza aiuti. Per questa ragione, ogniqualvolta scorgo un’alta nave dei Re degli Uomini, il mio cuore esulta. E ora ho l’audacia di chiedere il tuo aiuto. Se hai braccia di Uomini che ti avanzano, prestamele, ti prego. Tuo figlio ti riferirà, se lo desideri, tutte le nostre considerazioni. Ma in sostanza è sua opinione (la quale è sempre saggia) che, quando l’assaltò verrà, come non può non accadere, dovremmo cercare di tenere le terre Occidentali, dove tuttora dimorano gli Eldar e Uomini della tua razza, i cui cuori non sono ancora abbuiati. Per lo meno dobbiamo difendere l’Eriador sulle rive dei lunghi fiumi a ovest dei monti che noi chiamiamo Hithaeglir: il nostro principale baluardo. Ma in quel vallo montano si apre, a sud, un grande varco verso la terra di Calanardhon; e per esso non potrà non venire l’invasione dall’Est. Già il nemico striscia lungo la costa a quella volta. Lo si potrebbe difendere, impedendo l’assalto, se disponessimo di una base sul litorale vicino. Di questo Sire Aldarion da un pezzo s’è reso conto. A Vinyalondë, presso la foce del Gwathlò, a lungo ha lavorato per creare un porto del genere, che sia sicuro dal mare come da terra; ma le sue possenti opere sono state invano. Grandi sono le sue conoscenze in queste materie, poichè molto ha appreso da Cìrdan, e meglio di chiunque altro conosce le necessità delle vostre grandi navi. Ma non ha mai avuto abbastanza genti, e dal canto suo Cìrdan non ha fabbri o muratori in eccedenza. Saprà il Re quali sono le sue necessità; ma se presterà orecchio favorevole al Sire Aldarion appoggiandolo nei limiti del possibile, ecco che nel mondo la speranza sarà maggiore. Le memorie della Prima Età sono vaghe, e tutte le cose nella Terra di mezzo si fanno più fredde. Impediamo che anche l’antica amicizia tra gli Eldar e i Dùnedain si offuschi. Vedi, la tenebra che sta per calare è piena di odio nei nostri confronti, ma non lo è meno nei vostri. Il Grande Mare non sarà troppo vasto per le sue ali, se le si permetterà di giungere a pieno sviluppo. Manwë ti tenga sotto la protezione dell’Uno e mandi venti favorevoli per le tue vele.»

Ed eccolo il mondo esterno che fa breccia nel destino dei protagonisti, piano piano, non senza allarmare certo, ed inesorabile. L’oscuro Sauron stava acquistando sempre più potere, gli Orchi effettuavano scorrerie sui monti e una guerra era in procinto di iniziare. I Dùnedain dovevano uscire dalla loro ridente terra e mostrare di essere potenti per tenere a bada il Male dell’Est, altrimenti perire sotto la sua Ombra crescente. Furono obbligati poi ad intervenire, assaporando nel contempo la gloria e l’invincibilità e precipitando da qui verso il baratro vero e proprio che inghiottì l’isola di Nùmenòrë, cancellandola dalla faccia della terra. Una civiltà grandiosa e chiusa in se stessa, con la benedizione dei Valar, colpita e travolta dagli eventi e dai cambiamenti del mondo esterno. Proprio come avvenne in passato numerose altre volte, e come avviene oggi, di giorno in giorno.

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