Era pomeriggio. Il bel tempo d’aprile rendeva l’aria calda, molto calda, nonostante il venticello che spirava calmo. Il paesaggio intorno a lui era bellissimo: colline verdi, dolci pendii, frutteti carichi, un piccolo laghetto artificiale sulle sponde del quale le rane gracchiavano. La stradina che stava percorrendo si inerpicava pian piano tra due colli fioriti per poi discendere dall’altra parte, nella grande pianura che ospitava la sua città. Era in bici. Gli piaceva pedalare, specie con quel bel tempo. Il suo modello era particolarmente avanzato, e gli era costato un mucchio di soldi. Sul manubrio vi era una fila di tasti per la regolazione dei rapporti della pedalata, per non parlare del termostato e del display per le sue pulsazioni – tutto grazie ad una serie di cavi e sensori sparsi un pò dappertutto. Ingranò la marcia leggera e iniziò a salire. Era in gran forma, gli allenamenti settimanali gli avevano permesso di rimettersi in sesto dopo il brutto periodo passato all’ospedale. Fino a pochi mesi prima, infatti, era stato ammalato di AIDS. Fino a due secoli prima il virus agente di questa malattia, l’HIV, era una temutissima piaga dell’umanità, ma si era da tempo scoperto il rimedio e per sua fortuna il male era stato diagnosticato in tempo: la morte per AIDS non era ancora diventata rara, dopotutto. Si era ripreso piuttosto in fretta ed ora eccolo li, libero dal virus, e in buono stato di salute. Un veicolo attraversò la strada in senso contrario. Il rombo elettrico si fece intenso per poi svanire man mano che si allontanava. Gli diede da pensare. La sua auto si era misteriosamente spenta qualche giorno addietro, in mezzo al nulla, mentre tornava a casa da un lungo viaggio. E a distanza di tanto tempo non riusciva a spiegarsi il perchè. Il guasto, com’ebbe a dire il suo meccanico dopo un’ora di controlli, era a livello del sistema di propulsione: forse aveva passato una zona con un elevato campo magnetico. Ma come poteva esser successo? Non aveva mai sentito una cosa del genere. Non c’erano zone con campi magnetici tanto elevati da provocare la rottura di un veicolo, com’era capitato a lui: non lo aveva mai sentito dire da nessuno. E ne tantomeno questi campi potevano manifestarsi in piena campagna. Ad un certo punto gli venne da pensare che il meccanico non sapesse veramente fare il suo mestiere. Oppure la rottura non era da attribuire ad un campo magnetico.

Era arrivato in cima al passo tra i due colli. Da li poteva vedere benissimo la grande nube di fumo acre, scuro, la cappa gassosa nella quale viveva. Una piaga come tante altre sul pianeta, in netta contrapposizione con il paesaggio da sogno che si era lasciato alle spalle. Alcuni dei suoi contemporanei definivano le città di quel tempo come i "ghetti grigi" e non a torto. I livelli di smog erano talmente elevati che il numero di morti per tumore erano elevatissimi, nonostante tutti i rimedi energetici escogitati e messi in atto nel corso degli ultimi cento anni. Sbuffò. Tornare in quell’inferno significava perdere altri giorni di vita. Odiava la città, ma per motivi maggiori era costretto a viverci: non aveva terreni di sua proprietà nelle zone (non ne aveva da nessuna parte) e con il suo stipendio non riusciva a mettere da parte nessun risparmio per l’acquisto di un’abitazione tutta sua. Viveva in un palazzo alla periferia della città, assieme ad altre 50 famiglie. Un grande complesso di costruzione però oramai datato, forse di 30 anni prima. Era squallido quanto dentro tanto fuori. Ma purtroppo doveva viverci.

Man mano che si avvicinava alla città ne poteva ammirare – se questo è il termine che si addice – i suoi tratti disgustosi: il centro di quella distesa di cemento era un concentrato di grattacieli a 100 e passa piani, neri come la pece, immersi in una nebbia tale da non permetterne di vedere i tetti. Verso la periferia, si sviluppavano in ogni direzione strade di larghezza immane a 20 corsie, sulle quali sgusciavano a velocità impressionanti tutti i tipi di veicoli possibili e immaginabili: automobili vecchio stile come quella che lo aveva incontrato pochi minuti prima, auto più moderne, ad idrogeno, camion iperveloci su corsie apposite, pulman rapidi su binari invisibili… e sopra tutti quanti questi oggetti, un assordante rumore, una mistura di clacson, urla, rumori metallici, lamenti di canne fumarie della zona industriale, rombi possenti del grande numero di astronavi in decollo verticale che dalle periferie partivano per arrivare in altre città. Un agglomerato sporco, puzzolente, nero, di cemento e metalli, simbolo del livello tecnologico della civiltà umana. Sputò a terra, mentre pedalava, gli occhi fissi sul mostro cui si stava avvicinando. Prese le ultime boccate d’aria prima di entrare definitivamente in quel caotico scempio della natura e diede un’ultima occhiata alle sue spalle: il sole splendeva ancora. Malinconicamente prese la stradina che portava alle vie cittadine, passando al di sotto dei grandi ponti che ospitavano, alla loro sommità, le autostrade.

Si fermò dopo 200 metri. Scese dalla bici e inforcò la mascherina antigas che aveva sempre con se. Era piccola, delle dimensioni di una mano, sufficiente a coprire naso e bocca. Premette il pulsantino verde sul bordo ed una lucina rossa si accese di rimando: stava iniziando a filtrare l’aria. Era, quello, uno dei metodi messi in atto per limitare le malattie all’apparato cardio-circolatorio. L’incapacità di trovare altri sistemi energetici stava costando la vita a milioni di persone in tutto il mondo.

Dopo il completo prosciugamento di tutti i pozzi di petrolio, evento preceduto da una spaventosa guerra nucleare che aveva visto la vittoria dei paesi dell’ovest e della Russia sui produttori di petrolio e sulla Cina – una guerra costata la vita a 1 miliardo e 800 milioni di persone in totale – l’umanità intera si chiese in che modo sopperire alla mancanza di energia imminente e alla fine fu inevitabile un parziale ritorno all’uso del carbone. L’involuzione tecnologica fu causa di grandi tensioni internazionali dovute all’inquinamento ambientale: se prima non si sapeva con certezza se l’attività antropica fosse la principale responsabile dei cambiamenti climatici, ora se ne aveva la certezza. O almeno, da quando si era cambiata rotta con l’uso del carbone, ci si era accorti che per caso il 40 per cento della Micronesia era finita sott’acqua e che le temperature medie si erano innalzate di due gradi centigradi. Ma a quel punto la richiesta energetica non permetteva di tornare indietro, o di investire ancora di più in tecnologie in definitiva poco redditizie e efficienti. Per questo semplice motivo l’eolica, la idroelettrica e la nucleare (che stava seguendo la stessa strada dei combustibili fossili) rappresentavano ancora una minima parte dell’energia totale prodotta dai paesi più sviluppati. E le previsioni per i successivi 50 anni non erano rosee visto che il carbone era in rapida diminuzione. I movimenti dei diversi paesi a quel punto erano arrivanti di nuovo ad una situazione di tensione. Una guerra era imminente, e tutti lo sapevano.

Pedalò per cinque chilometri, mentre intorno a lui il caos della città cresceva. Le grandi strade erano piene di auto, per cui decise di usare la pista apposita per le bici. Stava percorrendo la principale arteria della periferia quando la sua bici ebbe un sussulto appena percepibile. Poi ancora. Avvenne all’improvviso: il caos delle automobili cadde nel nulla, tutti i rumori della città svanirono di colpo. Un cupo martellare stava scendendo dall’alto, ma la cappa di fumo nero che lo sovrastava non gli permetteva di capire cosa stesse accadendo. L’aria vibrava. Si portò le mani alle orecchie. La gente scese dalle auto, guardandosi intorno e di fronte a lui, a 100 metri di distanza, un’esplosione fece saltare in aria un palazzo.

Fu il panico. Cercava ancora di capire cosa stesse succedendo, intorno a lui i rumori della città erano ormai sostituiti del tutto dalle urla della gente. C’erano persone che cercavano di uscire dalle automobili, incastrate nel traffico. Alcune erano così vicine da essere quasi attaccate. Fece per girare la bici e tornare indietro, quando un’altra esplosione lo buttò a terra: un palazzo dietro di lui si stava sfracellando al suolo e lui era quasi sotto la sua traiettoria. Lasciò immediatamente la bici a terra e inziò a correre nella direzione del traffico, di fronte a lui. Sentiva i massi cadere con grande fragore, urla di terrore. Era un clima da guerra. Corse per un minuto, inciampò, si rialzò e torno a correre. La gente scappava in tutte le direzioni urlando a più non posso, uscendo dalle abitazioni ed unendosi al terrore. Altre esplosioni più lontane echeggiavano tra le strade, ma non si capiva cosa stesse accadendo. La cappa di smog era talmente fitta da non permettere neanche al sole di penetrare. Solo una cosa era certa: era qualcosa che cadeva dall’alto. L’aria continuava a vibrare e il rombo sordo non accennava a diminuire. Si fermò ad un angolo e si strappò la mascherina: non riusciva a respirare bene con quella cosa sul muso perchè il filtro non riusciva a sopperire alla sua necessità d’aria. Una fastidiosa puzza entrò nelle sue narici. Non ci fece caso più di tanto. Doveva cercare di trovare un riparo. E alla svelta. L’unica cosa che voleva era uscire dalla città. Ma avrebbe dovuto camminare per cinque chilometri e la prospettiva non era rosea. Un’allarme scattò in lontananza, ne poteva sentire il debole richiamo. E allora capì che erano veramente sotto attacco: era infatti la sirena d’emergenza. Mai avrebbe immaginato di ascoltarla per davvero in vita sua. A quel suono se possibile la gente si spaventò ancora di più; il caos aumentò. Il rombo a quel punto divenne insopportabile. Alzò per l’ennesima volta lo sguardo al cielo e gli parve di vedere una schiarita: l’aria stava turbinando sempre più velocemente, il pulsare alle orecchie divenne tanto forte da far male e perse l’udito. Uno spettrale silenzio allora lo rivestì, impedendogli di ragionare. La folla lo spintonava di qua e di la, e cadde a terra. Rialzò lo sguardo in aria e meraviglia! L’aria si dissolse definitivamente, ma non vide il cielo, bensì un enorme corpo meccanico dalla superficie liscia, nero anch’esso. Volteggiava sulla città e pensò che la causa di tutto quel caos fosse proprio quel coso. Strizzò gli occhi, confuso, mentre le sue orecchie sanguinavano e gli parve di vedere enormi cannoni sparare in diverse direzioni: dei fasci di luce rossa e blu partivano dalle loro sommità a velocità incredibili. Cadde ancora, ma non ci fece caso: era orripilato da quella visione, quella guerra allo stato puro, scatenata senza motivo, ai danni di poveri civili. E a quel punto si accorse che tutti, intorno a lui erano a terra, incapaci di alzarsi, terrorizzati, con lo sguardo rivolto verso l’alto. L’infernale macchina volante era immensa ed ebbe come l’impressione che sovrastasse l’intera città. Non un’apertura, non un led illuminato, non un sistema di propulsione visibile. Sembrava li per magia. Avvertì una grande forza schiacciarlo al suolo e sbattè la testa a terra. Cercò di rialzare la schiena e ci riuscì a grande fatica, ma dopo qualche secondo una forza ancora maggiore lo sbattè a terra. Uno strano spruzzo gli colpì la faccia e si girò, terrorizzato: a fianco a lui una donna teneva tra le braccia quello che una volta doveva essere un neonato, e che adesso era solo un mucchio di brandelli di carne schiacciata. La donna era li a terra, occhi chiusi, forse morta, forse svenuta. Era spossato: aveva perso molto sangue dalle orecchie, la sua testa era ora un caos, leggera, e la vista gli si annebbiava. Con un grande sforzo si rialzò sulle braccia, ma improvvisamente una immane forza invisibile lo schiacciò al suolo e non si mosse più.

La città intera era stata rasa al suolo: non un palazzo, non un solo muro era rimasto in piedi. Metri e metri di cemento e metalli, milioni di persone, animali e tonnellate di rifiuti erano compressati in uno strato di 1 metro di altezza. Secoli di storia, vite di milioni di individui erano stati azzerati per sempre, in dieci minuti di caos. Una nuova guerra era iniziata. E sarebbe stata l’ultima dell’umanità.

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