Ieri sera, prima di uscire a prendere una birra, mi sono gustato il terzo documentario su Tolkien, raccolto nei DVD speciali delle extended edition della trilogia di PJ. E ho ascoltato delle riflessioni degli esperti che veramente mi hanno colpito. Sono dei documentari ben riusciti, perchè riescono a spiegarti in parte cosa passava nella testa del professore, dove trovò l’ispirazione e la convinzione di scrivere quello che ha scritto: la Terra di Mezzo.

Il tutto, come mi sembra ho avuto occasione di scrivere qualche volta, originò dall’invenzione delle lingue elfiche, il Quenya e il Sindarin. Da li si decise poi a scrivere delle storie che spiegassero chi parlava queste lingue, perchè erano diverse tra di loro. E nacquero i primi racconti sulla Terra di Mezzo, quelli che oggi possiamo leggere nei "Racconti Ritrovati" e "Racconti Perduti". Sono le storie di Elfi e di Uomini, di un Vala cattivo, Melko, di Tevildo (precursore di Sauron), di Tinwelint e di tanti altri personaggi che poi ritroveremo assieme ne "Il Silmarillion". Tolkien non nutriva ambizioni. Non sospettava minimamente che quello che stava realizzando potesse un giorno interessare molto a qualcuno; lui scriveva per se stesso. Scriveva perchè i suoi più grandi amici della TCBS, la Tea Club and Borrovian Society, erano morti in guerra. C’era un legame, tra i quattro membri, fortissimo. Queste che seguono sono le parole scritte da uno dei membri del TCBS, Smith, poco prima di morire in guerra.

La mia principale consolazione è che se finirò nei guai questa notte – sarò fuori, in servizio, tra pochi minuti – ci sarà sempre un membro del grande TCBS che racconterà che cosa sognavo e su che cosa eravamo tutti d’accordo. Poiché la morte di uno dei suoi componenti non può, ne sono profondamente convinto, dissolvere il TCBS. La morte può renderci ripugnanti e inermi come individui, ma non può porre fine agli Immortali Quattro! Una scoperta che sto per comunicare anche a Rob, prima di partire questa notte. E la scriverò anche a Christopher. Possa Dio proteggerti e benedirti, mio caro John Ronald, e possa tu raccontare le cose che ho cercato di dire, anche dopo che io non sarò qui per raccontarle, se questo sarà il mio destino. Tuo per sempre G.B.S.

E ci aiutano a capire che tipo di amicizia ed amore legava questi ragazzi.

Spettava a Tolkien portare avanti quello che avevano iniziato assieme prima del conflitto. La perdita degli amici in guerra fu un grande dramma per lui, e credo che tutti quanti possiamo ben comprendere come si sentisse. Ora lui era l’unico che poteva dar vita sul serio a tutto quello sul quale avevano discusso. Questo impulso gli permise di realizzare tutto quanto ci ha lasciato sulla TdM.

Quello che ci ha lasciato Tolkien è un’eredità immensa, niente di già messo su carta. Un’intera mitologia, dove i simboli della cristianità sono ben presenti. E che divenne nota al mondo solo per un evento casuale potremmo dire, che avvenne negli anni ’30. Allora Tolkien era professore ad Oxford e mentre controllava una pila di compiti in giardino, per caso su un foglio di carta scrisse una frase. La frase era:

           "In a hole in the ground there lived a Hobbit"

            ("In un buco sotto terra viveva uno Hobbit")

Sono parole all’apparenza semplici. Eppure intromisero gli Hobbit nelle vicende dei Grandi, negli "affari degli Stregoni" e degli Uomini e degli Elfi. E da qui si scoprì la Terra di Mezzo. Lo Hobbit affascinò tantissime persone, che a questo punto erano così affezionate al personaggio da chiedere a Tolkien di scrivere un seguito a quel racconto, o al massimo un’altra storia sugli Hobbit. E nacque Il Signore degli Anelli. Chi legge il romanzo in questione rimane estasiato dalla storia, ma deve tener presente che Tolkien non era uno scrittore professionista, ne Il Signore degli Anelli ha una struttura tipica del romanzo: il finale è più breve dell’inizio della storia, interi personaggi non vengono sviluppati, la narrazione procede a blocchi e via discorrendo. Se fosse stato scritto ai nostri tempi, un racconto del genere non sarebbe mai stato pubblicato. Poi a questo si aggiunge il fatto che è un libro lungo. Tutte queste debolezze, però, non spiegano il perchè ad oggi Il Signore degli Anelli sia il secondo libro più letto al mondo. Come ha fatto breccia nel cuore delle persone? Come ho detto prima, niente di simile era mai stato scritto prima di allora. Punto. Con tutti i difetti che si possono imputare ad un romanzo scritto a blocchi eccetera, Il signore degli Anelli ha affascinato e ha aperto le porte a qualcosa di ben più grande ed ambizioso, il lungo corso di seimila anni di storia della Terra di Mezzo. Tutto quanto aveva lentamente sviluppato durante la Prima Guerra Mondiale, e successivamente al conflitto gli permisero di descrivere una storia grandiosa in un universo già ben definito. Infatti Tolkien in persona non sapeva come terminare la storia mentre la scriveva. Aveva numerosissime possibilità di scelta, varianti del racconto che poteva mettere su carta e una tale quantità di collegamenti con altre e più antiche storie, che un libro solo sarebbe stato poco. Non meravigliamoci quindi nel sentir dire dallo stesso Tolkien che la storia è troppo corta. Le aggiunte che aveva intenzione di fare al racconto, e che poi non hanno trovato spazio nella narrazione – avrebbero chiesto il quasi totale sconvolgimento della trama – sono finite quindi nelle appendici: note sul linguaggio, sulla pronuncia, sulla storia dei regni di Numenor in esilio (Arnor e Gondor), sulle guerre della Prima Era, sul lignaggio di Elros, sulla storia degli anelli, sugli Annali dei re e delle Regine, per non parlare della storia dei Rohirrim e dei Nani del Popolo di Durin, con evidenti collegamenti alla storia narrata ne Lo Hobbit. E questa è solo una parte. Tolkien, penso, si trovò come a viaggiare con i personaggi in un mondo già esistente: doveva solo scegliere come mandare avanti la storia. E il modo di scriverla è stato alquanto imprevedibile. Iniziò a scrivere per un pò, poi si fermò perchè non sapeva andare avanti; cosa fece? Partì a scrivere dall’inizio. Questa volta si spinse più avanti, ma arrivò ad un altro punto morto. Cosa fece? Iniziò a scrivere di nuovo dal principio. E così via. Qualcuno l’ha paragonato alle onde sulla spiaggia, che di volta in volta si spingono sempre più in là; nessun romanzo è mai stato scritto a questo modo. Quando seppi di questo strano lavoro di stesura risi per molto, però rimango meravigliato del risultato. E che dire dei "blocchi" narrativi? Forse la maggiore delle "pecche" del racconto: lo si nota ne "Le due Torri" e ne "Il Ritorno del Re". Il libro terzo, il primo de "Le due Torri", parla delle vicende di Merry e Pipino (in groppa agli Uruk di Isengard) e della caccia di Aragorn, Legolas e Gimli nel disperato tentativo di salvarli (e anche qui notiamo una certa frammentazione delle due storie parallele). Terminato il libro terzo, Isengard è stata totalmente distrutta, il Fosso di Helm salvato e gli eserciti di Isengard sbaragliati. All’inizio del libro quarto l’autore ci riporta indietro di parecchi giorni, a quando la compagnia si sciolse e Frodo e Sam partirono assieme per Mordor: è un flash back. Non assistiamo ad uno sviluppo parallelo delle storie, come di solito accade, ma ad un "vai avanti, torna indietro". E questo gioco che doveva danneggiare molto la forza della narrazione, ha invece giovato, perchè non sappiamo cosa accade dall’altra parte (nell’altro gruppo di protagonisti), quindi ci istiga a leggere. Sembra assurdo ma è così.

Tra tutte, però, la cosa che più mi ha aperto gli occhi riguardo a Il Signore degli Anelli, è la questione della catastrofe e dell’eucatastrofe. La catastrofe è l’improvviso cambiamento dal bene al male: un esempio di catastrofe, sempre in ambito tolkeniano, può essere considerata La Caduta di Gondolin. L’eucatastrofe, è l’opposto: l’improvviso arrivo del bene, da una situazione disperata. Forse il più forte messaggio che si trae dal romanzo è proprio questo. Se ci pensiamo bene, i protagonisti non sono proprio fortunati: il tradimento di Saruman, le spie nella Contea, la cattura di Gollum, la sconfitta di Osgiliath, la perdita di Gandalf nelle miniere di Moria… la storia peggiora man mano che si procede con la lettura. E quando le cose sembrano mettersi veramente male, ossia quando Frodo non butta l’Anello nel Fuoco e Gollum se ne impadronisce, ecco! Un evento del tutto fortuito cambia il finale: Gollum inciampa e cade nel vulcano. L’Anello viene distrutto, il regno di Sauron termina, e quella che era una speranza quasi del tutto defunta, diventa realtà. Chi ha fallito in tutto ciò? Chi ha perso la speranza. La disperazione per la piega degli eventi ha portato soprattutto uno dei personaggi principali del romanzo alla morte: sto parlando di Denethor, sovrintendente di Gondor. Nella torre di Echtelion il sovrintendente nascondeva un Palantìr. E, guardando al suo interno, Sauron (possessore del Palantìr di Minas Ithil) lo ha portato ad una disperazione tale da non concedergli neanche un barlume di speranza. La mente di Denethor era condizionata a tal punto da portarlo a odiare il suo secondogenito, Faramir, che a quei tempi in assenza di Boromir, era capitano di Gondor.

"Tu credi di essere saggio, vero Mithrandir? Ma con le tue sottigliezze non hai discernimento… credi che gli occhi della torre bianca siano ciechi?"

Queste sono le parole di Denethor a Gandalf nel film di PJ. Sono segno del fatto che il sovrintendente usava il Palantìr e rimaneva terrorizzato dal potere che Sauron mostrava lui. Ma i Palantìr, le pietre veggenti, sono strumenti da prendere con le pinze. Mostrano infatti, al pari dello specchio di Galadriel, cose che sono accadute e cose che devono accadere ancora. Ma, a parte gli eventi che sono veramente occorsi, non è detto che quello che mostra un palantìr sia quello che accadrà in realtà. Qui sta il punto. Il palantìr è quasi uno strumento di disinformazione. Colui che guarda all’interno può vedere qualsiasi cosa, ma non sa se accadrà o meno. Nello specifico Frodo nello specchio di Galadriel guarda rovina e distruzione, ma la storia ci insegna che poi alla fine non andò a finire il quel modo. La stessa Galadriel lo suggerisce a Frodo: "…è quello che accadrà se dovessi fallire". E’ un incitamento al piccolo Hobbit, una spinta a non mollare, a portare a termine la sua missione. Se un individuo guarda nel Palantìr e vede rovina, la rovina sarà il futuro che lo aspetta se, per la disperazione, abbandona la sua missione cercando di evitare quello stesso destino. E’ quello che è successo a Denethor. Mala interpretazione di segni. E’ come se fossimo noi a decretare il nostro destino; disperare per Tolkien è inutile perchè non possiamo sapere come andranno le cose, quindi mollare a metà strada, o alla fine, è del tutto sbagliato. Il caso di Gollum che cade nel vulcano nel periodo peggiore, è il tipico esempio di ciò che lui intende per eucatastrofe. Un messaggio importantissimo. Forte. Una bella verità.

Ci sono tanti aspetti di Tolkien e dei suoi racconti, che andrebbero considerati. Io, scoprendone alcuni, ho capito che questo autore va ammirato non solo per la fantasia o per come esprime i suoi pensieri, ma anche per i messaggi che ha lasciato in ognuno dei suoi scritti. Una vera e propria voce della verità.

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