Mi piange il cuore mentre penso alle partitelle di calcetto fatte con i miei amici quando ero a casa. Quanti pomeriggi avremmo passato a giocare con la nostra squadretta, sfidando ragazzi più grandi e più piccoli di noi? Non oso immaginare. Oppure quante ore a tirare punizioni al campo dietro la scuola io e Dome? Ricordo che rimanevamo la fino a quando il sole non calava e le ombre non ci permettevano di vedere la palla arrivare, con traiettorie sempre più precise e spietate, verso la porta. Quante gare abbiamo fatto! Tornavo a casa con la caviglia così stanca che sembrava addormentata! Ero comunque felice per gli esercizi che facevamo, in quanto stavamo migliorando molto a tirare punizioni da lunga distanza. Queste gare di punizioni si svolgevano soprattutto quando Raf si allenava con il Lavello Calcio, quindi rimanevamo solo io Dome. Preferivamo stare li al campetto dell’Istituto Tecnico Agrario, invece di fermarci alla villetta di S. Anna. A volte però cambiavamo idea e facevamo qualche partitella alla villetta.
Il sabato pomeriggio, poi c’era il gran pieno, lo ricordo nitidamente. Sempre pieno di ragazzi. A volte bisognava annunciare "quintaaaa!" per dire che dopo la terza e la quarta eri lo sfidante. E a volte invece giocavamo per così tante volte di seguito da essere veramente stufi di correre e chiedere qualche minuto di riposo: in fondo non posso dire di essere stato scarso in passato. Non ero un campione, ma facevo valere le mie possibilità in campo. E non mollavo mai. A volte mi meravigliavo di me stesso. C’era entusiasmo quando giocavo ed ero ansioso di migliorare, sempre e comunque. Giocavo anche contro persone veramente brave, ma non mi abbattevo… Ero tenace. E cercavo sempre di passare ogni difficoltà. In questo poi ero incitato dai miei amici. E riuscivo. Era diventata veramente una fissazione e vabbè che lo era sempre stato. Però quando ho iniziato a giocare alla villetta ho visto che c’erano nuove sfide da raccogliere, tanti ragazzi e tante squadrette da mettere alla prova. Sembrerà una cosa da niente, ma avere fiducia nelle proprie capacità, anche in campo sportivo, aiuta molto. Non mi sentivo inferiore a nessuno, anzi a volte sopravvalutavo anche le mie possibiltà. Quando poi mi accorgevo che ero andato troppo in la con le mie convinzioni, tornavo sulla Terra.
Avevo stabilito un rapporto speciale con il "pallone". Ero io a decidere dove mandarlo e come. Era come un mio amico, e mi di divertivo assieme. Il bello del calcio è che ti fa sentire speciale. Le tue abilità, le acquisisci divertendoti. E più ci giochi, più puoi provare nuove cose. In una partita puoi sfruttare della vera e propria fantasia e, se sei aiutato da amici che fanno molto movimento, puoi improvvisare delle giocate veramente belle. Io poi ero (e sono) molto veloce e scattante, per cui, specie quando giocavo contro nuove persone che non mi avevano mai visto in azione, ero quello che sorprendeva sempre la difesa. Nell’uno contro uno non mi ci perdevo nel dribbling, bastava mandare avanti a palla in uno spazio e infilarmi; e poi crossare o tirare a seconda delle posizioni in cui mi trovavo. Anche io tiro non era male, me lo diceva parecchia gente: il mio sinistro era potente e spesso molto preciso. Poi con il passare del tempo avevo anche imparato ad essere veloce nello stretto, cosa importante molto nel calcetto. Veloce e abile.
Una volta, in una partita a tutto campo (solo che ci penso oggi mi vien la febbre) quattro contro quattro se non sbaglio, mi fecero cadere e mi feci molto male. La cosa che più odio sono quelli che ti fanno cadere di proposito. Mi beccai uno sgambetto e caddi come un salame, strappandomi ginocchio e compagnia bella. Era un fallo laterale, battuto da Raf con le mani. Stoppo di petto e metto a terra. Mi giro veloce verso il centrocampo e mi trovo davanti Paolo e Michele, il primo a destra e più vicino, il secondo a sinistra e più lontano. Decido di prima intenzione di passare in mezzo con un veloce slalom (alla Davids) e ci riesco. Non dimenticherò mai il piede destro di Paolo che andava a vuoto e la sua sagoma che mi passava sulla destra, rimanendo indietro; arrivo in un centesimo di secondo da Michele, che era sulla mia sinistra, sposto la palla di sinistro verso destra per fare andare a vuoto anche lui e ci riesco. Immediatamente mi allungo la palla col destro in avanti. Ma non appena mi metto al galoppo (altro che piccolo trotto, ero partito come un treno verso la porta), la mia gamba destra viene prepotentemente spostata verso il polpaccio della gamba sinistra, che era d’appoggio. Sono volato in avanti, il ginocchio sinistro ferito, le mani sanguinanti e la tuta strappata. Un dolore e un bruciore inimmaginabili! Ero così tanto incazzato che litigai con i due, che continuavano a dire di non aver fatto assolutamente niente.
Da li persi la mia sicurezza nel dribbling, che ci crediate o no. E giocai a calcio con sempre meno voglia e con risultati sempre più negativi. Un lento declino. Come del resto tutto ciò che ho mai intrapreso nella mia vita: tutto quello che faccio inizia bene, poi peggiora mano a mano. E il mio umore peggiora. Fin quando poi gioco male di proposito. Non mi va infatti di sprecarmi se so che non sono capace. Lo si vede anche quando gioco a biliardino. Un pò è vero che non mi va, ma non mi ci impegno mai tanto. Anzi. E’ un lato negativo del mio carattere, che ci devo fare. Mi rassegno all’inevitabile. Ma mi ci rassegno con rabbia. Rabbia verso me e verso quelli che si impegnano nel fare quello che devono fare.
 
Un lato di me tanto complicato, che non so neanche se l’ho espresso bene. Perplesso
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