Il primo allenamento. Oggi. Deciso così, all’improvviso. Ero sotto la doccia… all’improvviso mi sono detto : “Bello allenarsi adesso, una bella oretta in palestra non dovrebbe fare male”. Così, infilati pantaloncini e maglietta sono sceso, munito di cd (muzik: m2o vol 14). Il mio pensiero in questi ultimi tempi è stato quello di testare il livello di resistenza del mio corpo, alla prima occasione in palestra. Oggi ho deciso di mettere in atto un allenamento duro. Oddio, forse troppo.
Si parte con dieci minuti di cyclette, con intensità variabile, tanto per riscaldare i miei ex-potenti quadricipiti. Non appena ho messo piede a terra, ho avvertito la familiare stanchezza che manda allo sbando il corpo: a momenti perdevo l’equilibrio. Ho detto a momenti. Già li dovevo capire che tirare fino a quando il corpo cede, vista la mia attuale condizione fisica, non è una buona idea: la “costruzione del corpo”, quella attività che va sotto l’anglosassone nome di “body building”, va fatta un pezzo per volta, non all’improvviso. Non sono un preparatore e nemmeno un dottore, ma so che è così. Anzi tutti lo sanno. E lo sapevo anche oggi. Eppure ho azzardato. Dopo quei dieci minuti in cyclette sono partito con il made in Karate, ossia tutti gli esercizi che quel grande campione del mondo di Pasquale (non per scherzo… è davvero campione del mondo quest’anno!!!) mi ha proposto durante i suoi allenamenti: flessioni alternate ad addominali, alternate a tanti altri esercizi: mai riposo. In mondo alternato il corpo deve avere sempre una parte in movimento. Batterie di addominali da 25 ciascuno… Bene, dopo la prima batteria di addominali, via con un minuto di rilassamento… si riprende fiato. Poi via ancora, ci si prepara mentalmente: so che intorno al 15esimo di questa batteria sentirò il corpo sforzarsi, è ovvio. Arriva il quindicesimo e il fiato comincia a mancare, gli addominali bruciano, ma non mollo: è una battaglia di volontà: se fosse prevalso lo spirito “pigro”, avrei smesso al 20esimo. Invece sono andato avanti e ho raggiunto quota 25. Fatto. Un minuto di riposo, poi via con le gambe. Sistemo il peso sui 15 kg, mi siedo sulla panca, gambe in posizione per i quadricipiti: uno dei tanti esercizi sui quali dovrò insistere. Quindici “elevazioni”, poi stop. Le gambe bruciano. Male. Non ero ridotto così qualche anno fa: ricordo che quando ero a casa riuscivo ad alzare 25 kg per almeno 20 volte… Riposo di un minuto, poi via ancora. Ce la devo fare: so che per i quadricipiti la cosa sarà più dura, ma insisto: devo arrivare a 15. E ce la faccio: gambe tremanti all’ultimo sforzo, poi via, riposo: gambe distese, rilassate…Giu dalla panca, è l’ora delle flessioni. Qui mi pongo un limite: 10 per volta… per quante volte? “Boh, vediamo di arrivare a 50… magari di più”. Per uno che non si allena seriamente da 2 anni la cosa è davvero dura. Le flessioni (o piegamenti, come volete chiamarle) sono per me esercizi molto tecnici che richiedono la giusta posizione per il giusto sforzo. Non a caso ci ho messo 5 anni per capire bene come si fanno Perplesso Vai con le prime dieci… riposo, poi altre dieci. Riposo e altre dieci. Qui cado davvero: all’ultima flessione aggiungo la ciliegina sulla torta: la discesa per completare l’ultimo esercizio la faccio al rallenty e mi fermo a metà altezza. Non è uno scherzo stare così. Tira via molta energia. Quando decido di scendere letteralmente cado al suolo. Ho le braccia dolenti, stanche. Un minuto di riposo. Poi ancora esercizi. Questa volta per i polpacci. Fisso a 10 kg, sollevo per 10 volte. Stop. Tiro ancora per altri 10, poi stop. Per adesso può andare… ancora addominali. Giu dalla panca, spalle a terra, piedi incastrati, gambe semi-piegate, cosapevolezza che sta volta è dura davvero… chiudo gli occhi e comincio: 1… 2… 3… 4… 5… “Voglio di nuovo la tartaruga” 6… 7… Arrivato intorno al decimo sento i primi sintomi di stanchezza vera. A denti stretti “No. Fino a 25, cacchio!”. Incredibilmente ce la faccio. Ma posarsi con la schiena a terra è una benedizione. Ho praticamente la pancia che sprizza fiamme. Il bruciore agli addominali è talmente intenso che non so come riesca a stare zitto (invece di lamentarmi). Però sono consapevole che un’altra batteria da 25 per me in quelle condizioni non è possibile. Però ce la devo fare. Cambio tattica. “Addominali superiori”. Per quanto fossi scettico la prima volta che mi proposero questo esercizio ho imparato con il tempo ad apprezzarlo, visti i risultati. Si spinge la testa e il collo all’insù sforzando gli addominali. Per un movimento del genere è richiesta solo energia dagli addominali posti più in alto. Ma assicuro che dopo dieci di questi esercizi il dolore è insopportabile. Raga, io non lo so cosa avessi oggi, ma ho tirato fino a 25. Non voglio descrivere l’ultimo. Ero rosso come un pomodoro, ma non importa. L’importante è raggiungere la meta. A quel punto ho sentito il desiderio di stirare gli addominali. E’ stato un sollievo. In piedi, ancora esercizi con le gambe. Mica è finita qui. No. Quadricipiti. Subito. Calo il peso… a 10 kg. All’inizio sembra una cosa facile, ma intorno al decimo mi accorgo che le gambe tremano in modo quasi incontrollabile: il cattivo effetto della bassa pressione. Maledizione. “No. Non ora. Me ne mancano solo 5… 4… 3… 2… 1…”. Fatto. So però che chiedere altro è troppo. Quindi giu dalla panca e via con stretching. Rilassiamo il corpo e vediamo cosa ne è della vecchia elasticità… mi devo dire sorpreso: divaricare le gambe a quel modo e resistere non era nelle mie speranze, ma meglio così! Dopo dieci minuti, ancora gambe: polpacci, ancora. Forse qui era troppo. Pongo il peso a 5 kg, via con il sollevamento: dieci interminabili esercizi… l’ultimo è stato uno strazio particolare per il mio polpaccio destro. Sentivo che qualcosa non andava. “Forse con le gambe è meglio fermarsi”. E qui ho commesso un altro errore. Ho visto il sacco. Vedete, il sacco era ai tempi dei miei allenamenti di karate un elemento fonte di divertimento. Non so, ma è come un fesso che puoi trattare come vuoi. Quello che abbiamo qui è piccolo, mentre quello che ho scalciato violentemente per diversi anni è una bestia… Mi viene in mente il mio esercizio preferito: manda la gamba più in alto che puoi. Concentrazione. Guarda il sacco, fissa un punto. Sai che è alto e che per tirare un calcio tecnicamente correto il busto devi tenerlo dritto, la gamba d’appoggio deve essere rigida. Tiro di destro: la gamba del polpaccio dolorante. Non che ci abbia pensato. La mia testa era concentrata tutta sui movimenti coordinati del corpo, per riprodurre una fedele copia del Mawashigeri, il calcio circolare, il mio colpo preferito. “Ricorda la torsione della gamba di appoggio”. Parto: gamba destra che sale verticalmente verso il bacino, raccolgo quasi al petto, mantenedo la sinistra in appoggio perfettamente stabile, rigida; la destra sale, arriva al “punto morto” ed ecco: il momento più difficile del calcio. Rotazione contemporanea del busto (sempre comunque diritto) verso sinistra, della gamba d’appoggio in posizione laterale (in modo che l’interno della coscia guardi a sinistra), spinta del bacino a lanciare la destra, e destra che si stampa ad un’altezza che posso stimare intorno al metro e 80 o 90 (non sto esagerando… il collo del piede era molto più alto della mia testa). Tiiiiiiing!!! In lacrime Un’improvviso richiamo, del tutto involontario della gamba, mi segnala che ho fatto un casino. Il polpaccio dolorante si contrae in un dolo rosissimo crampo. Nooooo!!!! Poggio il piede a terra, mentre il dolore sale: quando si ha il crampo ci si deve sforzare a tenere la gamba il più tesa possibile. Veloce come un puma, afferro la punta del piede e tiro… Mannaggia… Lascio andare, faccio un passo… ancora crampo! No… saltello verso il muro più vicino, mi poggio con le mani in avanti, stendo la destra all’indietro e spingo con il bacino in avanti, a più non posso. Davvero, credevo di aver rotto qualcosa: anche così sentivo il polpaccio semi dolorante e in procinto di contrarsi ancora. Sono rimasto così per non so quanti minuti. Poi, lentamente ho deciso di andare a sedermi a lasciar penzolare la gamba. “Ecco. Fregati”. Il crampo in se è dovuto a mancanza di ione Ca: è il metallo che permette la contrazione e il rilascio delle cosiddette linee Z della fibra muscolare. Nel mio caso però… di Ca ce ne sta abbastanza. L’errore è stato tirare fino all’impossibile. Ma dovevo farlo. Anzi, devo farlo. La prossima volta, consapevole dei miei limiti (l’allenamento di oggi è servito soprattutto a capire questo), non arriverò a tanto. Però lascerò la palestra sempre al limite dello svenimento. “L’uso continuo di un organo lo sviluppa” (maiali, non pensate a male!!!). Se gli allenamenti sono duri, ma ben pianificati (non come oggi dove ho rischiato), con il passare del tempo riprenderò la mia vecchia forma. Spero il prima possibile…
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